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Un'aquila posata su un cactus di fichi d'India su una roccia in mezzo a un lago

fondazioneCittà del Messico · mitologie azteca e maya

La fondazione di Tenochtitlan

l'aquila sul cactus

per niente paurosa

Gli Aztechi, chiamati anche Mexica, raccontavano di essere partiti da una terra lontana chiamata Aztlán. Per moltissimi anni viaggiarono in cerca del posto giusto, guidati dal loro dio Huitzilopochtli. Il segno per riconoscerlo sarebbe stato questo: un'aquila posata su un cactus di fichi d'India, nata da una roccia in mezzo a un lago. Lo trovarono su un isolotto paludoso del lago Texcoco, e lì costruirono la loro capitale, Tenochtitlan, che diventò una delle città più grandi del mondo.

Lo sai che… l'aquila sul cactus è al centro della bandiera del Messico, e Città del Messico sorge proprio dove c'era Tenochtitlan.

La storia

Ci sono viaggi così lunghi che a un certo punto nessuno ricorda più perché sono cominciati.

Il viaggio degli Aztechi, che si chiamavano anche Mexica, durò generazioni. I nonni partirono da Aztlán, la terra dell'origine, un luogo di acque e di aironi bianchi di cui nessuno aveva mai visto il confine. I figli nacquero lungo il cammino. I nipoti ereditarono la strada come si eredita un nome.

Davanti a tutti, portato sulle spalle dei sacerdoti, andava il dio Huitzilopochtli. Era un fagotto avvolto in stoffe, e per chi non credeva sembrava soltanto un involto di stracci. Ma i sacerdoti dicevano che il dio parlava. Di notte, quando il campo dormiva, gli ordinava dove andare e dove fermarsi.

Così si fermarono a Coatepec, e per un poco pensarono di restare. Poi ripartirono. Si fermarono a Chapultepec, la collina delle cavallette, e qui i vicini cominciarono a guardarli male. Erano troppi, erano stranieri, parlavano di un dio che nessuno conosceva. Ogni volta che trovavano casa, qualcuno li cacciava.

«Dove stiamo andando?» chiedeva un ragazzino, la sera, al fuoco.

«A casa», rispondeva chi gli stava vicino.

«Ma quale casa?»

Nessuno sapeva dirlo. Solo il dio lo sapeva.

Poi venne l'anno in cui Huitzilopochtli parlò con voce più chiara del solito.

«Non dovete fermarvi nelle terre degli altri», disse ai sacerdoti. «Il vostro posto è nel lago. Cercate un luogo dove troverete un cactus, un tenochtli, che cresce da una pietra. Era il cuore di Copil, mio nipote, che mi ha tradito: l'hanno gettato fra le canne, e da lì è nato. Sopra il cactus vedrete un'aquila. Quando la vedrete, fermatevi. Lì sorgerà la vostra città. Lì sarete grandi.»

La notizia passò di bocca in bocca per tutto l'accampamento. Si misero in cammino quella notte stessa.

Il lago di Texcoco era una distesa d'acqua bassa, fra le montagne. Alle sue rive vivevano popoli potenti, con città di pietra e mercati. In mezzo all'acqua, però, c'erano soltanto isolotti di fango e di canne. Nessuno li voleva. Gli uccelli ci facevano il nido, le zanzare ci facevano il resto.

I Mexica avanzarono tra le canne con l'acqua alle ginocchia. I sacerdoti andavano avanti, tastando il fondo con i bastoni. Dietro di loro i padri portavano i bambini sulle spalle, e le madri portavano i fagotti. Si sentiva soltanto lo sciacquio dei passi, e a tratti il grido di un uccello che si alzava.

Fu a quel punto che cominciarono a notare i segni.

Il primo fu una sorgente. L'acqua, in quel punto, era limpida e bianca come il latte, e intorno crescevano canne bianche, e salici bianchi, e nell'acqua guizzavano pesci bianchi, e sulle sponde saltavano rane bianche. In un paese di fango scuro, quell'angolo sembrava una pagina vuota, ancora da scrivere.

«È qui», disse un sacerdote. «Il dio ce l'aveva detto.»

«Il dio ha detto di cercare un cactus», rispose un altro.

Camminarono ancora, e la notte li prese in mezzo alle canne. Non c'era fuoco, perché il legno era bagnato, e nessuno riuscì a dormire. Le zanzare cantavano nelle orecchie, il freddo saliva dall'acqua, e una donna sussurrò, per non farsi sentire dai bambini, che forse quel lago non finiva mai. Il fagotto del dio, appoggiato su un mucchio di canne, taceva. Nessuno osò dire ad alta voce quello che pensavano tutti: e se non ci fosse nessun segno?

Il sole si alzò a poco a poco, sul bordo del lago, e il mondo si tinse d'oro.

E in quel momento, davanti a loro, apparve un isolotto.

Era piccolo, poco più di uno scoglio di fango e di erba. Ma nel mezzo, fra le canne, c'era una roccia. Dalla roccia, nata fra due crepe, spuntava un cactus carico di fichi d'India, di quelli rossi come il fuoco. E sulla cima del cactus, con le ali aperte verso il sole, immobile, c'era un'aquila.

Nessuno parlò. Qualcuno si mise in ginocchio nell'acqua. Un uomo, Tenoch, che li guidava, fece un passo avanti e posò una mano sul petto, come per fermarsi il cuore.

«È il segno», sussurrò. «Siamo arrivati.»

L'aquila li guardò. Poi, quando i bambini cominciarono a gridare di gioia, aprì le ali e si alzò, e sembrò che portasse il cielo con sé.

Fu l'anno 2 Casa, dicono i libri dipinti: nel nostro calendario, il 1325.

Quella sera i Mexica accesero finalmente un fuoco, arrostirono le prime anatre selvatiche e mangiarono seduti sull'erba, stanchi e senza parlare, con la sensazione strana di non dover più partire. Poi costruirono un tempio per il loro dio. Non era di pietra, perché nessuno aveva pietre: era fatto di canne e di fango, con un tetto di paglia. Era piccolo e storto, ma per loro era il tempio più bello del mondo.

I primi tempi furono durissimi. Dovettero pescare, cacciare anatre, vendere pesci e rane per comprare un po' di pietra e di legno. Chi governava le città sulle rive li lasciava stare, perché l'isolotto non valeva niente. Ma i Mexica, a poco a poco, costruirono. Riempirono il lago di piccoli campi galleggianti, coltivarono il mais e i fiori. Tracciarono canali, alzarono ponti, divisero l'isola in quattro quartieri, proprio come mostra il Codice Mendoza, con quattro strisce d'acqua azzurra che corrono ai lati della pietra e dell'aquila.

Il posto si chiamò Tenochtitlan: «presso il cactus di pietra», dice una spiegazione. Un'altra spiegazione dice che il nome venga da Tenoch, il vecchio capo che aveva visto l'aquila. Può darsi che siano vere tutte e due.

Cent'anni dopo, quella città aveva strade d'acqua, palazzi di pietra rossa, mercati dove si vendeva di tutto e giardini dove i fiori crescevano nel lago. I viaggiatori che la videro per la prima volta pensarono di sognare.

Oggi Tenochtitlan non c'è più. Sopra di lei sorge Città del Messico, con i suoi grattacieli e le sue strade piene di auto. Ma nel punto in cui un tempo c'era l'isola, sulla bandiera che sventola sopra la grande piazza, c'è ancora un'aquila su un cactus. Guarda dritto davanti a sé, come guardava allora, e aspetta che qualcuno si fermi.

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Fonti

  • «Codice Mendoza» (circa 1541)
  • Diego Durán, «Historia de las Indias de Nueva España» (1581)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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