Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Una nave greca con la vela quadrata in un mare in tempesta e un uomo legato all'albero

eroe astutoItaca e tutto il Mediterraneo · mitologia greca

Ulisse

Odysseús, in greco

un po' paurosa

Ulisse era il re dell'isola di Itaca, famoso più per l'astuzia che per la forza. Fu lui, alla fine della guerra di Troia, a inventare il trucco del cavallo di legno pieno di soldati. Il viaggio di ritorno durò dieci anni: affrontò il ciclope Polifemo, la maga Circe, le Sirene, i mostri Scilla e Cariddi, e scese perfino nel regno dei morti. A casa, intanto, la moglie Penelope lo aspettava, disfacendo di notte la tela che tesseva di giorno per prendere tempo con i pretendenti.

Lo sai che… dal suo nome greco, Odisseo, viene la parola «odissea», che usiamo per un viaggio lungo e pieno di guai.

La storia

Dopo dieci anni di guerra a Troia, Ulisse voleva soltanto tornare a casa.

Aveva una moglie che lo aspettava, Penelope, e un figlio che non conosceva ancora, Telemaco. Aveva dodici navi, e i suoi uomini erano stanchi, sporchi, affamati. Il mare, però, non aveva nessuna fretta di lasciarli andare.

Una sera la flotta approdò su un'isola che nessuno conosceva. Le capre pascolavano libere sulle rocce, e in cima a una collina si apriva una grande grotta, con la bocca nera come una bocca di mostro.

«Entriamo a vedere», disse Ulisse. «Forse c'è del cibo. Forse c'è qualcuno che ci ospita.»

Scelse dodici compagni, i più forti, e prese con sé un otre di vino dolce e scuro, dono di un sacerdote. Era vino così forte che bisognava allungarlo con venti parti d'acqua.

La grotta era immensa. Dentro c'erano file di formaggi, secchi pieni di latte, recinti di agnelli. Nessuno dei compagni toccò niente: ma la fame è una brutta compagna di viaggio, e uno dopo l'altro si misero a mangiare.

Verso sera la terra tremò.

Dall'ingresso entrò una montagna in carne e ossa. Un gigante, alto come un albero, con un solo grande occhio in mezzo alla fronte, e dietro di lui il suo gregge di pecore. Era Polifemo, il Ciclope, figlio di Poseidone, il dio del mare.

Con una sola mano fece rotolare davanti all'ingresso un masso così grande che venti carri non l'avrebbero mosso.

«E voi chi siete?» La voce rimbombò nella roccia. «Pirati? Mercanti?»

«Siamo greci», disse Ulisse, e la voce gli tremò un poco. «Tornavamo da Troia. Ti preghiamo, in nome di Zeus, protettore degli ospiti, di accoglierci.»

Il Ciclope rise.

«Zeus? A me che importa di Zeus?» E allungò una mano enorme, afferrò due compagni per le gambe, li sbatté contro la parete e li mangiò. Poi si coricò fra le pecore e si addormentò con la pancia piena.

Ulisse, in fondo alla grotta, non riuscì a chiudere occhio.

Poteva uccidere il gigante nel sonno, con la spada. Ma poi chi avrebbe spostato quel masso? Sarebbero morti tutti, chiusi dentro. Bisognava pensare.

La mattina dopo, altri due compagni finirono nello stomaco di Polifemo. Poi il gigante uscì con le pecore, richiuse il masso, e lasciò Ulisse a pensare.

Ulisse trovò, in un angolo, un palo di ulivo, lungo come l'albero di una nave. Lo fece appuntire con la spada, lo indurì nel fuoco e lo nascose sotto la paglia.

La sera Polifemo tornò, e mangiò altri due compagni. Allora Ulisse si avvicinò, con l'otre in mano.

«Ciclope, bevi questo. È vino. Dopo aver mangiato carne umana, ti farà bene.»

Il gigante bevve una coppa. Ne chiese un'altra. Ne bevve una terza. «Questo vino è buonissimo. Come ti chiami, straniero? Voglio farti un regalo.»

«Mi chiamo Nessuno», rispose Ulisse. «Nessuno, mi chiamano mia madre e i miei amici.»

«Allora, Nessuno, il mio regalo è questo: ti mangerò per ultimo!»

Rise di nuovo, un riso storto. Poi gli occhi gli si chiusero, la testa gli cadde sulla spalla, e cominciò a russare.

Ulisse e i quattro compagni rimasti presero il palo, lo scaldarono nella brace finché non brillò, rosso, e poi insieme, con un grido, lo piantarono nell'unico occhio.

Il Ciclope urlò.

Fu un grido che fece tremare tutta l'isola. Si strappò il palo dall'occhio, annaspò nel buio, chiamando i vicini, gli altri Ciclopi che abitavano le grotte. Questi arrivarono, e gridarono da fuori: «Polifemo! Cosa c'è? Chi ti sta facendo del male?».

«Nessuno! Nessuno mi sta uccidendo! Nessuno mi ha accecato!»

«Se nessuno ti fa del male», risposero i Ciclopi, «allora sarà un male mandato dagli dèi. Non possiamo aiutarti.» E se ne andarono.

Dentro la grotta, Ulisse tratteneva il fiato per non ridere.

All'alba Polifemo, tastando con le mani, spostò il masso per far uscire il gregge: sentiva tutte le pecore sul dorso, una per una, per essere sicuro che nessun uomo scappasse. Ma Ulisse aveva legato i suoi compagni sotto le pance delle pecore più grosse. Lui stesso si aggrappò al vello del montone più grande.

Il montone passò. Il Ciclope toccò il dorso, e non sentì niente.

Fuori, nella luce, Ulisse liberò i compagni e corsero alla nave. Remarono con tutta la forza che avevano. Quando furono lontani, a un tiro di voce, Ulisse non resistette.

«Ciclope! Se qualcuno ti chiede chi ti ha tolto l'occhio, di' che è stato Ulisse, figlio di Laerte, re di Itaca!»

Fu l'errore più grande della sua vita.

Polifemo, in ginocchio sulla riva, alzò le mani al cielo e pregò suo padre, Poseidone: «Se sono davvero tuo figlio, fa' che quest'uomo non torni mai a casa. E se proprio deve tornare, che ci arrivi tardi, solo, su una nave straniera, e che a casa trovi guai».

Poseidone ascoltò.

Da allora, per dieci anni, il mare fu il nemico di Ulisse. Le sirene lo chiamarono dalle rocce. Scilla gli prese sei compagni con sei teste. Cariddi, il mulinello, quasi lo inghiottì. Circe trasformò i suoi uomini in maiali. Una tempesta fece naufragare l'ultima nave. Ulisse vide morire tutti i compagni, uno dopo l'altro.

Alla fine tornò a Itaca da solo, su una barca di sconosciuti, vestito da mendicante, e trovò la sua casa piena di nemici. Ma questo è un altro racconto.

I greci, quando raccontavano di Ulisse, lo amavano. Non per la forza, perché ce n'erano di più forti, né per il coraggio. Lo amavano perché fra tutti gli eroi era il solo che vinceva con la testa. Ma la storia del Ciclope lasciava sempre una lezione sottile, e forse era proprio per questo che la raccontavano ai ragazzi.

Ulisse aveva battuto il mostro. E poi, per un attimo di vanità, aveva voluto che il mostro sapesse il suo nome.

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Omero, «Odissea»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music