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Atlante dei Miti 0/300
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Un guerriero con l'elmo crestato e lo scudo rotondo decorato, sulla spiaggia davanti a una città fortificata

guerrieroTroia · mitologia greca

Achille

Achilleús, in greco

un po' paurosa

Achille era il guerriero più forte dei Greci nella guerra di Troia, figlio della ninfa del mare Teti. Una leggenda racconta che da piccolo la madre lo immerse nel fiume Stige per renderlo invulnerabile, tenendolo però per il tallone, che rimase l'unico punto debole. L'«Iliade» racconta la sua ira: per un torto ricevuto si ritirò dalla battaglia, e tornò a combattere solo quando morì il suo migliore amico, Patroclo. Fu colpito proprio al tallone da una freccia di Paride.

Lo sai che… il tendine che collega il polpaccio al tallone si chiama ancora oggi «tendine d'Achille».

La storia

Achille era figlio di una dea e di un uomo, e per questo aveva davanti una scelta che nessun ragazzo dovrebbe fare.

Sua madre, Teti, la ninfa del mare, gliel'aveva detto. «Hai due destini. Se resti a casa, a Ftia, vivrai a lungo, felice e dimenticato. Se parti per Troia, la tua gloria sarà immortale, ma morirai giovane.»

Achille scelse Troia.

Dicono che da bambino sua madre l'avesse immerso nel fiume Stige, che scorre nel regno dei morti, per renderlo invulnerabile. Teti lo teneva per un piede, senza immaginare che proprio quel punto, il tallone, sarebbe rimasto asciutto. Ma questa storia non è nell'«Iliade», il poema più antico: è stata aggiunta dopo, da poeti che amavano le cose che si possono ricordare con una sola immagine.

In quel poema, Achille è semplicemente il più forte. Il più veloce, il più terribile. Dopo nove anni di guerra attorno alle mura di Troia, il suo nome faceva tremare i nemici.

Ma Achille aveva anche un carattere.

Un giorno, nell'accampamento dei greci, ci fu una lite. Il re Agamennone, il comandante di tutti, aveva dovuto restituire una schiava a suo padre, e per compensare si prese Briseide, la ragazza che era stata data ad Achille come premio. Davanti a tutti, senza rispetto.

Achille si alzò. Aveva la mano sull'elsa della spada, e Atena, invisibile, gli tirò i capelli per fermarlo. Non uccise Agamennone. Fece una cosa forse peggiore.

«Non combatterò più per te», disse. «Combattete voi senza di me. Quando i troiani saranno alle navi, ti ricorderai di chi hai insultato.»

Si ritirò nella sua tenda, accanto alla spiaggia, e non ne uscì più.

I greci cominciarono a perdere. Ettore, il principe di Troia, guidava i suoi uomini in avanti, sempre più vicino alle navi, e ogni giorno i morti erano di più. Achille guardava dalla porta della tenda, con le braccia incrociate, senza muoversi.

Il suo migliore amico, Patroclo, non ce la fece più a vederlo.

«Achille, ti prego. Se non vuoi combattere tu, lascia almeno che io metta le tue armi. I troiani crederanno che sei tu e scapperanno.»

Achille esitò. Poi disse di sì, con un'unica raccomandazione: «Ricaccia i troiani dalle navi e torna indietro. Non inseguirli fino a Troia».

Patroclo indossò l'armatura splendente di Achille e uscì. I troiani lo videro da lontano, e urlarono: «È Achille! È tornato!». Fuggirono. Per un giorno intero, Patroclo li inseguì, felice, con il sangue che gli ribolliva. Dimenticò la raccomandazione. Arrivò sotto le mura.

E lì Ettore lo uccise.

Quando la notizia arrivò alla tenda, Achille non fece rumore. Si buttò a terra, si coprì la testa di cenere, e urlò così forte che sua madre, dal fondo del mare, lo sentì.

Il dolore si trasformò in rabbia. Una rabbia nuova, senza più paura, senza più orgoglio. Fece pace con Agamennone, che riconobbe il suo errore e gli restituì Briseide con molti doni, e la cosa non gli importò più niente. Teti gli portò un'armatura nuova, forgiata da Efesto: uno scudo con dentro il mondo intero, la terra, il mare, il cielo, due città, una in pace e una in guerra.

Il giorno dopo, Achille uscì dal campo.

Tutti i troiani, a vederlo, scapparono dentro le mura. Tutti, tranne uno. Ettore rimase fuori dalla porta, da solo, ad aspettarlo. Sapeva che avrebbe dovuto rientrare. Ma aveva promesso, ai suoi, che non si sarebbe nascosto.

«Achille», disse, quando fu vicino. «Facciamo un patto. Chi vince renda il corpo dell'altro ai suoi.»

«Non si fa patti fra leoni e uomini», rispose Achille. «Non ci sono giuramenti, fra noi.»

Ettore, per un attimo, perse il coraggio. Corse. Tre volte, intorno alle mura di Troia, con Achille alle calcagna, sotto gli occhi di tutta la città. Poi si fermò, si voltò, lo affrontò.

Fu veloce. La lancia di Achille lo colpì alla gola, dove l'armatura, quella che Ettore aveva rubato a Patroclo, lasciava un piccolo spazio scoperto.

Ettore cadde. «Ti prego», disse, «restituiscimi a mio padre.»

«Cane», rispose Achille. «Mi vorresti pregare? Vorrei mangiarti crudo.»

Lo legò con delle cinghie a un carro e lo trascinò intorno alla città, nella polvere, per giorni, sotto gli occhi dei genitori. E ogni mattina, all'alba, ricominciava, intorno alla tomba di Patroclo.

Ma gli dèi guardavano. E Zeus, a un certo punto, si stancò.

Una notte, nella tenda di Achille, qualcuno entrò. Era un vecchio. Aveva un mantello consumato e le mani tremanti. Camminava con fatica fra le guardie, e nessuno aveva saputo fermarlo. Si inginocchiò davanti ad Achille e gli baciò le mani, le stesse mani che avevano ucciso i suoi figli.

Era Priamo, il re di Troia.

«Pensa a tuo padre», disse. «Anche lui è vecchio. Anche lui aspetta che tu torni. Io ho avuto cinquanta figli. Quasi tutti sono morti. L'ultimo lo hai ucciso tu. Ti chiedo soltanto di poterlo seppellire.»

Achille, per la prima volta da giorni, guardò un viso invece di un nemico. E pianse. Pianse per Patroclo, per suo padre che non avrebbe più rivisto, per quel vecchio che gli stava davanti. Priamo piangeva con lui. Non dissero niente per molto tempo.

Poi Achille si alzò. Restituì il corpo. Promise che per undici giorni non ci sarebbero stati combattimenti, il tempo del lutto e del funerale. Divise con il vecchio, prima che partisse, il pane e la carne.

Qui finisce l'«Iliade». Subito dopo, dicono, venne il giorno della freccia di Paride, guidata da Apollo, che colpì Achille proprio sul tallone. Ma i poeti lo raccontarono dopo. Il grande poema finisce con un uomo che, nel momento in cui avrebbe potuto vendicarsi per sempre, rinunciò a farlo.

Achille era il più forte guerriero del mondo, e il più orgoglioso. E per tutta la vita non riuscì a salvare le persone che amava.

Imparò una cosa soltanto. Ma l'imparò davanti a un nemico, a mani nude, a una candela spenta.

Che il dolore non è mai soltanto tuo.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Omero, «Iliade»
  • Stazio, «Achilleide» (la storia del tallone)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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