
Venere
Venus, in latino
per niente paurosa
Venere era la dea dell'amore e della bellezza, la stessa che i Greci chiamavano Afrodite. Per i Romani era importantissima perché era la madre di Enea, l'eroe troiano da cui discendevano Romolo e Remo. La famiglia di Giulio Cesare diceva di discendere proprio da lei, tramite Iulo, il figlio di Enea. Nell'«Eneide» Venere protegge il figlio durante tutto il viaggio da Troia all'Italia, e una volta gli appare travestita da cacciatrice per consigliarlo.
Lo sai che… il secondo pianeta dal Sole, il più luminoso nel cielo dopo la Luna, porta il suo nome.
La storia
Un poeta romano, Lucrezio, cominciò il suo grande poema con una preghiera.
«Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dèi, alma Venere», scrisse. Disse che quando lei arriva i venti si fermano, le nuvole se ne vanno, la terra spande fiori, il mare ride e il cielo si fa chiaro. Gli uccelli sentono il suo arrivo e il cuore gli salta nel petto. E pregò: tu sola puoi dare ai Romani la pace.
Per i Romani Venere era questo. Ma era anche altro: era una madre.
Suo figlio si chiamava Enea. Era fuggito da Troia in fiamme con il padre sulle spalle e il figlio per mano, ed era partito per il mare insieme a pochi superstiti, cercando una terra dove ricominciare. Sette anni di viaggio. Una sera, al largo della Sicilia, una tempesta li prese.
Il vento rovesciò le onde come montagne. Le navi si scontrarono, si spezzarono, sparirono nel buio. Enea, aggrappato al timone, alzò le mani al cielo e disse che sarebbe stato meglio morire a Troia.
Lassù, in alto, qualcuno stava guardando.
Venere sedeva nel palazzo degli dèi con gli occhi lucidi. Intanto il dio del mare, Nettuno, aveva sentito il frastuono e aveva alzato la testa dalle onde: con una sola parola calmò i venti, e le navi sopravvissute poterono raggiungere una costa. Enea sbarcò con pochi compagni sulla riva dell'Africa, sfinito, con il vento che gli tagliava la pelle. Con lui c'era Acate, il compagno più fedele. Cacciarono sette cervi e li divisero con tutti i marinai. Quella sera Enea parlò per consolare gli altri, ma dentro di sé aveva il cuore pesante. Non sapeva dove fossero finite le altre navi. Non sapeva nemmeno dove si trovasse.
Venere, però, non si era calmata. Andò dritta da Giove, che era seduto sul trono con la barba grigia e lo sguardo da re.
«Padre», disse. «Tu che governi tutte le cose. Che cosa ha fatto di male mio figlio? Mi avevi promesso che dal suo sangue sarebbero nati i Romani, che avrebbero dominato il mondo. Hai cambiato idea? Perché lo hai lasciato quasi affogare?»
Giove sorrise. La baciò sulle labbra, come si bacia una figlia, e disse piano: «Non avere paura. Il destino non è cambiato. Vedrai le mura di Lavinio, e porterai Enea fra le stelle. Il piccolo Ascanio fonderà Alba Longa, e il suo regno durerà trecento anni. Poi nascerà un bambino, Romolo, allevato da una lupa, che fonderà una città. A quei Romani io non pongo né confini né limiti di tempo: darò loro un impero senza fine.»
E predisse anche che da quel popolo sarebbe nato un Cesare, che avrebbe preso il nome da Iulo, il figlio di Enea, e che il mondo, a quel punto, avrebbe conosciuto la pace.
Poi Giove mandò Mercurio a Cartagine, a preparare i cuori degli abitanti all'arrivo dei naufraghi.
Il mattino dopo, mentre camminavano nel bosco, incontrarono una ragazza.
Veniva verso di loro con passo leggero. Aveva l'arco a tracolla, i capelli sciolti sulle spalle, la veste sollevata e annodata al ginocchio, come le cacciatrici di Sparta. Sembrava una creatura del bosco.
«Giovani stranieri», disse. «Avete visto per caso una mia sorella? Cercava un cinghiale, con la faretra e un mantello di pelle di lince.»
«No», rispose Enea. «Ma tu... non puoi essere una mortale. Sei forse la sorella di Apollo? O una ninfa? Chiunque tu sia, aiutaci. Dicci dove ci troviamo. Ci hanno spinto qui le onde e il vento.»
«Non sono una dea», rispose lei sorridendo. «Le ragazze di Tiro portano sempre la faretra e gli stivali di porpora. Voi siete nella terra dei Punici. La città che vedete sorgere si chiama Cartagine, e la comanda una regina, Didone.»
Gli raccontò la sua storia. Didone era scappata da Tiro dopo che il fratello Pigmalione, per avidità, aveva ucciso suo marito, Sicheo. Aveva imbarcato i tesori e gli amici, ed era approdata in quella costa. Lì aveva comprato terra quanta ne copre una pelle di bue, e l'aveva tagliata in strisce sottilissime, per farne più grande il confine.
Poi chiese: «E voi chi siete? Da dove venite?»
Enea sospirò. «Se ti raccontassi tutte le nostre sventure, farebbe sera. Sono Enea, il pio. Porto con me i miei dèi, salvati da Troia. Cerco l'Italia. Ho venti navi partite, e ne restano sette, o forse nemmeno quelle. Cammino da solo nel deserto, senza casa.»
La ragazza lo interruppe con dolcezza.
«Non lamentarti. Credo che gli dèi non ti abbiano abbandonato.» E indicò il cielo. Dodici cigni, bianchissimi, volavano in file ordinate. Poco prima un'aquila li aveva sparpagliati, ma adesso scendevano sulla terra, uno dopo l'altro. «Vedi? I tuoi compagni sono salvi. Hanno trovato un porto. Vai avanti per questa strada.»
Si voltò per andarsene. E mentre si girava, la nuca le brillò di rosa. I capelli esalarono un profumo che non era di questo mondo. La veste le cadde fino ai piedi. Anche solo dal modo di camminare, ora, si capiva chi era.
Enea la riconobbe.
«Madre!», gridò. «Perché mi inganni? Perché mi nascondi il tuo volto, e non posso toccarti la mano, né parlarti come si parla a una madre?»
Ma la dea non si voltò. Fece scendere sui due uomini una nebbia fitta, che li nascose a tutti, perché nessuno potesse toccarli né domandare loro che cosa facessero lì. Poi risalì in cielo, verso Pafo, dove aveva un tempio e un altare profumato.
I due salirono sulla collina, nella nebbia, e dall'alto videro Cartagine che nasceva. Vedevano muratori che alzavano mura, operai che scavavano il porto, gente che scaricava pietre. E sotto la nebbia, Enea, che non era visto da nessuno, pensò per la prima volta, dopo tanto tempo, che forse c'era ancora un futuro.
Venere però non si fidava. Non si fidava dei Cartaginesi e di quella regina. E mandò suo figlio Cupido, il piccolo dio dell'amore, con la faccia di Ascanio, a sedersi in grembo a Didone.
Ma questa è un'altra storia.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Virgilio, «Eneide», libro I
- Lucrezio, «De rerum natura», libro I
