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Un guerriero con l'elmo dal pennacchio rosso, lo scudo tondo e la lancia, con un lupo accanto

dio della guerraCampo Marzio, Roma · mitologia romana

Marte

Mars, in latino

un po' paurosa

Marte era il dio della guerra, ma per i Romani era anche molto di più: secondo la leggenda era il padre di Romolo e Remo, e quindi l'antenato di tutto il popolo romano. La primavera era la sua stagione, quella in cui ricominciavano i lavori e le campagne militari. A Roma un grande spazio vicino al Tevere, dove si allenavano i soldati, si chiamava Campo Marzio, cioè campo di Marte, anche se Livio, parlando di Romolo, nomina soltanto «un campo presso la palude della Capra».

Lo sai che… il mese di marzo porta il suo nome: per i Romani più antichi era il primo mese dell'anno.

La storia

Per i Romani più antichi, l'anno non cominciava a gennaio. Cominciava a marzo.

Era il mese in cui finiva il freddo, riprendevano i lavori nei campi e gli eserciti si rimettevano in cammino. Era il mese di Marte, il dio della guerra. Ovidio, il poeta, racconta che lo aveva voluto così Romolo, il fondatore di Roma, per onorare suo padre.

Perché Marte, per i Romani, non era soltanto il dio delle armi. Era un padre.

Tutto cominciò in un'altra città, Alba Longa. Il re Numitore regnava in pace, finché suo fratello Amulio gli prese il trono con la forza. Amulio sapeva di non essere al sicuro: un giorno i figli di Numitore avrebbero potuto vendicarsi. Così fece di sua nipote Rea Silvia una sacerdotessa di Vesta. Le sacerdotesse di Vesta non potevano sposarsi, e quindi non avrebbero avuto figli. Il trono, pensava Amulio, era salvo.

Una mattina d'estate Rea Silvia andò al fiume con una brocca, per prendere l'acqua per i riti. Faceva caldo. Si sedette sulla riva, all'ombra dei salici, mentre il vento le asciugava il sudore dalla fronte. Il sonno la prese.

Il dio la vide. Non ci furono tuoni, né spade, né carri. C'erano soltanto il fiume e un dio che guardava.

Quando Rea Silvia si svegliò, niente era più come prima.

Nei mesi seguenti mise al mondo due gemelli. Amulio, quando lo seppe, la fece incatenare, e ordinò di gettare i neonati nel fiume. Lei disse che il padre era Marte. Livio racconta che forse lo credeva davvero, o forse le sembrava più onorevole dare la colpa a un dio. Nessuno lo sa.

Un servo portò la cesta fino al Tevere. Per giorni aveva piovuto, e il fiume, grigio e gonfio, era uscito dal suo letto e correva fra i campi trascinando rami e tronchi. Il servo non osò avvicinarsi alla corrente: posò la cesta ai margini dell'acqua e se ne andò, senza voltarsi. Poi le acque si ritirarono, piano, e la cesta rimase all'asciutto, in una pozza bassa, sotto un fico.

I bambini piangevano. Sulle colline vicine c'era una lupa, e scese al fiume per bere. Sentì quel pianto, e si fermò. Poi, invece di fare quello che fanno i lupi, avvicinò il muso, si abbassò, e porse le mammelle ai due piccoli, che smisero subito di piangere. Il bosco intorno restò in silenzio, come se anche gli uccelli stessero a guardare. Quando un pastore, Faustulo, che badava alle greggi del re, arrivò sul posto, la trovò che li leccava con la lingua, come fanno le madri.

Faustulo li portò a casa a sua moglie, e i gemelli crebbero fra i pastori. Si chiamavano Romolo e Remo. Crebbero forti e coraggiosi. Da ragazzi andavano a caccia, affrontavano le belve, difendevano i pastori dai ladri e dividevano con loro il bottino. Un giorno i pastori di Numitore catturarono Remo e lo portarono dal vecchio re. Numitore lo guardò a lungo: quel ragazzo gli ricordava qualcuno. Fece domande, contò gli anni, e capì. Quando i gemelli seppero chi erano, tornarono ad Alba, tolsero il trono ad Amulio e lo restituirono a Numitore. Poi andarono a fondare una città nuova, nel posto dove il fiume li aveva lasciati.

Fu Romolo a darle il suo nome. E fu lui, dice Ovidio, a mettere marzo al primo posto fra i mesi dell'anno, in memoria di suo padre.

Per molti anni Romolo governò Roma. Poi, un giorno, accadde qualcosa di strano.

Il re stava passando in rassegna l'esercito in un campo presso una palude, la palude della Capra. D'un tratto il cielo si fece scuro. Scoppiò un temporale con tuoni così forti che il popolo si coprì il viso. Una nuvola fitta avvolse il re, e i soldati non lo videro più.

Quando la luce tornò, il trono era vuoto.

Nessuno sapeva cosa dire. Il campo sembrava diventato più grande, senza di lui. I soldati restarono immobili a guardare il punto dove prima c'era il re. Qualcuno gridò il suo nome, e nessuno rispose. Poi cominciarono a mormorare: si diceva che i senatori l'avessero ucciso e nascosto. Ma Ovidio racconta un'altra versione, e questa si svolse in cielo.

Marte si presentò a Giove. «Padre», disse, «Roma ormai è forte. Tu mi hai promesso un figlio nel cielo. Ora è il momento di mantenere la parola.»

Giove annuì. Il cielo tremò, e le stelle si scossero. Marte prese la lancia, salì sul suo carro e frustò i cavalli, e scese attraverso l'aria fino a suo figlio. Lo sollevò dalla terra, e il carro risalì verso l'alto, fra le nubi. Il corpo di Romolo, dice Ovidio, si sciolse nell'aria, e al suo posto apparve un volto più bello, degno del carro del dio.

Poco dopo, un uomo di nome Proculo Giulio si presentò all'assemblea. Era un uomo rispettato. Parlava a voce bassa, senza fretta, e la gente lo ascoltava senza muoversi.

«Romani», disse, «il padre di questa città, Romolo, è sceso dal cielo all'alba e mi è apparso davanti. Io ero pieno di timore. Lo pregai di lasciarmi guardare il suo volto. Lui mi disse: va', annuncia ai Romani che gli dèi vogliono che la mia Roma sia la capitale del mondo. Perciò si dedichino all'arte militare, e sappiano e tramandino ai posteri che nessuna forza umana potrà resistere alle armi di Roma.» E detto questo, dice Livio, salì al cielo.

Il popolo gli credette, e Livio stesso si stupisce di quanta fede avessero in quell'uomo. La gente ne fu consolata, smise di mormorare, e tornò a casa più leggera di prima.

Così il dio della guerra, che non aveva mai conosciuto la pace, lasciò al mondo una città e un figlio.

Ogni primavera, quando finisce il freddo e le strade si asciugano, ricomincia marzo. Il nome è ancora quello del dio.

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Fonti

  • Ovidio, «Fasti», libro III
  • Tito Livio, «Storia di Roma», libro I
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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