
Yamata no Orochi
八岐大蛇, il serpente dalle otto teste
paurosa
Yamata no Orochi era un serpente così grande che il suo corpo copriva otto valli e otto colline, con otto teste, otto code e gli occhi rossi come l'akakagachi, il frutto che chiamiamo alchechengio. Sulla schiena gli crescevano muschio e alberi. Per sconfiggerlo, Susanoo fece preparare otto botti di sakè fortissimo e le mise dietro un recinto con otto aperture. Il serpente infilò una testa in ogni botte, bevve tutto e si addormentò. Allora Susanoo lo sconfisse con la sua spada.
Lo sai che… nella regione di Izumo questa storia viene ancora rappresentata nelle danze tradizionali kagura, con serpenti di stoffa lunghissimi.
La storia
C'è un giorno all'anno in cui, nella valle del fiume Hi, gli uccelli smettono di cantare.
Succede in silenzio. Prima una cinciallegra che non risponde, poi il vento che cade, poi le rane che si zittiscono tutte insieme, come se qualcuno avesse chiuso una porta. Il fiume continua a scorrere, ma senza rumore. L'aria sa di muschio e di terra bagnata. E sulle colline, in lontananza, i cedri e i cipressi cominciano a muoversi, anche se non c'è vento.
I contadini della valle conoscono quel giorno. Chiudono le porte, spengono le lanterne, e non guardano fuori.
In una casa vicino al fiume vivevano un vecchio e una vecchia, Ashinazuchi e Tenazuchi. Avevano avuto otto figlie. Ogni anno, in quel giorno, dalla regione di Koshi arrivava un serpente a otto teste. Ogni anno ne portava via una.
Sette volte lo avevano aspettato. Sette volte avevano provato a nascondere la figlia: sotto il pavimento, nel fienile, in un campo lontano. Il serpente sapeva sempre dove cercare. A tavola, in quella casa, c'erano sette tazze di troppo che nessuno aveva il coraggio di togliere.
Adesso ne rimaneva una. Si chiamava Kushinadahime, e quella sera stava seduta in un angolo, senza piangere più, perché le lacrime erano finite.
Fu in quel momento che qualcuno bussò.
Era un giovane con i vestiti in disordine, lo sguardo di chi ha viaggiato troppo da solo. Aveva seguito fin lì le bacchette di legno che il fiume gli aveva portato. Si presentò come fratello di Amaterasu, il sole, sceso dal cielo da poco. Si chiamava Susanoo.
Ascoltò la storia senza interrompere. Poi guardò la ragazza.
«Datemela. Io la salverò.»
Quando i vecchi ebbero detto di sì, lui non perse tempo. Con un gesto trasformò la ragazza in un pettine e se la infilò fra i capelli, per tenerla al sicuro. Poi cominciarono a lavorare. Occorreva un sakè fortissimo, lavorato otto volte, fino a renderlo quasi un fuoco. Occorreva un recinto con otto porte, e dietro ogni porta una tavola, e su ogni tavola una botte colma.
Lavorarono per ore, in silenzio. Alla fine il recinto era pronto, e il sakè riempiva l'aria di un odore dolce e pesante.
Poi non rimase che aspettare.
Il vecchio e la vecchia si sedettero in un angolo, vicino alla lampada, stretti l'uno all'altra. Non osavano alzare gli occhi. Susanoo, nascosto dietro il recinto con la spada in mano, sentiva sul collo il pettine fermo fra i capelli: un oggetto piccolo, di legno, che ogni tanto sembrava tremare. Fuori la notte si faceva più lunga del solito. Sembrava che il tempo stesso aspettasse insieme a loro.
E all'improvviso, il silenzio.
Un tremito nel terreno, come un passo troppo grande per essere un passo. Dalla boscaglia, in cima alla collina, un ramo si spezzò con uno schiocco. Poi un altro. I cedri si piegarono, tutti insieme, come davanti a un vento che non c'era.
Il serpente scese.
Era un corpo solo, ma lungo come otto valli e otto colline. Aveva otto teste e otto code. Sulla schiena gli crescevano muschio, cipressi e cedri, come su una montagna che si fosse alzata a camminare. Ciascuno dei suoi sedici occhi era rosso come un frutto d'inverno, rosso come una brace dentro la nebbia. Dove passava, le pietre rotolavano giù per il pendio.
Si fermò davanti al recinto.
Le otto teste si alzarono, una accanto all'altra, e annusarono. Le lingue sottili assaggiavano l'aria. Per un istante interminabile, nessuno nella valle respirò.
Poi le teste sentirono l'odore del sakè.
Ciascuna testa cercò la sua porta. Ciascuna trovò la sua botte. Si udì un suono liquido, profondo, rotondo: il serpente beveva. Beveva con tutte le teste, senza fermarsi, e la valle si riempì del rumore di otto gole che inghiottono. Gli occhi rossi si fecero lenti. Una testa barcollò e si appoggiò al bordo della tavola. Poi un'altra. Poi un'altra ancora.
Susanoo era nascosto dietro il recinto. Contava.
Sei teste a terra. Sette. Una rimaneva ancora in piedi, sveglia, gli occhi accesi, a guardarsi intorno. Girò lentamente il collo verso il punto dove si nascondeva Susanoo. Si fermò. Fiutò.
Susanoo non respirò.
La testa restò così per un tempo che sembrò una notte. Poi anche lei, a poco a poco, cominciò a oscillare, a scendere, a ripiegarsi sulle altre. Nella valle regnò un respiro lento e profondo: il respiro di un mostro che dormiva.
Allora Susanoo balzò fuori con la sua lunga spada.
La lama calò, e ricalò. Il fiume Hi, che aveva visto sette figlie sparire, si tinse di rosso fino alla foce. Il serpente non fece in tempo a rialzare nemmeno una testa.
Quando arrivò alla coda di mezzo, però, la spada urtò contro qualcosa di durissimo e si scheggiò. Susanoo, perplesso, aprì la coda con la punta, e dentro trovò una spada più bella di qualunque altra, lucente come l'acqua. Il testo la chiama Kusanagi. Era nascosta nel punto più oscuro del mostro, come un seme in un frutto marcio.
Poi il pettine tornò ragazza.
Kushinadahime uscì dai capelli di Susanoo, guardò la valle, guardò il corpo immobile del serpente, guardò i suoi genitori che correvano verso di lei. Nessuno disse niente. Ci fu soltanto un abbraccio lungo, in mezzo a un fiume diventato rosso.
La mattina dopo, quando il sole spuntò dietro le colline, una cinciallegra cantò.
Era la prima volta, da sette anni, che in quel giorno si sentiva un uccello.
Ancora oggi, nella regione di Izumo, la storia si racconta ballando: con serpenti di stoffa lunghissimi e otto teste che sbucano dal fondo della scena. I bambini che li guardano gridano, e ridono, e gridano di nuovo. Poi la danza finisce, il serpente cade, e la gente applaude.
Nessuno, a quel punto, ha più paura.
Ma gli anziani, quando il vento cade e gli uccelli smettono di cantare, abbassano ancora la voce.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
Nei percorsi
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- «Kojiki» (712)
- «Nihon shoki» (720)
