
Cú Chulainn
«il cane di Culann»
un po' paurosa
Da bambino si chiamava Sétanta. Una sera, arrivato tardi a una festa, fu attaccato dal ferocissimo cane da guardia del fabbro Culann e lo sconfisse. Vedendo il fabbro dispiaciuto, il ragazzo promise di fare lui la guardia finché non fosse cresciuto un altro cane: da allora tutti lo chiamarono Cú Chulainn, «il cane di Culann». Da grande diventò il più grande eroe dell'Ulster: da solo difese la sua terra dall'esercito della regina Medb, mentre gli altri guerrieri erano colpiti da una strana malattia.
Lo sai che… secondo un altro racconto, «Aided Con Culainn», alla fine si legò a una pietra per morire in piedi; una statua che lo ricorda è nel palazzo delle poste di Dublino.
La storia
Era ancora un bambino quando arrivò tardi a una festa e trovò un cane che lo aspettava.
Si chiamava ancora Sétanta, allora. Suo zio, il re Conchobar, era stato invitato a un banchetto dal fabbro Culann, e il bambino doveva raggiungerlo dopo aver finito una partita con i suoi compagni. Quando Sétanta arrivò alla casa del fabbro il sole era calato. Il cancello era chiuso. E nel cortile, libero, c'era il cane di guardia.
Era un cane enorme, feroce, che ci volevano tre catene per tenere fermo. Quella sera nessuno si ricordò di lui, perché Culann pensava che tutti gli ospiti fossero già dentro.
Il cane sentì il bambino e si lanciò.
Dentro la sala sentirono un rumore. Il re posò la coppa. Culann impallidì. «Il mio cane», disse. «Chi è fuori?». Corsero tutti, e trovarono Sétanta in piedi nel cortile, con la sua mazza da gioco in mano, e il cane steso a terra, senza vita.
Il bambino era arrabbiato con se stesso. Il fabbro invece era seduto nel fango, con la faccia fra le mani. «Quel cane era la mia casa», disse. «Teneva lontani i ladri, guardava le mie bestie. Adesso non ho più niente.»
Sétanta lo guardò. Sapeva che cosa aveva fatto. E disse una cosa che nessun bambino di sette anni avrebbe dovuto dire.
«Allevami un cucciolo di quel cane, e finché non sarà grande farò io la guardia a casa tua.»
Fu così che Sétanta diventò Cú Chulainn: il cane di Culann.
Crescendo diventò più veloce di tutti. Un giorno sentì il druido Cathbad dire che chi avesse preso le armi quel giorno sarebbe diventato famoso per sempre, ma che la sua vita sarebbe stata breve. Il ragazzo sentì tutto. Corse dal re, chiese le armi. «Meglio una vita corta e il ricordo lungo», disse.
Anni dopo, la regina Medb di Connacht decise di fare la guerra all'Ulster. Voleva un toro, il toro bruno di Cooley, il più bello d'Irlanda. Radunò un esercito grande come un bosco, e lo mise in marcia verso nord.
L'Ulster avrebbe dovuto difendersi, ma una maledizione antica aveva colpito i suoi guerrieri. Una donna di nome Macha aveva gridato che gli uomini di quella terra avrebbero sofferto, nei momenti più gravi, come una donna che sta per partorire. E in quei giorni tutti i guerrieri erano a letto, bianchi, senza forza. Tutti, tranne uno. Cú Chulainn era giovane, e la maledizione non lo toccava, né qualcuno sapeva bene il perché.
Così il ragazzo si trovò da solo a un guado, la sera, con un esercito davanti.
Rimase là tutta la notte, e quella dopo, e quella dopo ancora. L'acqua era fredda e scura, e il guado così stretto che soltanto un uomo per volta poteva attraversarlo. Si sentivano il fiume, i cavalli nel campo nemico, e ogni tanto il canto di un uccello che non sapeva niente della guerra. Di giorno ne arrivava uno, e Cú Chulainn lo affrontava; di notte il campo di Medb tremava, pensando che nel buio ce ne fosse uno peggiore. Cú Chulainn in realtà dormiva poco, e mangiava quel che gli portava l'auriga, Láeg, un amico fedele.
A Medb non restava che un'idea. Mandò a chiamare l'unico uomo capace di battere Cú Chulainn. Si chiamava Ferdiad.
Erano stati ragazzi insieme. Avevano imparato le armi dalla stessa maestra, Scáthach, in una terra lontana oltre il mare, avevano dormito sotto lo stesso tetto, mangiato lo stesso pane. Ferdiad non voleva venire. Rispose che non avrebbe alzato la lancia contro il suo amico. Ma Medb sapeva usare le parole: gli promise ricchezze, gli promise sua figlia, gli promise che i poeti avrebbero cantato il suo nome. E quando non bastò, gli disse che Cú Chulainn lo chiamava vigliacco, che rideva di lui davanti a tutti. Non era vero. Ferdiad, ferito, cedette.
Arrivò al guado a mezzogiorno.
«Sei venuto per me?», chiese Cú Chulainn, e non riuscì a nascondere la voce che gli tremava.
«Sì», disse Ferdiad. «Non per odio. Per obbligo.»
Si batterono per giorni.
Il primo giorno lanciarono le lance, fino a cadere stanchi. Il secondo, combatterono a cavallo. Il terzo, ognuno tornò al proprio campo con le ferite aperte. E accadde la cosa che rende questa storia tanto triste: ogni sera, Cú Chulainn mandava a Ferdiad le erbe per guarire, e Ferdiad mandava a Cú Chulainn il cibo migliore del suo campo. Non c'era odio, c'era solo una gentilezza che non riusciva a fermare niente. I loro cavalli passavano la notte nella stessa stalla. Ferdiad dormiva fra i guerrieri di Connacht e pensava all'altro, che dormiva sulla riva opposta con le stesse ferite.
Il quarto giorno entrambi sapevano che era l'ultimo.
«Ricordi?», disse Cú Chulainn. «Eravamo amici. Eravamo fratelli. Non c'era uomo che ti voleva bene quanto me.»
«Lo ricordo», disse Ferdiad. «Ma il tempo dei ricordi è finito.»
Combatterono dall'alba fino alla sera, dentro l'acqua, e nessuno dei due riusciva a ferire l'altro nel punto giusto. Verso il tramonto Cú Chulainn disse a Láeg di mandargli, lungo il fiume, la lancia chiamata Gáe Bulg, quella che nessuno sapeva parare. L'avrebbe usata soltanto perché era il solo modo.
Ferdiad cadde.
Cú Chulainn lo prese fra le braccia. Lo portò sulla riva settentrionale del guado, quella dell'Ulster, perché il suo amico non rimanesse morto dalla parte dei nemici. E lì rimase, in ginocchio nell'acqua, a dire che quel combattimento non era stato un gioco, che era stato un lutto dall'inizio alla fine.
Medb alla fine ebbe il toro. Ma la storia non la ricorda per questo.
Si racconta in un altro libro, molto tempo dopo, che Cú Chulainn restasse in piedi fino all'ultimo. Ferito, si legò con la sua cintura a una pietra, in modo da morire in piedi e non coricato davanti ai nemici. I nemici non osarono avvicinarsi. Finché un corvo si posò sulla sua spalla, e solo allora capirono che era morto.
Era il corvo di una dea. Ma quella è un'altra storia.
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Fonti
- «Táin Bó Cúailnge», La razzia delle vacche di Cooley
