
Le Anguane
chiamate Vivane in Val di Fassa
un po' paurosa
Le Anguane vivono vicino all'acqua: sorgenti, torrenti, laghi e grotte bagnate. Aiutavano chi si perdeva in montagna e a volte facevano lavori per i contadini; in cambio la gente lasciava del cibo sulla finestra. In un racconto della Val di Fassa, in un anno di raccolto scarso, una ragazza si offrì a un contadino di Soraga e chiese di spazzare la cantina con l'unico fascio di spighe d'orzo; lui, diffidente, le diede rami d'abete, e lei sparì dopo una formula magica, lasciando la cantina piena di aghi d'abete invece che di chicchi d'orzo. Da valle a valle cambiano nome: Aquane, Anguane, Vivane.
Lo sai che… in Val di Fassa le piccole aperture nelle imposte delle case antiche si chiamano ancora «portelle delle Vivane»: lì si lasciava il cibo per loro.
La storia
Quell'anno, a Soraga, la terra non aveva dato quasi niente.
L'estate era stata asciutta, poi era venuta la grandine, e a settembre i granai delle case erano più vuoti di una scarpa vecchia. Il contadino di cui parliamo non era peggiore degli altri. Ma guardava la cantina, ogni mattina, e dalla cantina la cantina lo guardava indietro: scura, fredda, quasi vuota.
Le cantine, nelle valli, non sono solo posti dove si tiene il cibo. Sono la misura dell'inverno. Cantina piena, inverno tranquillo. Cantina vuota, inverno lungo.
Una mattina, mentre stava davanti alla porta con le mani in tasca, vide una ragazza sul sentiero.
Non l'aveva mai vista. Camminava da sola, di giorno, in pieno sole, ed era questa la cosa strana: nessuno cammina da solo fin lassù, per niente, senza una bisaccia, senza un cesto. Aveva un grembiule semplice e una gonna lunga fino a terra, che non si sollevava nemmeno quando passava sui sassi. Aveva l'aria di una brava ragazza modesta, di quelle che abbassano gli occhi quando si parla loro.
«Buon giorno», disse. «Cerco lavoro.»
«Lavoro? Qui?» rise lui. «Qui non c'è nemmeno da mangiare per chi ci vive.»
«Lo so», disse la ragazza. «Per questo sono venuta.»
Il contadino la guardò meglio. Sapeva cosa si diceva nei boschi: che c'erano donne che arrivavano all'improvviso, dall'acqua e dalle rocce, e che si chiamavano in tanti modi. Vivane, Aquane, Anguane, a seconda della valle e di chi raccontava. Che aiutavano chi si perdeva, che andavano nei paesi a dare una mano ai lavori, e che la gente le ringraziava lasciando del cibo su una finestrella apposta, nelle imposte. Le «portelle», le chiamavano, e in alcune case se ne vedevano ancora.
Ma sapeva anche l'altra parte: che con loro non si scherzava. Che chi era brusco, o furbo, o scortese, restava con in mano quello che aveva meritato.
«Che cosa sai fare?» chiese, più duro di come voleva.
«Posso spazzare la cantina», disse lei. «Mi basta una scopa.»
«Una scopa non ce l'ho.» Era vero, o almeno così credeva. Poi guardò in fondo alla cantina, attraverso la porta aperta, e vide appeso a una trave l'unico fascio di spighe d'orzo che gli era rimasto: l'ultimo, quello che teneva da parte come ricordo, o come speranza.
«Quello?» disse la ragazza, seguendo il suo sguardo. «Va bene anche quello. Fammi spazzare con quello.»
Fu in quel momento che al contadino venne il sospetto. Che cosa poteva servire a una ragazza spazzare una cantina vuota con spighe che non servivano più a nessuno? Pensò a una burla, a un furto, a una trappola. Pensò ai racconti sulle burle dei folletti. Si disse che il bosco non regala niente, e che la cosa più prudente era non fidarsi.
Così fece quello che sembrava furbo. Non le diede le spighe. Andò dietro la casa, raccolse da un abete caduto un fascio di rami pungenti, tutti aghi e resina, e glielo mise in mano.
«Ecco la tua scopa», disse. «Spazza con questa.»
La ragazza guardò i rami. Poi alzò gli occhi sul contadino, e lui non seppe dire cosa ci fosse in quello sguardo: non rabbia, forse un'enorme, tranquilla delusione.
«Come vuoi», disse piano.
Pronunciò una frase che lui non capì, né allora né dopo. Era una formula, in una lingua più antica della sua: Es Tina vejon a Tanan a ti nia gran. Poi lasciò cadere i rami a terra, si voltò verso il sentiero e, tra un passo e l'altro, non c'era più. Nessun rumore, nessuna ombra. Il sole di mezzogiorno sulle pietre, e basta.
Il contadino rimase un momento fermo, con il cuore che gli batteva forte. Poi, senza sapere perché, entrò in cantina.
Si fermò sulla soglia.
La cantina era piena. Piena fino all'altezza del ginocchio, fino agli scaffali, fino alla trave. Ma non di orzo. Di aghi d'abete, verdi e secchi, che pungevano e profumavano di resina, e non c'era un solo chicco, nemmeno uno, in tutto quel mucchio.
Cadde in ginocchio e ne prese una manciata. Gli aghi gli scivolarono tra le dita.
Capì allora, o credette di capire, quello che avrebbe potuto essere. Una cantina colma di grano, un inverno senza fame, un anno ricordato come l'anno fortunato. Gli bastava dire sì. Gli sarebbe bastato darle quel fascio di spighe, e fidarsi per una volta di qualcuno che non aveva chiesto niente.
Quella sera, e anche le sere dopo, lasciò un pezzo di pane sul davanzale della finestra, da cui pendeva un'imposta con una piccola apertura. Non ebbe risposta, né pane mangiato, né segni. Il pane restava lì, alla luce della luna, fino al mattino.
Io mi immagino che le Anguane non tornino due volte alla stessa porta. O forse osservano da lontano, e aspettano di vedere se uno, almeno, impara.
In ogni caso il contadino non dimenticò mai quella ragazza. Ogni volta che qualcuno bussava alla sua porta, di giorno o di notte, povero o straniero o sconosciuto, lui si ricordava di una scopa di rami d'abete, e apriva.
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