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Atlante dei Miti 0/300
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Una dea con l'elmo e lo scudo, con una civetta sulla spalla e un ramo d'olivo

dea della saggezzaAtene · mitologia greca

Atena

Athēnâ, in greco antico

per niente paurosa

Atena è la dea della saggezza, dell'intelligenza e delle arti, ma anche della strategia in guerra. La sua nascita è tra le più strane dei miti: uscì già adulta e con l'armatura dalla testa di Zeus. Si contese con Poseidone la protezione di una città: lui fece sgorgare una fonte d'acqua salata, lei fece crescere il primo olivo. Gli dèi scelsero l'olivo, e la città prese il suo nome: Atene. Nell'Odissea è lei che protegge e consiglia Ulisse durante il suo lungo viaggio.

Lo sai che… secondo la tradizione, il suo animale è la civetta, che vede anche al buio: per questo è diventata il simbolo di chi studia e sa.

La storia

Una mattina, sull'Olimpo, Zeus si svegliò con un mal di testa.

Non uno di quelli normali, che passano dopo una passeggiata. Era un mal di testa che bussava da dentro, forte e regolare, come se qualcuno vi stesse costruendo una casa. Zeus si tenne la fronte fra le mani, camminò avanti e indietro, bevve acqua, bevve nettare. Niente da fare. Gli altri dèi lo guardavano da lontano, senza osare dire una parola.

Perché Zeus, qualche tempo prima, aveva fatto una cosa strana. Aveva sposato Metis, la dea dei consigli, quella che sapeva sempre cosa fare. E poi, quando aspettava un figlio, l'aveva inghiottita. Tutta intera. Gli avevano detto che da lei sarebbe nato un bambino più forte di lui, e Zeus, che aveva già vinto contro suo padre, non ci teneva a ripetere la storia a parti invertite.

Solo che Metis, dentro, non era sparita.

«Efesto!» chiamò Zeus, a un certo punto, con la voce di chi non ne può più. «Prendi l'ascia. Aprimi la testa.»

Efesto, il dio fabbro, lo guardò. «Sei sicuro?»

«Non l'ho mai detto con più convinzione.»

Gli altri dèi trattennero il fiato. Efesto alzò l'ascia, la calò, ci fu un colpo secco. E dalla testa di Zeus, in una nuvola di luce, saltò fuori una ragazza.

Era alta, aveva gli occhi grigi come il mare in autunno, e portava un elmo, uno scudo e una lancia. Era già vestita da battaglia. Appena toccò terra lanciò un grido di guerra così alto, che il cielo tremò, il mare si alzò, e Elio, il Sole, fermò i cavalli per un istante.

Poi si guardò intorno, serena, e disse: «Salve a tutti. Che cos'è tutto questo rumore?».

Zeus rise, per la prima volta in tutta la mattina. Il mal di testa era sparito. «Questa», disse a tutti, «è mia figlia. Si chiama Atena.»

Atena era diversa da tutti gli altri. Non amava la guerra per la guerra, ma per la strategia: sapeva quando combattere e quando no. Non amava il chiasso, ma i piani. Se c'era un problema, lei lo guardava da tutte le parti, e prima o poi un lato lo trovava.

Un giorno ebbe un problema più grosso di tutti. Capitò in Attica, dove stava per nascere una nuova città. Una città così bella, che due dèi la volevano per sé.

L'altro era Poseidone, il signore del mare.

«Se la vince lui, avremo tempeste», disse Cecrope, il primo re del luogo. «E se la vince lei?»

«Avremo qualcosa», disse una vecchia. «Ma cosa, non lo so.»

Gli dèi stabilirono una gara. Ciascuno avrebbe fatto un dono alla città. Quello più utile avrebbe vinto.

Poseidone si presentò per primo. Salì sull'alta roccia, l'Acropoli, e vi piantò il suo tridente. La roccia si aprì, e ne sgorgò una sorgente. Gli abitanti si avvicinarono, curiosi, e la assaggiarono. Fecero una smorfia. L'acqua era salata, come il mare.

Poi toccò ad Atena.

Non fece rumore. Non usò il tridente né la lancia. Si chinò, mise un seme nella terra, e aspettò. Dalla roccia spuntò un germoglio sottile. In pochi istanti diventò un tronchetto, poi un albero, con le foglie argentate che si muovevano nel vento.

«È un olivo», disse Atena. «Dà olio per cucinare, olio per le lampade, legno per costruire, frutti da mangiare. Non è bello? Non è utile?»

Cecrope fu testimone di tutto. Poi gli dèi, i dodici, votarono. Dopo il conteggio, fu chiaro. Aveva vinto Atena.

Poseidone non la prese bene. Si scagliò sulla pianura vicina e la allagò, per vendicarsi. Ma ormai la città era di Atena, e prese il suo nome: Atene.

Naturalmente, nel frattempo, Atena continuava a occuparsi di un altro compito, il preferito. Proteggere un uomo che aveva più fantasia di chiunque altro.

Ulisse, dopo vent'anni di guerra e di viaggi, fu lasciato addormentato dai Feaci sulla spiaggia di Itaca. Si svegliò nella nebbia. Atena l'aveva avvolta intorno a lui, perché nessuno lo riconoscesse. Ulisse si guardò attorno, vide un porto sconosciuto, rocce sconosciute, alberi sconosciuti. Pensò che i marinai lo avessero ingannato. Si mise a piangere.

«Mi hanno portato in una terra lontana», disse a se stesso, «e hanno rubato i miei tesori.»

Gli si avvicinò un giovane pastore, elegante come un figlio di re, con un mantello sulle spalle e la lancia in mano.

«Buongiorno, straniero», disse. «Dove ti sei perso?»

«Dove sono?» chiese Ulisse.

«A Itaca.»

Ulisse si trattenne dal saltare dalla gioia. Era troppo furbo. Inventò sul momento una storia lunga, piena di pirati e di fughe, solo per non rivelare chi era. Il pastore lo ascoltò con gli occhi che brillavano, e a un certo punto scoppiò a ridere.

E prima che Ulisse potesse parlare, la figura cambiò: ora era una donna, alta, con gli occhi grigi.

«Che uomo!» disse Atena, e gli pizzicò la guancia. «Menti anche quando dici la verità. Questo mi piace di te. Io e te siamo fatti allo stesso modo: tutti e due amiamo i piani migliori.»

Poi sciolse la nebbia, e Ulisse vide, lentamente, come chi si risveglia da un sogno: i monti, il porto, l'olivo vicino alla grotta. Era davvero a casa.

«Adesso», disse Atena, «dobbiamo pensare. Io andrò a Sparta a chiamare tuo figlio Telemaco, che ti crede ancora lontano. Tu resta qui, da un amico fidato, e non parlare con nessuno. Nella tua reggia ci sono uomini che vogliono rubarti tutto. Non entrare come un re. Entra come un mendicante.»

Con un tocco della mano lo trasformò in un vecchio rattrappito, con gli abiti stracciati e la pelle rugosa. Ulisse si guardò le mani, e sorrise.

Era un buon piano. Era il piano di Atena, e Ulisse, che di piani se ne intendeva, riconobbe che quando una dea ragiona, anche i più furbi fanno bene ad ascoltare.

Perché Atena è fatta così: non vince con il rumore. Vince pensando un passo prima degli altri. Non a caso la città che scelse il suo olivo porta ancora il suo nome.

Parenti nel mondo

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Fonti

  • Esiodo, «Teogonia»
  • Omero, «Odissea»
  • Apollodoro, «Biblioteca», libro III
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music