
Beatrice Cenci
la ragazza di Ponte Sant'Angelo
paurosa
Questa è prima di tutto una storia vera. Beatrice Cenci era una giovane nobile romana del Cinquecento che, insieme alla sua famiglia, viveva con un padre violento e prepotente. Lo aveva denunciato, ma nessuno l'aveva aiutata. Il 9 settembre 1598 il corpo del padre fu trovato ai piedi della Rocca di Petrella Salto: Beatrice e i suoi familiari furono accusati e processati, e lei fu condannata a morte. Per i romani lei era una vittima, e la sua storia divenne leggenda: si racconta che ogni anno, nella notte tra il 10 e l'11 settembre, la sua figura attraversi il ponte davanti a Castel Sant'Angelo.
Lo sai che… la sua storia ha ispirato pittori e scrittori di tutta Europa, come il poeta inglese Shelley, che le dedicò una tragedia nel 1819.
La storia
Ci sono storie di Roma che non sono fantasmi. Sono ferite. E questa è una di quelle.
Beatrice Cenci nacque a Roma intorno al 1577, in una famiglia nobile, in un'epoca in cui il nome e il denaro valevano più della legge. Suo padre si chiamava Francesco. Nei documenti di quegli anni, e nei racconti che sono arrivati fino a noi, viene descritto con due parole: padre-padrone. Un uomo che in casa comandava con la paura.
Beatrice crebbe sotto quel comando. Subì anni di violenze, dice la tradizione, di quelle che non si raccontano ai bambini. Era giovane. Era sola. E a un certo punto decise di non sopportare più.
Fece quello che oggi ci sembra l'unica cosa giusta. Denunciò. Chiese aiuto.
Nessuno rispose.
A Roma, dicono le fonti, tutti sapevano che tipo di uomo fosse Francesco Cenci. Lo sapevano i vicini, lo sapevano i potenti, lo sapevano le autorità. Ma nessuno intervenne. Le richieste di Beatrice caddero nel silenzio.
Allora, secondo i documenti del processo, lei e alcune persone vicine alla famiglia presero una decisione terribile. Furono la matrigna Lucrezia, i fratelli Giacomo e Bernardo, l'amministratore della Rocca, Olimpio Calvetti, un servitore, Marzio da Fioran, e la stessa Beatrice. Decisero di uccidere Francesco.
Non scrivo come. Non serve. Basta sapere che il padre morì, e che cercarono di far sembrare la sua morte un incidente.
Ma non ci riuscirono. Il 9 settembre del 1598 il corpo di Francesco Cenci fu trovato in un orto, ai piedi della Rocca di Petrella Salto, nel Reatino, dove la famiglia viveva lontano da Roma. Le ferite, per i medici, non erano quelle di una caduta. Cominciarono le indagini.
Gli inquirenti arrestarono i sospettati. Li interrogarono. E, come si faceva in quel tempo, usarono la tortura. Alla fine ottennero quello che volevano: confessioni complete.
I giudici condannarono a morte Beatrice, Lucrezia e Giacomo. Per Bernardo, che aveva diciotto anni, la pena fu cambiata nella galera a vita.
Si dice che a Roma molte persone, nei giorni del processo, parteggiassero per Beatrice. Che pensassero a quello che aveva sopportato, e a quanto la giustizia l'avesse lasciata sola. Ma le fonti che ho letto non lo dicono con certezza, e quindi lo lascio come una voce.
All'alba dell'11 settembre 1599, Beatrice fu giustiziata. Aveva circa ventidue anni.
Fu sepolta in una tomba senza nome, nel cimitero della chiesa di San Pietro in Montorio, come si faceva con i condannati. Ma nemmeno quel riposo semplice le fu lasciato. Nel 1798, durante l'occupazione francese di Roma, dei soldati distrussero molte lapidi di quel cimitero, compresa la sua. I resti andarono dispersi. Non furono mai ritrovati.
La storia, però, non è sparita. Anzi.
Per più di due secoli, la vicenda di Beatrice ha attraversato l'Europa. Pittori come Guido Reni, poeti e romanzieri come Shelley e Stendhal si ispirarono a lei: Shelley, nel 1819, le dedicò una tragedia. Per tanti, in quella ragazza c'era l'ingiustizia di un mondo che non aveva saputo proteggerla.
E a Roma, dove ogni pietra ha la sua storia, nacque la leggenda.
Si racconta che, ogni anno, nella notte tra il 10 e l'11 settembre, qualcuno la veda. Cammina avanti e indietro sul ponte che porta a Castel Sant'Angelo, tra le statue degli angeli, dice la scheda. E tiene in mano la testa.
È una scena di fantasmi. Ma chi la racconta, spesso, non lo fa per spaventare.
Lo fa per ricordare. Che una ragazza, quattrocento anni fa, chiese aiuto, e nessuno la ascoltò.
E che sarebbe bello, oggi, ascoltare meglio.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
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Fonti
- Roma Capitale, Turismo Roma, «I fantasmi di Roma»
- Percy Bysshe Shelley, «The Cenci» (1819)
