
La Bella Addormentata della Majella
la ninfa Maja
per niente paurosa
Maja, la più bella delle Pleiadi, era madre di Ermes, figlio di Zeus. Quando il figlio fu ferito in battaglia, lei fuggì con lui dalla Frigia attraverso il mare e sbarcò al porto di Ortona. Salì sui monti a cercare un'erba che potesse guarirlo, ma la neve copriva ogni cosa e il figlio morì. Il suo corpo fu sepolto su una cima del Gran Sasso, che da lontano sembra proprio un gigante che dorme. Maja morì di dolore sulla montagna di fronte, che prese il suo nome: Majella. Da Chieti si vede il profilo di una donna sdraiata.
Lo sai che… il profilo della «Bella Addormentata» si riconosce davvero guardando la Majella dalla costa, nelle giornate limpide.
La storia
Vista dalla costa abruzzese, in una giornata limpida, la Majella sembra una donna che dorme. Si riconosce la fronte, il naso, il petto, le gambe lunghe, distese verso il mare. Molti abruzzesi la chiamano la Bella Addormentata, anche se c'è chi dà questo nome ad altre montagne, viste da altri lati. E raccontano perché dorme. Le versioni sono più d'una: cambiano il paese da cui arriva Maja, il modo in cui muore il figlio, perfino il suo nome. Questa è una di quelle.
Tutto cominciò molto lontano, in un paese chiamato Frigia, nel cuore dell'Anatolia, dove adesso c'è la Turchia. Era l'epoca in cui gli dèi camminavano fra gli uomini e le ninfe vivevano nei boschi. Tra queste ninfe, quella di cui parlavano tutti era una giovane chiamata Maja.
Maja era la più bella delle Pleiadi. Aveva i capelli scuri come la notte, gli occhi grandi, e una voce che faceva fermare gli uccelli. Era felice. Ma soprattutto era madre.
Il suo bambino, ormai cresciuto, si chiamava Hermes. Era figlio di Zeus, il re degli dèi. Era vivace, veloce, coraggioso. Un giorno, in una battaglia, venne ferito gravemente.
Maja lo sollevò tra le braccia. Lo vide pallido, sanguinante. E capì che in Frigia non c'era più posto per loro. Se fossero rimasti, i nemici li avrebbero trovati.
Così scappò. Prese il figlio, lo mise su una zattera, e si lanciò sul mare.
Dicono che la traversata fu lunga e dura. Giorni e giorni sull'acqua, con le onde che salivano e scendevano, con il sole che bruciava di giorno e il freddo che pungeva di notte. Maja non dormì mai. Teneva la mano sulla fronte del figlio, e gli parlava piano, per fargli sentire che c'era.
Finalmente, un mattino, comparve una costa. Una linea scura, bassa, con dietro dei monti. Era l'Abruzzo. La zattera arrivò al porto di Ortona, e Maja scese a terra con il figlio in braccio.
Ma non si sentiva ancora al sicuro. Cercò un rifugio. Salì su, verso i monti, e trovò una grotta, in alto, sul Gran Sasso. Lì nascose il figlio. Lo stese sul fondo, lo coprì, e lo curò come poteva.
Ma Hermes non migliorava. Il suo respiro si faceva sempre più corto. Maja capì che serviva un'erba, una pianta speciale che crescesse da qualche parte su quei monti e che potesse guarirlo.
Uscì dalla grotta. Ma fuori era arrivato l'inverno. La neve era alta, bianca, silenziosa, e copriva ogni cosa. Maja cercò per ore, per giorni, camminando nel gelo, con i piedi nudi e le mani congelate. Frugò sotto la neve, sotto le rocce, tra i cespugli secchi. Non trovò nulla.
Quando tornò alla grotta, era troppo tardi. Hermes era morto.
Maja rimase lì, immobile, accanto al corpo del figlio. Per giorni non mangiò, non bevve, non parlò. Fissava il vuoto, come se aspettasse che qualcosa cambiasse. Ma niente cambiò.
Alla fine, si alzò. Prese il corpo di Hermes tra le braccia e salì fino a una cima. Lì lo seppellì, sotto le stelle.
All'alba successe una cosa straordinaria. Quando la luce rosa illuminò la montagna, la gente del posto alzò gli occhi e vide che la cima non era più la stessa. Era più grande, più lunga, con un profilo preciso. Sembrava un uomo steso sulla schiena, con il petto che si alza e si abbassa. Un gigante che dorme. Era il corpo di Hermes, diventato montagna. Lo chiamarono il Gran Sasso.
Maja non ebbe più forza. Il dolore la consumò, come il fuoco consuma la cera. Morì poco dopo, sulle montagne davanti a quella di suo figlio. I suoi parenti la seppellirono con ghirlande e gemme.
E quando la gente rialzò lo sguardo, vide che anche lei era diventata montagna. Una montagna lunga, dolce, distesa, con il profilo di una donna. Una donna pietrificata dal dolore, con la faccia rivolta al mare, da dove era venuta.
Fu chiamata Majella, dal suo nome.
Gli abruzzesi dicono che la Majella sia la «madre di tutti». E raccontano che, in certi periodi dell'anno, sui pascoli più alti, i pastori sentono un suono sottile, portato dal vento, che sembra un lamento. È Maja che piange ancora.
Oggi i due monti si guardano da lontano, una di fronte all'altro. Lei, distesa. Lui, immobile. In mezzo, la valle e il mare.
E se ci sali in una sera di neve, e ti fermi un momento in silenzio, ricorda che ogni montagna ha una storia. E che questa è la storia di una mamma che ha cercato un'erba, e non l'ha trovata.
Parenti nel mondo
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