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Atlante dei Miti 0/300
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Una grande statua di pietra con una gonna di serpenti intrecciati e due teste di serpente al posto del volto

madre degli dèiCoatepec e Città del Messico · mitologie azteca e maya

Coatlicue

«gonna di serpenti», in nahuatl

paurosa

Coatlicue era la «gonna di serpenti» degli Aztechi, una dea madre che gli studiosi collegano alla terra. Mentre spazzava il tempio sul monte Coatepec, raccolse un batuffolo di piume caduto dal cielo e lo mise in seno, sotto la veste: così aspettò un figlio, il dio Huitzilopochtli. La sua figura faceva paura, perché la terra dà la vita ma accoglie anche i morti. La sua statua più famosa, alta più di due metri e mezzo, ha due teste di serpente al posto del viso e una gonna di serpenti intrecciati.

Lo sai che… quella statua fu trovata nel 1790 nella piazza principale di Città del Messico e fu risepolta; oggi è al Museo Nazionale di Antropologia.

La storia

Sul monte Coatepec, vicino a Tula, viveva una donna che faceva penitenza. Si chiamava Coatlicue, «quella dalla gonna di serpenti».

Ogni mattina, prima che il sole scaldasse le pietre, saliva al tempio in cima al monte con la scopa in mano, e spazzava. Spazzava il pavimento, i gradini, la polvere portata dal vento. Era un lavoro umile, ripetuto da tanti anni, e lei non pensava a nient'altro che a farlo bene.

Aveva molti figli. Una figlia, Coyolxauhqui, e quattrocento maschi, i Centzon Huitznahua, che stavano sempre insieme come uno stormo di uccelli.

Un mattino, mentre spazzava, dal cielo scese un piccolo batuffolo di piume sottili. Girò per un poco nell'aria, leggero, come se scegliesse dove posarsi. Coatlicue lo raccolse. Le piume erano così belle e morbide che non volle lasciarle in mezzo alla polvere. Se le mise sotto la veste, contro il petto, e tornò al suo lavoro.

Quando ebbe finito, andò a riprenderle. Non c'erano più.

Fu in quel momento che capì. Aspettava un figlio.

La notizia corse sul monte più in fretta del vento. I quattrocento la seppero per primi, e non la presero bene. Coyolxauhqui era la più furiosa di tutti. «Nostra madre ci ha coperti di vergogna», disse ai fratelli. «Chi è il padre? Nessuno lo sa. Dobbiamo uccidere nostra madre.»

Coatlicue li sentì parlare, e le prese una paura che le chiudeva la gola.

Per tutta la notte non chiuse occhio. Dalla valle arrivavano i bisbigli attorno ai fuochi, il raschiare della pietra sulle punte delle lance, il passo di qualcuno che andava e veniva. Lei restava seduta davanti al tempio, con la scopa appoggiata alla parete e le mani sul ventre, e ascoltava il buio come si ascolta un animale che gira intorno alla casa. Avrebbe potuto scappare. Non lo fece. Non sapeva ancora perché, ma qualcosa dentro di lei sembrava più sicuro di lei.

Fu allora che qualcuno le rispose. Una voce piccola, ma ferma, che veniva da dentro di lei.

«Non temere, madre. Io so cosa devo fare.»

Era il figlio che portava. Si chiamava Huitzilopochtli, e non era ancora nato.

I quattrocento, intanto, si preparavano alla guerra. Si legarono i capelli come i guerrieri, si vestirono di armi e di piume, si misero in fila dietro la sorella. Il rumore degli scudi si sentiva da lontano. Salivano il monte tutti insieme, e a ogni passo la montagna sembrava restringersi.

Ma uno di loro, Cuahuitlicac, non era d'accordo con gli altri. Corse avanti per un sentiero che i fratelli non conoscevano e arrivò in cima prima di loro. Cercò Huitzilopochtli, che parlava ancora dal grembo della madre, e gli disse a voce bassa: «Stanno venendo.»

«Dove sono?» chiese la voce.

«In fondo al sentiero.»

«Guarda bene, e dimmi quando sono più vicini.»

Cuahuitlicac scese a guardare, poi risalì. E ogni volta aveva una frase più corta. «Sono alla svolta.» «Sono a metà salita.» «Sono qui.»

La notte non fece in tempo a diventare mattina. I quattrocento arrivarono sulla cima del monte, con Coyolxauhqui davanti, tutti in silenzio, tutti con le armi in pugno. Coatlicue era immobile davanti al tempio. Non gridò, non si coprì il viso. Guardò i suoi figli salire, uno dopo l'altro, e non riuscì a odiarli: erano i suoi figli.

E in quell'istante nacque Huitzilopochtli.

Non venne al mondo come un bambino. Venne come un guerriero. Aveva già lo scudo e i dardi, il volto dipinto, una gamba coperta di piume. Sulla spalla portava un serpente di fuoco, un xiuhcoatl, che brillava come una brace blu.

Coyolxauhqui fu la prima a cadere. Non ci fu il tempo di gridare. Cadde dalla cima, rotolò giù per il pendio, e a valle rimase ferma, sulle pietre. Il monte la ricevette.

I fratelli corsero via. Huitzilopochtli li inseguì, e li inseguì fino in fondo, quattro volte intorno alla montagna, come un cacciatore insegue un branco spaventato. Gridavano, supplicavano, chiedevano di fermarsi. Lui non si fermò. I pochi che restarono vivi fuggirono verso sud, e nessuno li rivide.

Quando il silenzio tornò, sul monte c'era solo il vento.

Coatlicue era ancora davanti al tempio. Non aveva più paura, ma non sorrideva. Era la madre di un dio, e la madre di quattrocento figli che non c'erano più. Dicono che nessuno pianse sulla montagna di Coatepec in quei giorni. Eppure, nella luce del mattino, la donna si chinò, raccolse la scopa dove era caduta e riprese a spazzare, come ogni giorno, dal primo gradino.

Forse perché la terra è così. Dà la vita, e dà la fine, e continua a spazzare.

Molti secoli dopo, nel 1790, a Città del Messico, degli operai scavarono nel centro della piazza principale e urtarono qualcosa di duro. Era una statua di pietra, più alta di un uomo, più larga di una porta. Una donna senza volto. Al posto della testa, due grandi teste di serpente che si guardano. Una gonna fatta di serpenti intrecciati. Mani e piedi con artigli. Una collana fatta di mani e di cuori scolpiti nella pietra, con un teschio al centro del petto.

Chi la vide non riuscì a dimenticarla. La statua fu tirata fuori, studiata, e poi di nuovo sepolta. Più tardi tornò alla luce.

Oggi è al Museo Nazionale di Antropologia, in una sala silenziosa, e i ragazzi che arrivano in gita si fermano davanti a lei più a lungo che davanti alle altre. Alcuni abbassano la voce senza sapere perché.

Gli studiosi dicono che quella statua è Coatlicue. Alcuni dicono anche che gli antichi abitanti di Tenochtitlan la guardavano con rispetto e con timore, perché in lei vedevano insieme la madre e la tomba. Ma il racconto di Sahagún non lo spiega. Lo lascia così: una donna, una scopa, un batuffolo di piume caduto dal cielo.

Tutto il resto è venuto dopo.

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Fonti

  • Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino», libro III (circa 1577)
  • Museo Nacional de Antropología, Città del Messico, «Coatlicue»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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