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Atlante dei Miti 0/300
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Un dio con la testa di cane che accompagna un piccolo sole sotto terra, vicino a un fiume con un axolotl rosa

dio dalla testa di caneMictlán, il regno dei morti · mitologie azteca e maya

Xólotl

Xōlotl, in nahuatl

un po' paurosa

Xólotl era il dio dalla testa di cane, fratello gemello o compagno di Quetzalcóatl. Secondo altre tradizioni era il dio dei fulmini, dei gemelli e di tutto ciò che è strano e doppio, accompagnava il sole quando di sera scendeva sotto terra e guidava le anime dei morti nel Mictlán, aiutandole ad attraversare un fiume. Un racconto narra che, per non essere sacrificato, Xólotl scappò cambiando forma: diventò una pianta di mais doppia, poi un agave, e infine si tuffò nell'acqua diventando un animaletto, l'axolotl.

Lo sai che… l'axolotl, la salamandra messicana che sorride, porta il suo nome; e anche lo xoloitzcuintle, un antico cane messicano senza pelo.

La storia

Una volta, in un tempo molto lontano, un dio ebbe paura.

Succedeva a Teotihuacan, e il mondo era ancora buio. Non c'era il sole, non c'era la luna, non c'era il giorno. Gli dèi si erano riuniti intorno a un grande fuoco per decidere chi di loro sarebbe diventato il sole.

Due si erano fatti avanti. Uno era ricco e splendente, vestito di piume e di gioielli. L'altro era povero e malato, con la pelle coperta di piaghe, e quasi nessuno lo guardava. Il ricco si avvicinò alle fiamme e si fermò: faceva troppo caldo. Ci riprovò, e si fermò di nuovo. Quattro volte provò, e quattro volte si tirò indietro.

Allora il povero chiuse gli occhi e saltò.

Dopo di lui, vergognandosi, saltò anche l'altro, e il fuoco prese tutti e due. Il mondo restò per un momento in un silenzio tale che si sentiva scoppiettare la legna. Poi, all'orizzonte, qualcosa cominciò a farsi rosso.

Il sole era nato. Si alzò lentamente, grande, del colore del rame, e rimase fermo.

Proprio fermo. Come una grande moneta incollata al cielo. Gli dèi lo fissarono, uno dopo l'altro, e nessuno trovava una parola. Il sole c'era, ma non camminava. Se non camminava, non ci sarebbero stati né giorni, né notti, né stagioni. Ogni cosa avrebbe aspettato in eterno.

Fu uno di loro a dirlo ad alta voce. «Così non va. Il sole è nato ma non si muove. Perché si muova, noi dobbiamo dargli la nostra vita.»

Un silenzio lungo, nel buio. Poi uno degli dèi annuì. Poi un altro. Uno alla volta tutti accettarono, perché non c'era un'altra strada.

Tutti, tranne uno.

Xólotl era il dio dalla testa di cane. Era il gemello di Quetzalcóatl, o il suo compagno, e in lui tutto era doppio: ogni cosa che esisteva sembrava avere un'ombra accanto. Quando venne il suo turno, la bocca gli si aprì, ma la parola che doveva dire non uscì.

«No», disse. E poi più forte: «Io non voglio morire.»

Gli altri lo guardarono. Nessuno lo rimproverò. Qualcuno abbassò gli occhi, qualcuno girò la testa verso il fuoco. Tra tutti quegli dèi non ce n'era uno che avesse una risposta migliore della sua: anche loro avevano paura, e avevano detto di sì lo stesso. Ma il sole non poteva muoversi, e il vento, Ehécatl, già aspettava.

Xólotl cominciò a piangere. Pianse così forte che gli occhi gli si gonfiarono fino a diventare due fessure, rosse, lucide, piene di lacrime. Poi si voltò, e scappò.

Corse fuori dal cerchio del fuoco, dentro la notte. Le pietre gli ferivano i piedi. Dietro di lui si sentiva solo il respiro del vento.

Davanti a sé vide un campo di mais, alto, fitto, che ondeggiava nel buio. Si gettò in mezzo alle piante e cambiò forma. Diventò una pianta di mais, ma non una qualsiasi: una pianta con due fusti uguali, nati dalla stessa radice. Una pianta doppia. Perché doppio, in lui, era ogni cosa.

Restò immobile tra le foglie, trattenendo il fiato. Sentiva il proprio cuore battere così forte che gli pareva di essere la cosa più rumorosa del mondo. Fuori dal campo, qualcuno camminava piano, e le foglie frusciavano.

«Eccolo», disse una voce. «Il mais con due fusti.»

Non c'era più niente da fare. Xólotl schizzò fuori e corse via.

Più lontano vide un campo di maguey, la pianta dalle foglie larghe e carnose. Si nascose lì, e diventò un maguey doppio, con due piante che crescevano da una sola. Questa volta non respirava neppure. Le spine gli pungevano la pelle. Sentì dei passi che si avvicinavano, si fermavano, ripartivano.

Per un momento credette di essersi salvato.

«Eccolo», disse di nuovo la voce. «Il maguey che ne ha due.»

Xólotl scappò ancora. Non aveva più fiato, non aveva più forza. Le gambe erano di piombo, la gola bruciava. Davanti a lui, nella notte, luccicò qualcosa di nero e liscio: l'acqua.

Si tuffò.

E nell'acqua cambiò un'ultima volta. Diventò un animaletto piccolo, dalla pelle chiara, con ciuffi sottili ai due lati della testa come piume, e andò a nascondersi sul fondo, dove l'acqua è più scura. Quell'animale ha un nome che viene da lui: axolotl.

Per un po' non successe niente. L'acqua si richiuse sopra di lui e tornò liscia come uno specchio.

Poi lo videro.

Il Codice non si dilunga su questo. Dice che lo trovarono, che lo presero, e che anche Xólotl diede la sua parte. Lo dice in poche parole, e noi facciamo lo stesso, perché non c'è niente di bello da aggiungere.

Quando tutto fu compiuto, il vento Ehécatl soffiò. Soffiò con tutta la sua forza, e il sole, che era rimasto fermo per tanto tempo, si mosse. Fu un movimento lento, appena un passo. Poi un altro. La luce si allargò sulle montagne, sui campi di mais, sul lago. Era il primo giorno.

È una storia difficile da raccontare, perché Xólotl non fa niente di eroico. Non vince nessuno, non salva nessuno. Ha paura, e scappa, e si nasconde nei posti sbagliati. È il dio che, più degli altri, somiglia a noi.

Forse per questo, dicono, il suo nome è rimasto.

Oggi, se andate a sud di Città del Messico, nei canali di Xochimilco, tra le barche colorate, potete incontrare un animale che non somiglia a nessun altro. È una salamandra rosa o grigia, con tre ciuffi di branchie su ogni lato, che sembrano corna di velluto, e una bocca che sembra sempre sorridere. È l'axolotl. Passa la vita nell'acqua, come se avesse deciso di non uscire più.

E in Messico c'è anche un cane antico, senza pelo, con la pelle liscia e calda, che si chiama xoloitzcuintle: il cane di Xólotl.

Il sole si leva ancora ogni mattina. Il dio dalla testa di cane non si vede. Ma l'acqua, certe sere, quando è ferma, ha ancora il colore di una notte in cui qualcuno è scappato.

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Fonti

  • Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino», libro VII (circa 1577)
  • «Leyenda de los Soles» (1558)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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