
Fenrir
Fenrisúlfr, il lupo Fenrir
paurosa
Fenrir è un lupo, figlio di Loki, che gli dèi allevarono da cucciolo ad Asgard. Ma cresceva così in fretta, e diventava così forte, che le profezie annunciarono che sarebbe stato pericolosissimo. Gli dèi provarono a legarlo con catene sempre più grosse, e lui le spezzò tutte. Allora chiesero ai nani una catena magica, Gleipnir, sottile come un nastro di seta, fatta con cose che non esistono, come il rumore dei passi di un gatto e la barba di una donna. Quella catena Fenrir non riuscì a romperla.
Lo sai che… secondo le profezie, Fenrir si libererà solo alla fine del mondo, il Ragnarök.
La storia
Nessuno ha paura di un cucciolo di lupo.
Quando Fenrir arrivò ad Asgard, la città degli dèi, aveva le zampe troppo grandi per il corpo e un modo goffo di inciampare nelle code dei cani. Gli dèi lo guardavano e sorridevano. Era figlio di Loki, il dio dalle mille astuzie, e della gigantessa Angrboða. I suoi fratelli, il serpente Jörmungandr e la ragazza Hel, erano già stati mandati lontano da Odino, il padre degli dèi: il serpente gettato nel mare profondo, Hel nel regno dei morti. Il lupo, invece, lo tennero in casa.
Ma il lupo cresceva.
Cresceva ogni giorno, e non come crescono i cani, a poco a poco. Cresceva come la marea, un po' di più a ogni alba, senza fermarsi mai. Dopo un mese le zampe non erano più goffe. Dopo un anno il suo ringhio faceva tremare le coppe sulle tavole. Gli dèi smisero di sorridere. Smisero anche di avvicinarsi, tutti tranne uno: Tyr, il più coraggioso di loro, l'unico che osava portargli la carne ogni giorno. Lo faceva senza mai distogliere lo sguardo.
Le profezie, intanto, dicevano tutte la stessa cosa. Da quella famiglia sarebbe venuto un grande male, e il lupo sarebbe stato la rovina degli dèi. Eppure nessuno alzò la spada. Asgard era un luogo sacro, e gli dèi non volevano macchiarlo con il sangue di nessuno, nemmeno di una bestia che, dicevano le profezie, un giorno avrebbe ucciso Odino in persona.
Decisero di legarlo.
Fecero forgiare una catena molto robusta, di nome Leding, e la portarono al lupo con un sorriso quasi vero.
«Dicono che chi spezza una catena così si guadagni gran fama» disse uno di loro. «Perché non provi?»
Fenrir li guardò, uno per uno. Si lasciò legare. Gli dèi fecero un passo indietro, poi un altro. Il lupo si stirò appena, come chi si sveglia al mattino, e la catena scoppiò. Gli anelli rotolarono lontano con un rumore di campane rotte.
Nessuno parlò. Poi gli dèi ne fecero un'altra, due volte più forte, e la chiamarono Dromi.
«Questa è ancora meglio» dissero. «Se riesci a romperla, nessuno nei nove mondi avrà la tua forza.»
Fenrir osservò a lungo la catena. Sospettò che nascondesse un inganno. Ma pensò anche che da quando aveva spezzato la prima era cresciuto ancora, e che chi vuole farsi un nome deve correre qualche rischio. Si lasciò legare di nuovo. Quando si scosse, stavolta, il pavimento tremò. Dromi si spezzò in due, e i pezzi volarono lontano.
Quella notte, ad Asgard, gli dèi non dormirono.
Odino chiamò Skírnir, il messaggero di Freyr, e lo mandò giù, nelle viscere della terra, nel paese dei nani. I nani si misero al lavoro nelle loro fucine, dove non entra mai il sole, e quando Skírnir risalì teneva fra le mani un nastro.
Un semplice nastro, liscio e morbido come la seta.
Si chiamava Gleipnir, e non era fatto di ferro. I nani l'avevano intrecciato con sei cose: il rumore dei passi di un gatto, la barba di una donna, le radici di una montagna, i tendini di un orso, il fiato di un pesce, la saliva di un uccello. Sono cose che non esistono, e infatti, dice la storia, oggi non esistono più: sono finite tutte nel nastro. Per questo i gatti camminano senza far rumore e le donne non hanno la barba.
La prova fu fatta in un posto lontano da tutto: un'isola chiamata Lyngvi, in mezzo a un lago nero, Amsvartnir. Attorno non c'era niente, soltanto il vento fra i giunchi e un'acqua così ferma che sembrava di pietra. Gli dèi vi portarono Fenrir e gli mostrarono il nastro.
«Prova a romperlo» dissero, e lo tirarono fra le mani, per mostrare quanto era fragile. «Sembra poco, lo sappiamo. Ma è più solido di quanto pensi.»
Il lupo non si mosse.
«Non mi pare una gran cosa» disse piano. «Non c'è gloria nello spezzare un nastro così. Ma se è stato fatto con astuzia, anche se sembra sottile, non lo metterete addosso a me.»
«Hai spezzato il ferro» risposero gli dèi. «Che cosa vuoi che sia una striscia di seta? E se non ci riesci, vorrà dire che non sei da temere, e ti lasceremo andare.»
Fenrir li fissò. Per la prima volta, forse, ebbe paura anche lui.
«Se mi legate in modo che io non possa liberarmi» disse, «mi lascerete qui, e prima che qualcuno mi aiuti passerà molto tempo. Non voglio essere legato. Ma per non farmi chiamare vigliacco, lo farò a una condizione: uno di voi metta la mano nella mia bocca. Sarà il pegno che non c'è inganno.»
Gli dèi si guardarono.
Nessuno si mosse. Nessuno parlò. Sul lago passò un soffio di vento e i giunchi tremarono. Ognuno aveva capito, nello stesso istante, che cosa sarebbe successo a quella mano, e nessuno aveva voglia di diventare il pegno.
Poi Tyr fece un passo avanti e mise la mano destra fra i denti del lupo.
Gli dèi stesero Gleipnir intorno al corpo di Fenrir. Il lupo si tese, si spinse, tirò con tutte le sue forze, e il nastro che sembrava di seta non cedette. Anzi, più lui si dibatteva, più Gleipnir si stringeva.
Gli dèi risero. Risero tutti, tranne Tyr. Perché quando il lupo capì che non c'era più niente da fare, serrò le mascelle, e Tyr non ebbe più la mano destra.
Presero allora un cordone, di nome Gelgja, e lo fecero passare nel nastro. Lo legarono a una lastra enorme di roccia, Gjöll, che affondarono nella terra. Sopra la lastra misero un macigno ancora più grande, Thviti, e lo piantarono ancora più giù.
Fenrir spalancò le fauci, per mordere ancora. Allora uno degli dèi gli infilò una spada fra le mascelle: l'elsa appoggiata sotto, la punta contro il palato, in modo che non potesse più chiudere la bocca. Dalla gola gli colò un fiume di bava, che prese il nome di Ván e non si è più fermato.
Gli dèi tornarono ad Asgard senza parlare. In fondo a un lago, su un'isola, un lupo aspettava nel buio con la bocca spalancata e un nastro più sottile di un dito intorno al corpo.
Lì resterà, dicono i canti, fino al giorno in cui il mondo finirà.
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Fonti
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa», «Gylfaginning»
