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Atlante dei Miti 0/300
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Un'aquila d'oro con le ali aperte che stringe un fulmine negli artigli, sopra un tempio con le colonne

re degli dèiCampidoglio, Roma · mitologia romana

Giove

Iuppiter, in latino

un po' paurosa

Giove era il re degli dèi romani, il signore del cielo, della luce e del fulmine. I Romani gli attribuirono molte storie dello Zeus greco, ma per loro era soprattutto il protettore dello Stato. Il suo tempio più importante era sul Campidoglio. Secondo Livio, Romolo gli promise un tempio con il nome di Giove Statore, perché fermasse la fuga dei Romani. Quando un generale vinceva una grande guerra, sfilava per Roma nel «trionfo» e saliva proprio fino al tempio di Giove per ringraziarlo. Il suo simbolo era l'aquila.

Lo sai che… secondo Plinio il Vecchio, l'aquila diventò l'insegna fissa delle legioni romane con Gaio Mario, nel 104 avanti Cristo.

La storia

Prima che ci fosse una città, il Campidoglio era un colle di rovi.

Lo racconta Virgilio. Una sera, un vecchio re di nome Evandro conduceva Enea a vedere i luoghi del suo piccolo regno. Passavano fra capanne di paglia. Dove oggi c'è il Foro pascolavano i buoi, e il loro muggito arrivava fino ai due uomini. Evandro mostrava ogni cosa con orgoglio: una porta, una grotta, un bosco. Enea ascoltava e guardava. Gli sembrava un regno piccolo, ma a Troia non gli era rimasto più nulla, e quei posti gli parevano promettere qualcosa.

Salirono su un'altura coperta di spine e di alberi. Il sole stava calando, e le ombre degli alberi si allungavano sulla roccia.

«Qui», disse Evandro, e abbassò la voce. «Questo colle, con la sua corona di foglie, ha dentro un dio. Quale dio, non so. Gli Arcadi, i miei, credono di aver visto Giove in persona, quando scuote con la destra lo scudo nero e raduna i temporali.»

I contadini della zona, spiega Virgilio, avevano paura di quel posto. Tremavano davanti al bosco e alla roccia, anche se non avrebbero saputo dire perché. Il colle era già sacro, prima ancora che qualcuno gli desse il nome di un dio.

Secoli dopo, sul colle ci sarebbe stato un tempio con il tetto d'oro. Prima, però, ci fu una battaglia.

Roma era nata da poco. Romolo, il suo primo re, aveva appena fondato la città sul Palatino, e già aveva contro i Sabini, il popolo vicino. Per colpa di una ragazza romana che aveva tradito, i Sabini si erano impadroniti della rocca, in alto sul Campidoglio. Di lì scesero in battaglia, nella valle che separava i due colli.

La lotta fu dura. Nella valle la polvere saliva fino al cielo, e si sentivano soltanto urla e ferro che batteva sul ferro. Il comandante romano cadde, e i soldati cominciarono a indietreggiare. Poi a scappare. Il loro capo sabino, Mezio Curzio, li inseguì da cavallo per tutta la valle, e li spinse fino alla vecchia porta del Palatino.

Romolo, trascinato dalla folla in fuga, si fermò di colpo, con la polvere sul viso e il fiato corto. Alzò le armi al cielo.

«Giove», disse. «Fu per un tuo segno che gettai qui, sul Palatino, le prime fondamenta di questa città. I Sabini hanno la rocca, comprata con un tradimento, e adesso scendono armati fino a noi. Tu, padre degli dèi e degli uomini, almeno da qui respingi i nemici. Togli la paura ai Romani e ferma questa fuga vergognosa. E io ti prometto un tempio, qui, a Giove Statore: perché i nostri discendenti sappiano che la città è stata salvata dal tuo aiuto.»

Statore vuol dire «colui che ferma». Era il nome giusto per quel momento.

Per un istante nel campo non si sentì niente, nemmeno i cavalli. Poi, appena ebbe finito, come se avesse sentito la preghiera, Romolo gridò: «Romani! Da qui Giove Ottimo Massimo vi ordina di fermarvi e di combattere di nuovo!».

I soldati si fermarono. Livio dice che fu come se una voce fosse scesa dal cielo. Quanti l'avessero sentita davvero non lo dice nessuno. Si voltarono, e Romolo era già in prima fila, davanti a loro. Mezio Curzio, sentendo il rumore dei Romani che tornavano, spronò il cavallo: il cavallo si spaventò e lo gettò in una palude. La battaglia ricominciò.

Finì quando le donne dei due popoli, con i capelli sciolti, si misero in mezzo alle lance. Ma questa è un'altra storia, e finì bene: i due popoli ne fecero uno solo.

Passarono molti re. L'ultimo, Tarquinio, voleva finire il tempio che suo padre aveva promesso a Giove sul colle. Era un lavoro grande. Il denaro per le fondamenta veniva dal bottino di una città conquistata in guerra, Suessa Pomezia. Chiamò operai da tutta l'Etruria, e per mesi sul colle non si sentì altro che il rumore degli scalpelli.

Il colle, però, era già pieno di altari e di cappelle, dedicati a molti dèi. Prima di costruire bisognava chiedere il permesso a ciascuno. Gli indovini consultarono i segni, e uno dopo l'altro gli dèi acconsentirono a spostarsi.

Tutti, tranne due.

Termine, il dio dei confini, e la Giovinezza non si mossero. Gli indovini lo interpretarono come un buon segno: se Termine non si sposta, i confini di Roma non si sposteranno. Se la Giovinezza non se ne va, la città non invecchierà. Gli altari restarono dove erano, dentro il tempio di Giove.

Poi gli operai cominciarono a scavare le fondamenta, e a un tratto uno di loro smise di lavorare.

Aveva trovato una testa. Una testa umana, intera, con il volto intatto, come di chi si fosse addormentato nella terra.

Gli operai si fermarono tutti a guardare. Nessuno parlava. Il vento si mosse sul colle, e la polvere ricadde piano intorno agli scavi. Di chi fosse quel volto non si seppe mai. Era lì, e basta, e sembrava aspettare.

Mandarono a chiamare gli indovini di Roma e quelli dell'Etruria, e tutti dissero la stessa cosa. Quella testa voleva dire che lì sarebbe stata la rocca dell'impero e la testa del mondo. Dalla terra, il dio aveva risposto.

Da quel giorno, per i Romani, il Campidoglio fu la casa di Giove Ottimo Massimo, il più grande e il migliore dei loro dèi. Per secoli, a Roma, nessun luogo fu più sacro di quello.

Tutto questo cominciò con una preghiera in una battaglia quasi persa, una sera di spine, un colle che già faceva paura prima di avere un tempio.

E quando il cielo sopra Roma si fa scuro, e i temporali si radunano sopra i tetti, c'è ancora chi alza gli occhi. Non è sicuro di cosa cercare. Ma sa, come i pastori di Evandro, che quel colle ha un dio dentro.

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Fonti

  • Tito Livio, «Storia di Roma»
  • Virgilio, «Eneide»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music