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Atlante dei Miti 0/300
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Un omino vestito di rosso che ride accanto a un'impronta piccola sul sentiero del bosco

follettoDolomiti bellunesi e Feltrino · Veneto

Il Mazzariol

Mazaròl o Mazzaruò, nei dialetti veneti e ladini

un po' paurosa

Il Mazzariol è un omino vestito di rosso che abita i boschi del Bellunese. Chi pesta per sbaglio una sua impronta perde la strada e gira in tondo, confuso, finché il folletto non decide di lasciarlo andare. Una storia famosa, raccontata soprattutto nel vicino Primiero, dice che rapì una ragazza, Ninetta, e che lei imparò da lui a fare il formaggio, il burro e la tosela, e quando tornò a casa insegnò tutto al suo paese.

Lo sai che… nella valle dell'Ansiei si dice che il riflesso rosso sulla roccia al tramonto sia la giacchetta del Mazzaruò, rimasto imprigionato lassù.

La storia

C'era un tempo in cui, a Primiero, nessuno sapeva fare il formaggio.

Le mucche davano il latte, e il latte si beveva fresco, o si lasciava inacidire, o si buttava. Nessuno sapeva come trasformarlo in qualcosa che durasse tutto l'inverno. E di inverni, in quella valle, ne arrivano di lunghi.

Chi lo sapeva, invece, abitava nel bosco. Era un folletto vestito di rosso, e lo chiamavano il Mazaròl.

Era un burlone, a modo suo. Nelle altre storie dello stesso folletto, raccontate più a nord, nel Cadore, dove lo chiamano Mazzaruò, si dice che si divertisse a far perdere la strada ai viandanti. Aveva un trucco: lasciava lungo i sentieri le sue orme, che nessuno riusciva a vedere. Ma se qualcuno ci metteva il piede sopra, senza accorgersene, era finita. Doveva seguire quel cammino fino in fondo, per boschi, per dirupi e per mughi, finché non sapeva più dove si trovava. E quando il povero malcapitato si ritrovava sperduto, dal buio del bosco si sentiva una risata, e un'eco che rimbalzava sulle pareti.

Un giorno, Ninetta uscì a fare due passi.

Era una ragazza giovane, di Primiero. Non aveva fretta, non aveva un lavoro da portare a termine, voleva solo godersi un po' di sole su una strada che conosceva bene. Camminava e pensava a niente, come si fa a quell'età.

Mise il piede in un punto dove l'erba era appena piegata. Non c'era niente, nessun segno. Eppure, subito dopo, sentì una cosa strana: come se il sentiero fosse diventato più lungo, e il paese più lontano.

Si voltò. Dietro di lei non c'era più la strada. E davanti a lei c'era un omino vestito di rosso, con un sorriso che non prometteva niente di buono.

«Hai pestato la mia orma», disse il Mazaròl. «Ora vieni con me.»

Ninetta provò a urlare. Ma le urla in quel bosco facevano eco e tornavano indietro, e nessuno, al paese, le sentì.

La portò via con sé, in un posto nascosto. E lì Ninetta divenne la sua serva, la sua «schiava», dice chi racconta ancora questa storia.

Ma il folletto, senza accorgersene, le insegnò tutto. Perché per aiutarlo doveva guardare, e per guardare doveva capire. Imparò a trattare il latte, a farlo cagliare, a lavorarlo fino a ottenere il formaggio. Imparò a sbattere la panna per il burro. Imparò a fare la tosela, il formaggio fresco che ancora oggi si fa in quelle valli. Giorno dopo giorno, Ninetta sapeva sempre di più, e il Mazaròl, guardandola, a volte si pentiva di averle mostrato troppo.

Le giornate erano tutte uguali, e in quel posto nascosto il tempo sembrava non passare. Si alzava con la luce, scaldava il latte sul fuoco, lo rimestava con pazienza, controllava il siero. Il Mazaròl le stava sempre alle spalle, senza farsi sentire, e quando lei sbagliava rideva sottovoce. Ninetta imparò a non sbagliare. Imparò anche a stare zitta, e a ricordare ogni gesto, come si fa con una canzone che non si vuole perdere.

Passò molto tempo. Ninetta sentiva la mancanza della sua casa, e finalmente trovò il coraggio di dirlo.

«Voglio tornare al paese.»

Il Mazaròl rimase zitto. Se la lasciava andare, lei avrebbe raccontato tutto. I suoi segreti, che erano la sua forza, sarebbero finiti nelle bocche di tutti. Lui non poteva permetterlo.

Ma non voleva nemmeno tenerla per sempre. E allora trovò un'astuzia.

«Va bene», disse. «Ma prima bevi questo.»

Le porse una scodella di latte. Era il latte di una capra nera.

Ninetta lo bevve, perché aveva sete e perché si fidava, per un attimo. Poi il mondo le si fece nebbioso, come un vetro appannato.

Quando tornò al suo paese, nessuno la riconobbe, e lei non riconobbe nessuno. Camminava per le strade guardandosi intorno come una straniera. Le chiesero chi fosse, dove fosse stata. Lei apriva la bocca per rispondere, e non trovava niente. Né un nome, né un luogo, né un ricordo.

La gente di Primiero era convinta che dietro quel mistero ci fosse il Mazaròl. Tentarono di farle tornare la memoria in tutti i modi: le mostrarono cose, le raccontarono storie, le chiamarono per nome. Niente.

Fino al giorno in cui qualcuno, forse per caso, le offrì da bere. Era latte di una capra bianca.

Ninetta lo bevve. E all'improvviso il velo cadde. Il bosco, la risata, le orme che non si vedono, la casa del folletto, e il formaggio. Tutto tornò, tutto insieme.

Parlò per ore. Raccontò quello che le era successo, e poi non si limitò a raccontare: mostrò. Prese il latte, il caglio, la panna. Insegnò a tutti come si fa il burro e come si fa la tosela. Da quel giorno, a Primiero, l'inverno diventò meno duro.

Il Mazaròl, quando seppe, si arrabbiò. Poi, a sorpresa, si addolcì. Venne a cercarla, e la pregò: «Ninetta, torna da me. Ho ancora un segreto da insegnarti. L'ultimo.»

Ma Ninetta lo guardò, e non aveva più paura, né pena. Scosse la testa. Poi, senza dire una parola, voltò le spalle e corse via, più veloce che poté, finché la voce del folletto non fu soltanto un'eco in fondo al bosco.

Quell'ultimo segreto, il Mazaròl lo tenne per sé. Era il modo di ricavare la cera dal siero, quello che resta quando il latte è diventato formaggio.

Ed è per questo, dicono, che a Primiero tutti sanno fare il burro e il formaggio, e nessuno ha mai saputo fare quella cera.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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