
Il Monachicchio
«munaceddu», piccolo monaco
un po' paurosa
In Basilicata i monachicchi sono spiritelli piccoli e allegri, con un cappuccio rosso, che corrono per le case. Fanno il solletico sotto i piedi, rovesciano i bicchieri di vino, nascondono gli oggetti, danno pizzicotti, tirano i capelli e fischiano come zanzare. Non sono cattivi, sono dispettosi: i loro scherzi sembrano un gioco. Sono velocissimi e difficili da afferrare: l'unico modo per acchiapparne uno, si dice, è strappargli il cappuccio rosso con una mossa fulminea.
Lo sai che… lo scrittore Carlo Levi, mandato al confino in Lucania, raccontò dei monachicchi nel suo libro più famoso, «Cristo si è fermato a Eboli» (1945).
La storia
In Lucania, che oggi chiamiamo Basilicata, nelle sere d'inverno, quando il fuoco si spegneva e le candele tremavano, le famiglie sapevano di non essere sole in casa.
C'erano i monachicchi.
Chiamarli «spiriti» sarebbe sbagliato. Gli spiriti fanno paura. I monachicchi, i vecchi li chiamavano anche munaceddi, facevano dispetti, e lo scrittore Carlo Levi, quando fu mandato in quelle terre, tanti anni fa, li definì con una parola precisa: innocenti.
Li aveva sentiti raccontare dai contadini. E li aveva descritti nel libro che lo rese famoso, «Cristo si è fermato a Eboli». Sono piccoli, rapidissimi, con un berretto rosso in testa. Corrono per la casa a una velocità tale che nessuno riesce ad afferrarli. Hanno una specie di bizzarria saltellante e giocosa, dice Levi, come bambini che non hanno mai smesso di giocare.
Che cosa fanno?
Immaginiamo una notte qualsiasi, in una casa di un paese di montagna. Una ragazza dorme nel letto grande, sotto tre coperte di lana. La luna è alta. Fuori, il vento passa tra i vicoli. Dentro, tutto è tranquillo.
Poi, piano piano, qualcuno le fa il solletico sotto i piedi.
Lei si muove, tira via la gamba, si gira dall'altra parte. Il solletico ricomincia. Allora apre gli occhi. Non c'è nessuno. Ma in fondo al letto, per un attimo, vede un berretto rosso che si abbassa dietro il bordo del materasso. E sente una risatina, sottile e svelta, come quella di un bambino che si è nascosto.
Si mette a sedere. Cerca la candela. In cucina, qualcosa cade: un bicchiere di vino, rovesciato sul tavolo. Poi un cucchiaio sparisce dal cassetto. Poi un pizzicotto sul braccio, poi uno strattone ai capelli. Poi, vicino all'orecchio, un sibilo sottile, come una zanzara che non punge.
I monachicchi fanno così. Non ti vogliono male. Ti vogliono svegliare, spaventare un po', farti correre per la casa. Per loro è un gioco.
E per chi vuole liberarsene?
Qui bisogna ricordare quello che raccontano i vecchi, a bassa voce. Per prendere un monachicchio, c'è un solo modo: bisogna essere velocissimi. Una mossa sola, rapida come un lampo, per afferrargli il berretto rosso. Levi lo scrive nel suo libro, ma non dice cosa succede dopo. Lascia il lettore con la curiosità. Forse perché non c'è una risposta sola, e ogni paese ne ha una sua.
Perché i monachicchi sono un po' diversi da paese a paese.
A Colobraro, per esempio, un paese arrampicato a seicento metri sopra la valle del Sinni, le cose cambiano. Colobraro ha poco più di mille abitanti, e i vicini lo chiamano «quel paese». Si racconta che pronunciarne il nome porti sfortuna. Lì il monachicchio ha un volto più scuro. Lo descrivono come metà folletto e metà demonio. Dicono che si annidi nelle case abbandonate e nelle cantine, dove nessuno entra più. E c'è una leggenda che spiega la sua origine: sarebbe un bambino nato con due piccole corna e una coda.
Per tenerlo lontano, raccontano, ci vogliono dei riti precisi, che i vecchi conoscevano e che nessuno ha mai scritto.
Oggi Colobraro ha trasformato la sua fama in una festa. D'estate, i vicoli del paese si riempiono di spettatori che seguono uno spettacolo itinerante, «Sogno di una notte a Quel Paese». Ci sono masciare, briganti, lupi mannari. E i monachicchi, naturalmente.
Così, se un giorno ti trovi in una casa vecchia della Lucania, e senti un cucchiaio cadere senza motivo, o un solletico ai piedi quando credevi di essere solo, non agitarti.
Probabilmente è soltanto un piccolo ospite, con un berretto rosso, che ha deciso di divertirsi un po'.
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Fonti
- Carlo Levi, «Cristo si è fermato a Eboli», Einaudi (1945)
- Meer, «Gli spiriti spiritosi della casa»
