
La Masciara
da «magia», la maga del paese
un po' paurosa
In ogni paese della Lucania c'era una masciara: una donna che conosceva formule, erbe e gesti per togliere il malocchio, guarire un dolore o proteggere un bambino. Si credeva che uno sguardo invidioso, anche senza volerlo, potesse far ammalare: lo chiamavano «affascino», e la masciara sapeva come scioglierlo. Per alcuni era una guaritrice, per altri una strega da cui stare lontani. Negli anni Cinquanta l'antropologo Ernesto de Martino girò questi paesi per capire perché quella magia fosse così importante per la gente.
Lo sai che… Colobraro era chiamato «il paese che non si nomina», perché si diceva portasse sfortuna: oggi ci ha costruito sopra una festa estiva.
La storia
In ogni paese della Lucania, fino a pochi decenni fa, c'era una porta alla quale si bussava di sera, quando nessuno guardava.
Era la porta della masciara.
La parola viene da «magia», e vuol dire la donna che sa. Non la strega delle favole, con la scopa e il gatto nero. Una vera donna, in carne e ossa: una vicina di casa, una contadina, una tessitrice, che conosceva erbe, gesti e parole che altri non conoscevano. Le fonti la descrivono con una frase che dice tutto: una figura a metà tra guaritrice e strega. Temuta, rispettata, e quando le cose andavano male, consultata.
Per capire perché la gente bussasse a quella porta, bisogna capire cosa pensavano del mondo.
Allora in Lucania la vita era dura. I campi rendevano poco, le malattie portavano via i bambini, il medico stava lontano, e le cose brutte arrivavano senza spiegazione. Un giorno stavi bene, il giorno dopo no. E ci voleva un modo di dire il perché.
Il modo era l'affascino.
L'affascino era un tipo particolare di malocchio. Si credeva che una persona potesse far ammalare un'altra anche senza volerlo, solo con uno sguardo: uno sguardo carico di invidia, di ammirazione eccessiva, di desiderio. Bastava che qualcuno guardasse con occhi troppo pieni un bambino bello, un raccolto abbondante, una casa che andava bene. E chi era stato guardato cominciava a star male.
I sintomi erano riconoscibili. Un cerchio alla testa, come una fascia stretta. Una stanchezza che arrivava fin dentro alle ossa. Sbadigli, uno dopo l'altro, senza riuscire a fermarli.
Allora la famiglia mandava a chiamare la masciara.
Immaginiamo la scena. È sera, in una cucina bassa. Una donna anziana, con un fazzoletto in testa, entra senza fare rumore. Si siede accanto al malato. Lo guarda a lungo, in silenzio. Chiede da quanto tempo sta così. Chiede chi ha incontrato. Poi, con calma, comincia a fare quello che sa fare. Non so dirti cosa dicesse: le sue parole erano private, tramandate di bocca in bocca, a volte da madre a figlia, a volte da una masciara a una ragazza scelta. Gli studiosi che le hanno ascoltate le hanno trascritte, ma noi non le riportiamo.
Una cosa però sappiamo: la gente, dopo, si sentiva meglio. E spesso era vero.
Perché la masciara non guariva solo il corpo. Guariva la paura. Spiegava a una famiglia che quello che stava succedendo aveva un nome, una causa, e un rimedio. Dava una cornice a un dolore che altrimenti sarebbe stato muto.
Di questo si accorse un grande studioso, Ernesto de Martino, un etnologo napoletano. Negli anni Cinquanta girò i paesi della Basilicata con un gruppo di ricercatori, ascoltando le masciare, i malati, le famiglie. Registrò le formule in dialetto, descrisse i riti. E nel 1959 pubblicò un libro, «Sud e magia».
De Martino non voleva stabilire se la magia fosse vera o falsa. Gli interessava un'altra domanda: perché quella gente aveva bisogno di crederci. La sua risposta è una delle idee più belle dell'antropologia italiana. Per lui la magia era una tecnica per difendersi dalla precarietà, da quello che chiamava «il negativo»: la possibilità, sempre presente, che le cose vadano male, che il mondo ti crolli addosso. In un Sud povero e dimenticato, quella tecnica era la sola difesa che molte persone avevano.
Tra le masciare più note, De Martino cita una che chiamavano la «Cattre»; e si ricorda anche Maddalena La Rocca, contadina e tessitrice.
Il paese più famoso per queste storie è Colobraro, un borgo di poco più di mille abitanti, arrampicato a seicento metri sopra la valle del Sinni. I paesi vicini lo chiamano «chille paise», quel paese, perché pronunciarne il nome porterebbe sfortuna. Si racconta che negli anni Quaranta un podestà, durante una riunione, avesse avvertito i presenti che se non dicevano la verità un lampadario sarebbe caduto. E il lampadario cadde. È un aneddoto che nessuno ha mai potuto verificare. Ma Colobraro se l'è tenuto.
Anzi, ci ha costruito una festa. Oggi, d'estate, il paese si riempie di spettatori che seguono uno spettacolo teatrale per i vicoli, «Sogno di una notte a Quel Paese». Ci sono masciare, briganti, lupi mannari. Migliaia di persone, in poche sere. E la Regione lo riconosce tra i beni immateriali della Basilicata.
La masciara, nel frattempo, è sparita dalle case. Ma resta nella memoria, come una figura che ci ricorda una cosa semplice: che dietro ogni superstizione c'è una paura vera, e dietro ogni rito una persona che voleva aiutare un'altra.
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Fonti
- Ernesto de Martino, «Sud e magia», Feltrinelli (1959)
- SportOutdoor24, «Masciare, malocchio e il festival delle streghe: Colobraro»
