
Nüwa
女媧, in cinese
per niente paurosa
Nüwa è una dea antichissima con il busto di donna e la coda di serpente. Nel mondo appena nato prese del fango giallo dalla riva di un fiume e modellò le prime persone. Erano così tante da fare che a un certo punto immerse una corda nel fango e la scosse: ogni goccia che cadeva diventava una persona. Un'altra storia racconta che, quando i quattro poli che reggevano il cielo crollarono e il cielo si squarciò, Nüwa fuse pietre di cinque colori e rattoppò il buco.
Lo sai che… secondo una tradizione popolare, i colori dell'arcobaleno e delle nuvole al tramonto ricordano le pietre colorate con cui Nüwa riparò il cielo, ma questo particolare non è nelle fonti antiche.
La storia
Prima che ci fossero le persone, la terra era bellissima e senza nessuno che lo dicesse.
C'erano i fiumi, le montagne, gli alberi pieni di uccelli. C'erano animali di ogni genere, che correvano, strisciavano, cantavano. Ma nessuno di loro sapeva che cosa fosse una parola.
La dea Nüwa passeggiava lungo la riva di un grande fiume. Il suo corpo era quello di una donna fino alla vita, e poi continuava come quello di un serpente, lunghissimo, lucido, che scivolava sulla ghiaia senza fare rumore. Camminava piano. Guardava l'acqua, e l'acqua guardava lei.
Forse fu uno di quei giorni lunghi, quando il sole non si decide a tramontare, che Nüwa si sentì un po' sola. Questo, nei testi, non lo dice nessuno: l'hanno aggiunto i narratori venuti dopo, e forse hanno avuto ragione. Perché una dea che guarda tanta bellezza e non ha nessuno con cui parlarne è una dea che prima o poi cerca qualcosa da fare con le mani.
Si chinò sulla riva. Raccolse una manciata di fango giallo, quello fine e morbido che si trova dove il fiume rallenta. Lo impastò. Lo scaldò tra i palmi. E con le dita cominciò a dargli una forma: due braccia, due gambe, una testa rotonda, un viso.
Il piccolo pupazzo di fango, quando lo posò a terra, aprì gli occhi. Si guardò le mani. Poi sorrise.
Era la prima persona.
Nüwa rimase a guardarla. Il piccolo fece qualche passo incerto, inciampò su un sasso, si rialzò e si mise a ridere, un suono nuovo, che nessun animale della riva sapeva fare. La dea lo ascoltò come si ascolta una musica sconosciuta, trattenendo il fiato per non coprirla.
Nüwa non resistette. Ne modellò un'altra, e un'altra ancora. Ogni volta un po' diversa, un naso più lungo, una spalla più larga. Le posava sulla riva e quelle si alzavano, ridevano, correvano verso l'acqua, si spruzzavano. Ben presto la riva fu piena di voci.
Ma il mondo era grande, e il fango non finiva mai, e le mani di una dea, per quanto veloci, non bastavano. Il sole girava, il lavoro era ancora tanto. Nüwa si sedette un momento e guardò la riva, mezza vuota, e pensò che ci sarebbero voluti mille anni.
Allora trovò un'altra via. Prese una corda, la tuffò nel fango, e la scosse con forza.
Le gocce volarono nell'aria in un arco lungo, pesanti e gialle. Ognuna, toccando terra, si alzò in piedi. E ogni goccia era un uomo, o una donna, o un bambino. In un solo gesto la terra si riempì di gente, che gridava, rideva, si chiamava per nome.
Nüwa guardò tutto quello che aveva fatto, e per la prima volta il mondo le sembrò al suo posto.
Passarono anni, o forse secoli, perché ai tempi del mito nessuno teneva il conto. Le persone costruirono capanne, accesero fuochi, impararono a seminare.
Poi, una notte, il cielo si ruppe.
Nessuno sa dire perché. Le fonti raccontano soltanto come andò: i quattro grandi pali che reggevano il cielo cedettero, e il cielo, da una parte, scese. La terra si crepò in nove punti. Dalle crepe salirono fuochi che non si spegnevano, e dall'altra parte arrivò l'acqua, un diluvio che non voleva ritirarsi. Le bestie feroci uscirono dalle tane e mangiarono la gente. Gli uccelli rapaci piombarono sui vecchi e sui bambini.
Dal buio, la gente guardava in su, e quello che vedeva non era più il cielo: era un buco.
Le madri tenevano i bambini stretti contro il petto. I vecchi si sedevano sulle soglie, senza più la forza di scappare. Si sentiva il crepitare del fuoco che si avvicinava, e sotto, lontano, il brontolio dell'acqua. Qualcuno, a voce bassa, disse il nome della dea che li aveva fatti, come si chiama una persona di casa quando fuori c'è la tempesta.
Allora Nüwa si alzò.
Era stanca, forse. Era in pena, sicuramente, perché quelle persone erano fatte con le sue mani. Ma una cosa del genere non si lascia a metà. Salì su una montagna, scelse con cura pietre di cinque colori, azzurre, rosse, gialle, bianche e nere, e le portò alla fornace. Le fuse in un fuoco così caldo che il fumo si vedeva dal mare. Poi, con quella pasta lucente ancora calda, salì fino al buco e rattoppò il cielo, punto per punto, come si ripara una vela strappata. Ci mise giorni. Le sue mani si scottavano e lei le immergeva nell'aria fredda, e ricominciava.
Ma un cielo rattoppato, senza nulla che lo regga, cade di nuovo.
Dal mare Nüwa tirò fuori una tartaruga gigante, la più grande che c'era, e con un gesto secco le staccò le quattro zampe. Le piantò agli angoli del mondo, dritte, e sopra di loro posò il cielo. Quando le tolse le mani, il cielo restò dov'era.
Rimaneva il drago nero, che portava l'acqua cattiva e stava devastando una provincia intera, quella chiamata Ji. Nüwa lo affrontò e lo uccise, per salvarla, e la gente poté tornare a respirare. Poi raccolse le ceneri di moltissime canne bruciate e le ammucchiò contro l'inondazione, come un argine. Pian piano l'acqua smise di salire. Poi si fermò. Poi scese.
Il cielo era tornato a posto. I quattro pali stavano dritti. Il fuoco si era spento, l'acqua si era seccata, le bestie feroci erano morte, e la gente buona poteva vivere in pace.
I testi finiscono così, quasi in sordina. Non c'è una festa, non c'è un trono, non c'è nessun ringraziamento. Nüwa non chiede niente. Se ne va, lascia che il mondo continui, torna probabilmente a camminare lungo il suo fiume.
Dicono che, se si guardano le nuvole colorate nelle sere di fine estate, rosse e viola dietro le montagne, è possibile vedere ancora il rammendo. Sono cuciture di luce, punti di pietra e fuoco, lì dove una dea con la coda di serpente si è presa il disturbo di non lasciare buchi nel cielo.
E sulla riva, in certe mattine, il fango giallo è così morbido che viene voglia di raccoglierne una manciata, e di vedere che cosa succede.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Huainanzi» (II secolo a.C.)
- Ying Shao, «Fengsu tongyi» (II secolo)
