
Prometeo
Promēthéus, «colui che pensa prima»
un po' paurosa
Prometeo era un titano che voleva bene agli esseri umani. Secondo un mito li aveva perfino plasmati lui, con l'argilla. Quando Zeus tolse il fuoco agli uomini, Prometeo lo rubò di nascosto agli dèi, nascondendolo dentro una canna, e lo riportò sulla terra. Con il fuoco gli uomini impararono a cucinare, a scaldarsi e a lavorare i metalli. Zeus lo punì incatenandolo a una montagna del Caucaso, finché l'eroe Eracle non venne a liberarlo.
Lo sai che… il suo nome vuol dire «colui che pensa prima», e suo fratello Epimeteo, che sposò Pandora, «colui che pensa dopo».
La storia
All'inizio, gli uomini avevano freddo.
Non il freddo di una sera d'inverno, quando si mette un'altra coperta. Il freddo vero, quello che ti entra nelle ossa e non se ne va più. Vivevano nelle caverne, stretti uno all'altro, con la pelle d'animale sulle spalle e i denti che battevano. Mangiavano la carne cruda e le radici amare. La notte era un buco nero in cui qualcosa, ogni tanto, ringhiava.
Il fuoco, allora, ce l'avevano soltanto gli dèi.
E fra tutti i Titani, quelli della vecchia razza che aveva perso la guerra contro Zeus, ce n'era uno che guardava gli uomini con tenerezza. Si chiamava Prometeo. Il suo nome vuol dire «colui che pensa prima». Suo fratello Epimeteo, invece, si chiamava «colui che pensa dopo», ed era quello che combinava i guai.
Alcune storie dicono che gli uomini li avesse fatti lui, con l'argilla e l'acqua, soffiando dentro i loro corpi ancora molli. Altre, che li avesse soltanto trovati già vivi. Su una cosa nessuno ha dubbi: li amava, come un artigiano ama le cose che ha fatto con le sue mani.
Un giorno, a Mecone, dove dèi e uomini si erano riuniti per decidere come dividersi il sacrificio di un grande toro, Prometeo ebbe un'idea.
Squartò l'animale e ne fece due mucchi. In uno mise la carne buona, con la pelle sopra, nascosta nello stomaco, che sembrava brutto e viscido. Nell'altro mise le ossa nude, coperte di grasso bianco e lucente, che sembrava ricco. «Zeus», disse, «scegli tu la parte degli dèi.»
Zeus guardò. Dicono che capisse subito che l'inganno c'era, ma che scelse lo stesso il mucchio con il grasso, e trovò le ossa. Era un re troppo orgoglioso per tirarsi indietro. Da quel giorno gli dèi ebbero soltanto il fumo e le ossa dei sacrifici, e agli uomini restò la carne. Ma Zeus si arrabbiò, e la rabbia di un dio non si dimentica.
E per vendetta, nascose il fuoco.
D'un tratto, nelle case e nelle caverne, le fiamme si spensero tutte. Il fumo salì nel cielo e non tornò più. Gli uomini restarono al buio, in un inverno più lungo di tutti gli inverni, a sbattere le mani.
Prometeo li sentiva.
Li sentiva, dall'alto della montagna, tossire e tremare. Una notte, quando tutti dormivano, salì verso la casa degli dèi. Aveva con sé una cosa sola: una canna cava, una lunga ferula, di quelle che crescono nei prati.
Si avvicinò alla fucina di Efesto, il dio dei metalli. Lì, in fondo, sotto la cenere, ardeva una brace.
Ne prese una scintilla. Una soltanto, minuscola, rossa. La mise dentro la canna e la nascose sotto il mantello. Poi scese di nascosto, senza farsi vedere, mentre il cuore gli batteva forte come un martello.
Quando arrivò sulla terra, in una grotta in mezzo alla neve, soffiò piano. Una fiammella piccola, tremante, si accese. Si arrampicò sul legno secco, si fece più grande, crepitò.
Gli uomini si svegliarono, uno dopo l'altro. Si avvicinarono, curiosi, con le mani tese. E per la prima volta sentirono il caldo.
Con il fuoco imparono a cuocere il cibo. A scaldarsi, a tenere lontano i lupi, a illuminare la notte. Più tardi, a fondere i metalli, a fare le spade e gli aratri, i vasi e le ruote. Cominciava la civiltà.
Zeus se ne accorse la mattina dopo.
Vide da lontano, laggiù, una sottile colonna di fumo, poi dieci, poi cento. Gli occhi gli lampeggiarono. I fulmini gli tremarono fra le dita.
«Chi è stato?»
Nessuno rispose. Ma lui sapeva.
Prometeo fu portato davanti al trono. Non chinò la testa. «Sì, sono stato io», disse. «Non potevo lasciarli morire di freddo.»
La punizione fu terribile. Zeus ordinò di incatenarlo a una roccia, in cima al Caucaso, dove il vento tagliava come un coltello. Là, ogni giorno, un'aquila enorme sarebbe scesa dal cielo, gli avrebbe squarciato il fianco e gli avrebbe mangiato il fegato. Ogni notte, il fegato sarebbe ricresciuto. E ogni mattina, tutto da capo.
Nessun mortale sarebbe sopravvissuto. Ma Prometeo era immortale, e la sua condanna sarebbe durata per sempre.
Passarono i giorni. Passarono gli anni. Passarono, dicono i poeti, moltissimi secoli, nel freddo, sotto il sole e sotto le stelle, con le catene che sfregavano la roccia. Ogni tanto, dall'alto, Zeus mandava un messaggero a chiedergli: «Vuoi chiedere perdono?». E Prometeo, con la faccia scavata e gli occhi lucidi di dolore, rispondeva ogni volta: «No».
Per colpa del fuoco rubato, intanto, Zeus mandò agli uomini anche un'altra punizione, una donna bellissima, Pandora, con un vaso da non aprire. Ma questa è un'altra storia, e qualcuno l'ha già raccontata.
Un giorno, sulla cima del Caucaso, arrivò un eroe enorme, con una pelle di leone sulle spalle e una clava in mano. Era Eracle, figlio dello stesso Zeus. Camminava verso un'altra impresa e si fermò, sentendo il grido dell'aquila.
Alzò il suo arco. Una freccia sola.
L'aquila cadde dal cielo, con un grido, e non si rialzò mai più. Eracle spezzò le catene con le mani, e con la benedizione di Zeus, che dopo tanti secoli aveva forse smesso di essere arrabbiato, liberò il Titano.
Prometeo si alzò, lentamente, con le gambe che tremavano. Guardò la valle, le nuvole, il sole. E sorrise.
Da allora, ogni volta che qualcuno accende una candela, un camino, una stufa, per un attimo, in quella fiamma, c'è anche lui. Il Titano che pensava prima. E che, per amore di creature fragili e infreddolite, accettò di soffrire per sempre.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Esiodo, «Teogonia» e «Le opere e i giorni»
- Eschilo, «Prometeo incatenato»
