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Un uomo con la toga e un libro aperto da cui escono farfalle e foglie, davanti a una montagna

poeta e magoSulmona, monte Morrone · Abruzzo

Ovidio mago di Sulmona

«Uiddiu», nel dialetto di Sulmona

per niente paurosa

Il poeta latino Ovidio nacque davvero a Sulmona, nel 43 avanti Cristo, e scrisse le «Metamorfosi», un libro pieno di persone che si trasformano in alberi, animali e stelle. Per secoli però la gente di Sulmona non lo ricordò come poeta: nei racconti era diventato un mago potentissimo. Sulle pendici del Morrone c'erano grandi rovine antiche che tutti chiamavano «la villa di Ovidio», e si diceva che lì il mago avesse nascosto i suoi tesori. Quelle rovine, in realtà, erano un antico santuario dedicato a Ercole, prima italico e poi romano.

Lo sai che… lo stemma di Sulmona porta ancora le lettere SMPE, che stanno per un verso di Ovidio: «Sulmo mihi patria est», Sulmona è la mia patria.

La storia

Il 20 marzo del 43 avanti Cristo, in una cittadina tra le montagne d'Abruzzo che i Romani chiamavano Sulmo, nacque un bambino. Lo chiamarono Publio Ovidio Nasone. Sarebbe diventato uno dei più grandi poeti dell'antichità.

Ma questa è la storia di quando smise di essere un poeta.

Cominciamo dalla vita vera, che già da sola ha un po' di magia.

La famiglia di Ovidio era benestante, di quelle che sapevano leggere e pagare i maestri. A dodici anni lo mandarono a Roma a studiare. Poi andò ad Atene, la città dei filosofi, e girò per la Sicilia. Aveva tutte le porte aperte per una carriera politica. Ma a lui non interessava. Preferiva i versi.

Scrisse poesie d'amore, lettere di eroine tradite, un manuale per sedurre che fece scandalo. Si sposò tre volte. Ebbe una figlia, Ovidia, che scrisse anche lei. Poi, nella maturità, scrisse l'opera che lo avrebbe reso immortale: le «Metamorfosi». Un grande libro in cui gli uomini si trasformano. Dafne diventa alloro. Aracne diventa ragno. Narciso diventa fiore. E gli dèi, quando sono arrabbiati o innamorati, cambiano forma a piacere.

Era il poeta più amato di Roma. Poi, nell'anno 8 dopo Cristo, tutto finì.

L'imperatore Augusto lo mandò in esilio a Tomi, un luogo gelido, ai margini dell'impero, sul Mar Nero, dove oggi c'è la città di Costanza, in Romania. Perché? Nessuno lo sa con certezza. Ovidio stesso scrisse che le cause erano due: «un carme e un errore». Un suo poema, forse l'Arte d'amare, e qualcosa che aveva visto o fatto e che non avrebbe dovuto. Quale errore, non lo disse mai.

Rimase lì fino alla morte, che arrivò tra il 17 e il 18. Scrisse lettere struggenti, tristi, piene di nostalgia. In una, parlando del suo paese, ricordò il suo luogo d'origine con un verso che i sulmonesi non hanno più dimenticato: «Sulmo mihi patria est». Sulmona è la mia patria.

Per questo la città porta ancora quel motto nello stemma, in quattro lettere: SMPE.

Poi i secoli passarono. Il mondo romano finì. Arrivarono i barbari, poi il Medioevo, e i libri latini si impolverarono nei conventi. La gente di Sulmona, che di Ovidio conosceva il nome ma non più i versi, fece quello che si fa con le cose che si ricordano a metà: inventò.

Cominciarono a raccontare che Ovidio non fosse stato un poeta, ma un mago.

Dicevano che sapesse tutto. Che conoscesse incantesimi e formule, e che trasformasse le cose a suo piacimento, proprio come nel suo libro. In fondo, ragionavano, uno che scrive di uomini che diventano alberi non può non saperlo fare.

Sulle pendici del monte Morrone, che domina la città, c'erano grandi rovine antiche. Muri enormi, pietre squadrate, che nessuno sapeva spiegare. I sulmonesi le chiamarono «la villa di Ovidio». E dissero che lì, tra quelle mura, il mago aveva nascosto i suoi tesori. Chissà quanti contadini, nei secoli, hanno scavato sotto quelle pietre sperando di trovare un forziere.

La verità è che quelle rovine non erano la casa di nessun poeta. Erano un santuario antico, prima italico e poi romano, dedicato a Ercole.

Ma a Sulmona non importava. Il loro Ovidio era un mago, e basta.

Quando sai la vera storia, la leggenda sembra quasi un'altra metamorfosi. Il poeta che scriveva di trasformazioni è stato trasformato dal suo stesso popolo. Da uomo di lettere a stregone, da esule a custode di tesori. E in tutto questo, c'è una specie di giustizia: Ovidio aveva passato la vita a cambiare forma alle storie, e le storie hanno cambiato forma a lui.

Nel dicembre del 2017 la città di Roma lo ha riabilitato ufficialmente, duemila anni dopo l'ordine di Augusto. Un perdono tardivo, ma sempre un perdono.

Se vai a Sulmona, guarda lo stemma della città e leggi le quattro lettere. SMPE.

Qualcuno, laggiù, non ha mai smesso di tornare a casa.

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Fonti

  • Antonio De Nino, «Ovidio nella tradizione popolare di Sulmona» (1886)
  • Ovidio, «Tristia», IV, 10
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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