
Pegaso
Pḗgasos, in greco
per niente paurosa
Pegaso è il cavallo bianco con le ali, nato dal collo di Medusa quando Perseo la sconfisse. Era selvaggio e nessuno riusciva a cavalcarlo, finché l'eroe Bellerofonte, secondo il poeta Pindaro, con l'aiuto di una briglia d'oro regalata dalla dea Atena, riuscì a domarlo. Insieme sconfissero la Chimera, un mostro che sputava fuoco. Quando Pegaso colpì con lo zoccolo il monte Elicona, fece nascere una fonte, l'Ippocrene, cara alle Muse e ai poeti. Dicevano i Greci che alla fine Zeus lo avesse trasformato in una costellazione.
Lo sai che… la costellazione di Pegaso si vede bene nelle sere d'autunno: quattro stelle formano un grande quadrato.
La storia
Il primo respiro di Pegaso fu un nitrito, e fece fermare le onde.
Era appena nato, e già in piedi. Lo aveva generato un mostro: ai confini del mondo, vicino alle sorgenti di Oceano, Perseo aveva tagliato la testa a Medusa, e dal suo collo, come un seme da un frutto, erano usciti due figli. Uno era Crisaore, un gigante con una spada d'oro. L'altro era un cavallo bianco con le ali.
Esiodo racconta che gli diedero il nome di Pegaso perché era nato vicino alle sorgenti dell'Oceano. In greco, le sorgenti si chiamano pegai. Ma lui, di nome, non sapeva che farsene. Aveva appena aperto le ali, e davanti a sé c'era il cielo.
Spiccò il volo. Per un po' non andò da nessuna parte: salì in cerchio, sopra le onde, ubriaco di aria. Poi volò verso l'alto, sempre più alto, fino alla casa degli dèi. Zeus lo vide arrivare. Lo accolse nelle sue stalle, e da allora Pegaso portò i fulmini del padre degli dèi da un cielo all'altro, come un corriere che nessuno può fermare.
Ma c'erano giorni in cui scendeva a terra.
Una volta si posò sul monte Elicona, in Beozia, dove abitavano le nove Muse, le dee del canto e della poesia. Era stanco e voleva scalpitare. Batté con lo zoccolo sulla roccia, una volta sola.
La montagna tremò. La pietra si crepò, e dal buco uscì acqua. Chiara, fredda, che zampillava e schiumava come se non vedesse l'ora di nascere. Era una fonte. Gli uomini poi la chiamarono Ippocrene, la fonte del cavallo.
Ovidio racconta che a quella notizia scese perfino Atena, che i Romani chiamavano Minerva. Voleva vedere con i suoi occhi la fonte nata da uno zoccolo. «Non ci credevo», disse alle Muse. «Un cavallo, nato dal sangue di un mostro, e adesso una fonte per i poeti.» Una delle nove la prese per mano e la guidò tra gli alberi, fino alla roccia ancora scura di umidità. Atena si chinò sull'acqua e guardò a lungo. Dicono che chi ne beve diventi poeta. Pegaso, intanto, era già lontano.
Per anni nessuno riuscì ad avvicinarlo. Nessun cavallo galoppa come un cavallo che può volare. Nessuna corda trattiene un cavallo che sa tagliare le nuvole.
Poi, in una città greca, Corinto, apparve un giovane eroe di nome Bellerofonte.
Voleva domare Pegaso. Aveva sentito dire che veniva a bere a una fonte della città, la fonte Pirene, ogni mattina all'alba. Aspettò per giorni, ma il cavallo non si lasciava avvicinare. Allora chiese consiglio a un indovino, e questi gli disse di dormire nel tempio di Atena.
Bellerofonte si coricò sull'altare, nel silenzio della notte. Sognò una dea alta, con lo sguardo grigio, che gli porgeva qualcosa. Quando si svegliò, accanto a lui, sulla pietra, c'era una briglia d'oro.
Corse alla fonte. Pegaso era là, bianco nella luce del mattino, e beveva. Alzò la testa e lo guardò. Bellerofonte non si mosse. Alzò la briglia, piano, in modo che brillasse.
Il cavallo la fissò. Poi, a sorpresa, abbassò il muso. Si lasciò mettere la briglia sul naso, come se l'avesse sempre aspettata. Bellerofonte gli salì in groppa, e il mondo si staccò dalle sue gambe.
Salirono. Lui si aggrappò alla criniera con tutte e due le mani, e sotto di sé vide Corinto farsi piccola come una moneta, poi la costa, poi il mare, con le isole che sembravano foglie. Il vento gli tolse il fiato e gli riempì gli occhi. Aveva paura, e rideva. Pegaso non galoppava: nuotava nell'aria, con colpi d'ala larghi e lenti, e a ogni colpo le nuvole si aprivano come tende. Per la prima volta, Bellerofonte capì che cosa voleva dire non avere nessun muro intorno. Quella sera atterrarono su una collina, e il cavallo si lasciò accarezzare il collo, ancora caldo, che odorava di vento e di fieno.
Il re della Licia, Iobate, aveva ricevuto Bellerofonte con onore, e solo dopo nove giorni di banchetti aveva aperto una lettera che l'eroe portava con sé. Dentro, un altro re scriveva di farlo morire. Iobate non volle sporcarsi le mani, e gli affidò invece un compito che sembrava impossibile: uccidere la Chimera. Era un mostro con la testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente, e il fiato che bruciava come una fornace. Nessuno che l'avesse affrontata era tornato. I pastori della Licia avevano smesso di salire sui pascoli alti, e di notte, dalle montagne, si vedeva un bagliore rosso.
Bellerofonte non l'affrontò a terra. Volò sopra di lei, dove il fuoco non arrivava, e la colpì dall'alto, dopo un lungo girare in tondo. Esiodo dice che la Chimera fu uccisa da Pegaso e dall'eroe insieme. Per una volta, un mostro non riuscì a toccare nessuno.
Fu il giorno più bello della loro vita. E fu forse per questo che Bellerofonte cominciò a credersi un dio.
Perché un uomo che ha volato sopra le nuvole, a un certo punto, vuole salire ancora. Una mattina spronò Pegaso verso l'alto, verso le porte dell'Olimpo, dove nessun mortale è mai stato ammesso. Salì, salì, e a un certo punto Pegaso si impennò. Non voleva andare oltre. Il cavallo sapeva quello che l'eroe aveva dimenticato: lassù i confini sono fatti per essere rispettati.
Bellerofonte scivolò. Cadde. Cadde lontano, e rimase solo, lontano dagli uomini e dagli dèi, a vagare per il resto della sua vita.
Pegaso continuò a salire, solo, fino a casa. Tornò alle stalle di Zeus, e riprese a portare i suoi fulmini.
I Greci dicevano che, alla fine, Zeus lo mise tra le stelle. Ancora oggi, nelle sere d'autunno, lo si può cercare nel cielo: quattro stelle formano un grande quadrato, il corpo del cavallo, e da un angolo spunta una striscia di luce, il collo.
Se alzate la testa e aspettate che gli occhi si abituino al buio, potete vederlo anche voi.
Sta ancora volando.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Esiodo, «Teogonia»
- Ovidio, «Metamorfosi», libro V
