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Atlante dei Miti 0/300
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Un cavallo grigio con otto zampe che galoppa nel cielo, cavalcato da un uomo con un mantello

cavallo a otto zampeAsgard · mitologia norrena

Sleipnir

Sleipnir, «quello che scivola»

per niente paurosa

Sleipnir è il cavallo di Odino, grigio e velocissimo, con otto zampe. Corre sulla terra, nell'aria e sul mare, e può arrivare perfino nel regno dei morti. La sua nascita è una storia buffa. Un costruttore aveva promesso di innalzare le mura di Asgard in un solo inverno, aiutato dal suo fortissimo cavallo; gli dèi, che avevano accettato il patto convinti che fosse impossibile vincerlo, chiesero a Loki di intervenire. Loki si trasformò in una cavalla e distrasse il cavallo del costruttore. Da quell'incontro nacque Sleipnir.

Lo sai che… il cavallo del costruttore si chiamava Svaðilfari, ed è lui il padre di Sleipnir.

La storia

All'inizio, Asgard non aveva mura.

Gli dèi avevano già sistemato la terra degli uomini e costruito le loro sale, ma la città in cima al mondo restava aperta, come una casa senza porta. E in quella parte del mondo, di solito, dal vento arrivavano i giganti.

Un giorno arrivò un costruttore.

Lo videro salire per il sentiero a piedi, con un grande cavallo che gli camminava dietro. Era un forestiero, nessuno sapeva da dove. Si fermò davanti agli dèi riuniti e parlò senza giri di parole.

«Posso costruirvi una fortezza che nessun gigante potrà mai scalare. Mura alte, un portone solido. Mi bastano tre stagioni.»

«E in cambio?» chiese Odino.

«Voglio Freyja per moglie. E voglio il Sole e la Luna.»

Calò un silenzio lungo. Freyja era la dea più amata di Asgard. Il Sole e la Luna erano la luce del mondo intero.

Gli dèi si ritirarono a discutere. Alla fine dissero al forestiero: «Non tre stagioni. Un solo inverno. Se il primo giorno d'estate le mura non saranno finite, non avrai niente. E lavorerai da solo: nessun uomo ti darà una mano».

Pensavano di essere furbi. Nessuno, da solo, avrebbe mai potuto finire in un inverno una cosa così.

Il costruttore ci pensò un momento.

«Lasciate almeno che mi aiuti il mio cavallo. Si chiama Svaðilfari.»

Gli dèi non riuscivano a decidere. Fu Loki a convincerli: «Che male può fare? È solo un cavallo». Giurarono tutti, con le mani sul patto. Il primo giorno d'inverno il lavoro cominciò.

Fu allora che gli dèi si accorsero di aver sbagliato.

Di notte, mentre il costruttore dormiva, il cavallo lavorava. Svaðilfari trascinava pietre grosse come case, su per la montagna, con un passo lento e senza mai fermarsi. Si sentiva il fiato pesante nel buio, lo scricchiolio delle corde, il tonfo di un masso che si posava al suo posto. Al mattino il muro era cresciuto di un'altezza intera. Il costruttore passava la mano sulla pietra, soddisfatto, e non diceva niente.

L'inverno passava. La neve si scioglieva sui bordi delle mura, e le mura salivano.

Gli dèi salivano a guardarle ogni mattina, prima sperando, poi contando. Un mese prima della fine, il muro arrivava alle loro spalle. Dopo qualche settimana lo superava di molto. A una settimana dall'estate nessuno aveva più il coraggio di scherzare. Il costruttore li salutava con un cenno educato, come uno che ha già vinto e non vuole infierire.

A tre giorni dall'estate mancava soltanto il portone.

Gli dèi si riunirono sui loro troni. Nessuno parlava. Qualcuno guardava Freyja, qualcuno il cielo, dove il Sole e la Luna giravano ancora tranquilli, senza sapere che stavano per essere regalati.

«Chi ha dato il consiglio?» chiese una voce. «Chi ha detto di lasciargli il cavallo?»

Tutti si voltarono verso Loki.

«Io non…»

«Troverai un modo di far fallire quest'uomo», dissero gli dèi, «o la pagherai molto cara.»

Loki aveva fatto in vita sua molte cose strane. Quella notte ne fece una nuova: cambiò forma.

Il costruttore stava portando Svaðilfari ai massi, come ogni sera, quando dal bosco uscì una cavalla. Era bellissima. Gli passò davanti, nitrì piano, e si fermò a guardare lo stallone.

Svaðilfari si fermò.

Lasciò cadere le corde. Alzò la testa. Nitrì. La cavalla galoppò via fra gli alberi, e lui dietro a lei, spezzando i finimenti come fili.

«Fermo!» gridò il costruttore. «Fermo, Svaðilfari!»

Lo inseguì, e la cavalla correva, correva, e correva ancora. Si sentivano gli zoccoli fra i rami, il respiro dello stallone, le urla di un uomo che non teneva più il passo. Corsero tutta la notte. Quando spuntò il sole, il costruttore era ancora nella foresta, a chiamare un cavallo che non tornava, e le pietre non erano state portate.

Il giorno dopo fu lo stesso. Il portone restava aperto.

Il costruttore allora cambiò. Le spalle gli si allargarono, la testa gli salì sopra gli alberi, e la sua voce diventò come una valanga. Non era un uomo. Era un gigante, e gli dèi lo videro per quello che era.

«Mi avete ingannato!»

Ma gli dèi non avevano più paura. Chiamarono Thor, che arrivò in un attimo con il suo martello Mjöllnir, e il gigante non parlò più di patti né di salari. Non tornò a casa, quel gigante. Non tornò più da nessuna parte.

Quanto a Loki, per un po' non si fece vedere.

Passò del tempo. Poi, un giorno, Loki ricomparve, e non era solo.

Dietro di lui, su quattro zampe sottili e altre quattro, camminava un puledro. Era grigio, magro, con le gambe lunghissime che cercavano ancora di capire dove mettersi. Aveva otto zampe, quattro per lato, e le muoveva tutte insieme senza mai inciampare.

«Questo», disse Loki, «è figlio mio e di Svaðilfari.»

Gli dèi lo fissarono. Poi qualcuno rise, poi tutti.

Odino si avvicinò, piano, e gli posò la mano sul collo. Il puledro non si spostò.

«Si chiamerà Sleipnir», disse. «E sarà mio.»

Snorri scrive che era il migliore di tutti i cavalli, fra gli dèi e fra gli uomini. Cresciuto, correva sulla terra e nell'aria. Quando il giovane Baldr morì e finì nel regno dei morti, fu proprio su Sleipnir che il messaggero Hermóðr scese giù, per nove notti, attraverso valli buie dove non si distingueva più il fondo, fino al ponte sul fiume e al cancello dei morti. Sleipnir lo saltò, come niente, e lo riportò indietro.

Le mura di Asgard rimasero in piedi, alte e senza nessuno da pagare. E nel cortile, ogni mattina, si sentiva battere il passo di otto zoccoli, uno dopo l'altro, come un tamburo che ha imparato a camminare.

Dicono che gli dèi non tornarono mai più a fidarsi di uno straniero che chiedeva tre stagioni.

Né di Loki.

Parenti nel mondo

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Snorri Sturluson, «Edda in prosa», «Gylfaginning»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music