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Atlante dei Miti 0/300
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Un enorme albero kauri in una foresta verde piena di uccelli, con la luce che filtra tra i rami

divinità delle foreste e degli uccellile foreste di Aotearoa · Polinesia

Tāne

Tāne Mahuta, in māori

per niente paurosa

Nella tradizione māori Tāne è la divinità delle foreste e degli uccelli, il figlio che separò il cielo dalla terra. Dopo aver portato la luce, vestì la madre Papatūānuku di alberi e piante, e riempì i boschi di uccelli. Si racconta anche che modellò con la terra la prima donna, Hine-ahu-one, e le diede la vita con il suo respiro. In un altro racconto Tāne salì fino al cielo più alto e ne riportò tre cesti di conoscenza, con tutto il sapere utile agli uomini. Gli alberi e gli uccelli sono considerati suoi figli.

Lo sai che… il kauri più grande della Nuova Zelanda, alto circa 50 metri, si chiama Tāne Mahuta: si stima che abbia più di mille anni, forse molto di più.

La storia

In principio ci fu il buio, e nel buio un abbraccio.

Ranginui, il Cielo, e Papatūānuku, la Terra, erano così stretti l'uno all'altra che tra loro non passava nemmeno uno spiraglio. Non c'era luce, né vento, né posto per respirare. E in mezzo, schiacciati, vivevano i loro figli.

Erano molti, e ognuno aveva un carattere. C'era Tū, che amava la battaglia. C'era Tāwhirimātea, che portava i venti. C'era Tangaroa, che sarebbe diventato il signore del mare. C'erano Rongo e Haumia, e c'era Tāne, il più paziente di tutti, che un giorno sarebbe stato il signore delle foreste.

Ma i figli non avevano ancora niente di tutto questo. Avevano solo il buio, la fatica, e una domanda che ogni giorno si faceva più forte: così non si vive. Che cosa facciamo?

Una sera si radunarono in un angolo e parlarono sottovoce, per non farsi sentire dai genitori.

«Uccidiamoli», disse Tū, con la voce dura. «Se sono morti, avremo spazio.»

Nessuno rispose. Tāne scosse la testa.

«No. Sono nostro padre e nostra madre. Non facciamo loro del male. Separiamoli. Che il Cielo salga e la Terra resti dov'è. Così avremo la luce, e loro resteranno vivi, a guardarsi da lontano.»

Tāwhirimātea si alzò di scatto. «Non toccate mio padre», gridò. «Quel che fate sarà una guerra.» E se ne andò, e già si sentiva un rombo lontano.

Gli altri, uno dopo l'altro, provarono. Rongo tentò, e non ci riuscì. Haumia tentò, e non ci riuscì. Tangaroa tentò. Nemmeno Tū, con tutta la sua forza, riuscì a spostare di un dito l'abbraccio dei genitori.

Alla fine rimase Tāne.

Si mise in ginocchio, e poi si stese a terra con la schiena contro Papa, la madre, e piantò i piedi contro Rangi, il padre. Per un momento restò immobile, a respirare.

Poi spinse.

Non fu uno scatto. Fu uno sforzo lungo, che prosciugava il corpo e la mente. Le gambe tremavano, la schiena gemeva. Sentiva sotto di sé la terra che si lamentava, e sopra di sé il cielo che resisteva. Rangi e Papa gridavano, ma piano, come si grida quando fa male ma non si vuole spaventare nessuno.

«Perché ci avete fatto questo?» chiese Papa. «Perché ci dividete?»

«Perché i vostri figli devono vivere», rispose Tāne, con i denti stretti. «Perdonatemi.»

E all'improvviso, tra i corpi dei genitori, si aprì una fessura sottile.

Era luce.

Una luce tenue, grigia, fredda, che nessuno aveva mai visto. Poi più larga, poi bianca, poi dorata. I figli si coprirono gli occhi, abbagliati. Rangi saliva, lento, sempre più alto, e Papa restava sotto, distesa sotto il cielo che si allargava. Tāne continuò a spingere finché il cielo fu abbastanza lontano da lasciare uno spazio in cui gli alberi potessero crescere.

Da allora Rangi e Papa si cercano ancora. Dicono che le lacrime del Cielo siano la pioggia che cade sulla Terra, e che i sospiri della Terra siano la nebbia che sale dai boschi la mattina.

Quando il mondo ebbe luce, Tāne si guardò intorno e vide che sua madre era spoglia e silenziosa, con un'aria triste.

«Non sei bella come dovresti», le disse. «Ti vestirò.»

Allora Tāne cominciò a piantare. Mise alberi sulle colline e nelle valli, felci sul fondo del bosco, muschi sulle pietre e liane tra i rami. Fece crescere gli alberi altissimi, dritti, e le foglie si aprirono verso il cielo. Papa sembrò sorridere. Ogni volta che passava il vento, l'intera foresta frusciava come una voce.

Non fu tutto pace. Tāwhirimātea, il fratello che non aveva voluto la separazione, non dimenticò. Venne con i venti, con le nubi nere e con i temporali, e si scagliò contro la foresta. Gli alberi si piegarono, i rami si spezzarono, le foglie volarono via in mulinelli. Tāne rimase in piedi in mezzo al bosco, senza rispondere, e guardò i suoi alberi chinarsi e rialzarsi uno dopo l'altro. Quando la tempesta passò, la foresta era ferita ma viva.

Ma il bosco, così com'era, era silenzioso, e Tāne ci pensò a lungo.

Chiamò gli uccelli. Vennero a stormi, nei colori più strani: verdi, blu, rossi. Alcuni cantavano, altri fischiavano, altri ancora bussavano con il becco sui tronchi. Il silenzio si riempì di suoni. Tāne ascoltò, e disse: «Ecco. Adesso la foresta parla».

Da quel giorno gli alberi e gli uccelli furono chiamati i suoi figli.

Poi Tāne pensò agli uomini, che avrebbero abitato quel mondo. Prese ancora della terra, modellò una figura di donna, le diede il suo respiro, e lei si svegliò. La chiamò Hine-ahu-one, la ragazza fatta di terra.

Ma c'era un'ultima cosa che gli sembrava mancare: la conoscenza. Perché senza di essa, uomini e uccelli sarebbero stati belli e ciechi.

Tāne decise di salire.

Il cielo era a molti livelli, uno sopra l'altro, e salì dall'uno all'altro, come si sale una scala. Man mano che saliva, l'aria diventava più sottile e silenziosa. Ai suoi lati scorrevano stelle e venti. Nell'ultimo cielo, il più alto, c'era chi custodiva le cose più antiche, e Tāne si inchinò.

Chiese, e ricevette tre ceste. Tre ceste intrecciate, piene di tutto il sapere utile agli uomini. Le portò giù tenendole strette al petto, senza aprirle, e scendendo non guardò mai in basso per non perdere l'equilibrio.

Quando arrivò, posò le ceste sulla terra e disse soltanto: «Ecco».

Gli uomini avevano da imparare per generazioni.

Oggi, in Nuova Zelanda, c'è un albero che porta il suo nome. È un kauri enorme, alto circa cinquanta metri, e si chiama Tāne Mahuta. Si stima che abbia più di mille anni, forse molto di più. Il tronco è così largo che servono molte persone per abbracciarlo.

Davanti a un albero così, viene da stare in silenzio, come davanti a qualcuno di molto più vecchio di noi.

E in alto, tra i rami, un uccello riprende il suo canto.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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