
Tiki
Tiki, in māori; Kiʻi, in hawaiiano
per niente paurosa
In molte tradizioni polinesiane Tiki è il primo essere umano, o l'antenato da cui discendono gli uomini. Alcuni racconti māori dicono che fu creato dal dio Tāne, altri dal dio Tūmatauenga; in altri ancora Tiki è proprio il creatore degli uomini. Il suo nome è passato anche alle figure umane scolpite nel legno o nella pietra, che rappresentano gli antenati. In Nuova Zelanda il hei-tiki è un ciondolo di pietra verde, il pounamu, con una figura umana dalla testa inclinata: si regala e si eredita di generazione in generazione.
Lo sai che… i «tiki bar» con collane di fiori e bevande colorate sono un'invenzione degli Stati Uniti degli anni Trenta, che con la tradizione polinesiana c'entra poco.
La storia
Il primo respiro, dicono, fu uno starnuto.
Il mondo, quel giorno, era già pieno. Tāne, il signore delle foreste, aveva separato il cielo dalla terra e aveva vestito sua madre di alberi. Le felci aprivano le foglie come mani, i primi uccelli cantavano in cima ai rami. C'era la luce. Mancava soltanto qualcuno che la guardasse.
Tāne si chinò in una radura e raccolse della terra rossa, di quella umida che si attacca alle dita. Cominciò a modellarla piano, con pazienza. Prima una testa, poi le spalle, le braccia, le gambe. Quando ebbe finito, la figura era lì, immobile, rossa come l'argilla dopo la pioggia.
Tāne avvicinò il viso a quello della figura e soffiò nelle sue narici.
Per un momento non successe nulla. Poi la figura arricciò il naso, tirò un respiro profondo, e starnutì.
«Tihei mauri ora!» disse Tāne, e rise. È il grido che i Māori ancora oggi dicono quando nasce qualcosa, o quando comincia un discorso: il soffio della vita!
Così nacque Tiki.
Aprì gli occhi e per prima cosa vide una macchia di luce tra le foglie, verde e dorata, che oscillava piano. Allungò una mano per toccarla e la mano attraversò l'aria. Non sapeva ancora che cos'era una mano. Non sapeva niente. Aveva soltanto la sensazione di essere stato dimenticato in un luogo troppo bello.
Si mise a sedere. La terra sotto di lui era tiepida. Intorno, tutto si muoveva: una farfalla, il vento nei rami, un uccello che cantava una frase breve e la ripeteva, sempre uguale. Tiki rimase immobile, con la testa un po' inclinata da un lato, ad ascoltarlo. Non era un gesto che avesse imparato. Veniva da sé.
Camminò per tutto il giorno, senza meta. Toccò la corteccia di un albero, ruvida come la pelle di un animale. Assaggiò una bacca e fece una smorfia. Bevve da un ruscello con le mani a coppa.
Fu al ruscello che vide la faccia.
Era sul fondo, tra i sassi, e lo fissava. Aveva gli occhi grandi e la testa inclinata, proprio come la sua. Tiki si fermò. L'altro si fermò. Tiki sorrise, l'altro sorrise. Alzò una mano e l'altro la alzò con lui.
«Sei me?» chiese Tiki. Era la prima frase della storia.
L'acqua, naturalmente, non rispose.
Scese la sera. I rumori cambiarono. Il vento diventò un sussurro, e gli uccelli ammutolirono uno alla volta, finché restò soltanto qualche grillo. Tiki si rannicchiò ai piedi di un grande albero. Per la prima volta provò una cosa strana, un vuoto, come uno spazio nel petto che non era fatto per rimanere vuoto. Non sapeva che si chiamasse solitudine.
Alzò gli occhi. Sopra i rami, il cielo era diventato scuro e pieno di punti luminosi, tanti che pareva fossero stati sparsi con una manciata. Tiki li guardò a lungo, a bocca aperta. Gli sembrò che anche loro lo guardassero. Per la prima volta si sentì piccolo, e per la prima volta la cosa non gli dispiacque.
Fu allora che sentì una voce che sembrava venire dai rami, dalle foglie e dalla terra insieme.
«Non sei solo.» Era Tāne. «Questo bosco è tuo come è mio. Ma quello che ti manca non è nel bosco. Verrà dopo di te.»
«Dopo di me chi?»
«Quelli che nasceranno. Figli, e figli dei figli. Tanti da non riuscire a contarli. E tu sarai il primo nome di una lunga fila.»
Tiki non capì bene. Ma dormì, quella notte, con la schiena appoggiata al tronco e la sensazione che dietro di lui ci fosse qualcosa di molto grande e molto paziente.
Il resto, nelle storie, si racconta in poche parole. Tiki ebbe dei discendenti, e i discendenti ebbero i loro. Impararono a tessere il lino, a costruire canoe, a seguire le stelle. E ogni sera, intorno al fuoco, qualcuno recitava i nomi: il padre, il nonno, il nonno del nonno, e così via, indietro, fino al nome di Tiki, che chiudeva la lista come un nodo chiude una corda.
I nomi erano un modo di non perdersi.
Passarono molte generazioni. Un giorno, in un fiume freddo e veloce, uno dei discendenti trovò una pietra verde come la foglia al sole, liscia e pesante. È il pounamu, la pietra che i Māori considerano un tesoro: dura, tenace, difficile da lavorare, e proprio per questo preziosa.
Tenne la pietra in mano per tutta la sera, voltandola e rivoltandola. Guardò la sua forma, i suoi riflessi, la vena più chiara che l'attraversava, e le parlò come si parla a un ospite. Non aveva fretta. Una cosa fatta in fretta, pensava, non può custodire il ricordo di nessuno.
Sapeva scolpire, e ci mise molto, con strumenti di roccia e di sabbia, ad accarezzare la pietra finché prese una forma. Scavò due grandi occhi. Scavò una bocca. Inclinò la testa, un po' da un lato, come chi ascolta un uccello che canta sempre la stessa frase.
Era Tiki.
Il giorno in cui finì, la luce del tramonto passò attraverso la pietra e la fece brillare di un verde profondo, come l'acqua nel punto in cui il fiume è più fondo. L'uomo rimase a guardarla senza dire niente. Aveva fatto un oggetto. Ma sapeva di aver fatto anche qualcos'altro, che non sapeva nominare.
Il ciondolo, che chiamarono hei-tiki, fu appeso al collo di una ragazza, a ricordare i suoi antenati. Quando lei diventò vecchia, lo regalò a un nipote. E il nipote lo diede a sua figlia.
Un hei-tiki non si compra. Si riceve. Passa di mano in mano, e ogni mano che lo porta lascia dentro la pietra un pezzetto di calore. Chi lo tiene sul petto porta con sé la fila dei nomi, tutti insieme, dal più lontano fino a sé stesso.
E se una sera, nel bosco, vi capita di sentire un uccello che ripete la stessa frase, fermatevi un momento e inclinate un po' la testa.
È così che ascoltava il primo.
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Fonti
- Te Ara, Enciclopedia della Nuova Zelanda, «Māori creation traditions»
- Museo Te Papa Tongarewa, «Hei-tiki»
