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Un tamburello decorato con nastri colorati appoggiato su un muretto a secco, con un piccolo ragno sul bordo

storia veraGalatina e Salento · Puglia

Il tarantismo e la taranta

«taranta», il ragno, e le «tarantate»

un po' paurosa

Nel Salento, fino a pochi decenni fa, si credeva che il morso di un ragno, la taranta, facesse star male soprattutto le donne tra giugno e agosto: stanchezza, tristezza, agitazione. La cura era la musica. Arrivavano suonatori di tamburello, violino e organetto, e la «tarantata» ballava la pizzica anche per giorni, finché il male se ne andava. Poi si andava a Galatina, nella cappella di San Paolo, a chiedere la guarigione. Nel 1959 l'antropologo Ernesto de Martino chiarì che la taranta era un animale simbolico: dietro il morso c'erano sofferenze vere.

Lo sai che… per curare le tarantate i suonatori provavano una melodia dopo l'altra: il ritmo della pizzica o della tarantella, ma anche melodie lente.

La storia

Era la fine di giugno, e il caldo stava in casa come un ospite che non se ne va.

Nel Salento, per tanti anni, in quei giorni qualcuno stava male. Quasi sempre era una donna. Non aveva la febbre, non si era rotta niente. Si fermava, ecco tutto. Cadeva in una specie di stanchezza senza fondo, e restava a guardare un punto, senza parlare, senza più voglia di fare niente. I vecchi sapevano già come si chiamava quel male. Dicevano che l'aveva morsa la taranta.

Nessuno, però, avrebbe saputo dire che ragno fosse. Non era un ragno vero, uno solo, da schiacciare con la scarpa. Era una creatura di cui si raccontava: ce n'erano di tanti tipi, e ognuna aveva la sua musica. C'era quella che faceva ridere e fare cose da pazzi. C'era quella che voleva cantare. C'era quella furiosa, che voleva combattere. E poi c'erano le più tristi, quelle mute, che non dicevano una parola.

Quel male tornava. Poteva tornare per anni, ogni estate, tra giugno e agosto, come una scadenza.

C'era una sola cura, e non era una medicina. Si mandava a chiamare i suonatori.

Arrivavano in casa con il tamburello, con il violino, con l'organetto, qualche volta con l'armonica a bocca. Erano gente esperta, che aveva imparato quel mestiere dai più vecchi. Entravano in silenzio. In mezzo alla stanza stendevano un lenzuolo bianco, per terra, e la donna si sdraiava sopra, oppure restava seduta. I suonatori le si mettevano intorno.

E cominciava una cosa che sembrava un gioco, ma non lo era.

Provavano una musica, poi un'altra. Una melodia ancora, e un'altra ancora, lente, o veloci. Ogni volta guardavano la donna. Per lungo tempo lei non si muoveva. Poi, a un tratto, a una certa musica, un piede si spostava, un dito si alzava, il corpo rispondeva da solo. Quella era la musica giusta, la musica di quella taranta. I suonatori non smettevano più.

Allora arrivavano i colori. Qualcuno mostrava alla donna dei nastri, striscioline di stoffa colorata. Lei li guardava. Uno la attirava, uno la faceva arrabbiare: il colore che le dava fastidio era il colore del ragno. A volte si lanciava contro chi indossava un vestito troppo vivace. In casa, intorno a lei, mettevano quello che chiedeva: tini d'acqua, vasi di erbe profumate, una fune, una sedia, una scala, perfino una spada.

Poi si alzava.

La danza era la parte più dura da vedere. Prima si muoveva a terra, e in quel momento era lei la taranta: striscia, si contorce, si ferma. Poi si metteva in piedi. In piedi, la danza cambiava. La donna inseguiva il ragno che non c'era, lo cercava con gli occhi, lo rincorreva nella stanza. E infine lo calpestava, con i piedi, a tempo, sempre sul ritmo che non finiva mai: la pizzica, la tarantella, l'onda del tamburello che saliva.

Quando cadeva a terra, i suonatori aspettavano. Qualche minuto, forse dieci. Poi ricominciavano. Il ciclo si ripeteva fino a notte tarda, per più giorni di seguito. Le persone di casa si davano il turno per portarle l'acqua. Nessuno rideva. Il caldo non scendeva nemmeno di notte, e la musica andava avanti. Fuori, i vicini passavano dalla strada con i passi più lenti.

E dentro di lei, cosa succedeva? Nessuno lo sa. Forse la donna, di nascosto da tutti, stava dicendo qualcosa che altrimenti non avrebbe mai potuto dire. Forse era la fatica di tutto l'anno, i figli, il lavoro, un dolore taciuto che non aveva parole e che adesso aveva una danza.

Poi, a un certo punto, la musica si fermava. E questa volta lei non cadeva. Restava in piedi, o si sedeva, e respirava piano, come dopo una lunga corsa. Il male, per quest'anno, se n'era andato.

Ma non era finita.

Perché ogni tarantata, quando stava meglio, doveva andare a ringraziare. Il posto era a Galatina, in provincia di Lecce, in una cappella dedicata a san Paolo. San Paolo, nel racconto della Bibbia, era stato morso da un serpente a Malta e non gli era successo niente. Per questo il Salento lo aveva scelto come protettore di chi viene punto da animali velenosi. Il 29 giugno, giorno della sua festa, nella chiesa si celebrava la messa. Le tarantate guarite venivano a rendere grazie. Nella cappella bevevano l'acqua del pozzo, quella sacra.

Poi i decenni passarono. Il tarantismo era conosciuto in tutto il Sud dal Trecento. Nel Salento, in forme più deboli, sopravvisse fino agli anni Novanta del Novecento.

Nel 1959 uno studioso, Ernesto de Martino, venne a guardare da vicino. Capì una cosa che i vecchi, in fondo, forse sapevano già: la taranta non era un ragno. Era un animale di simboli, un modo per dare un nome a un dolore, e per chiedere al paese di aiutarla a portarlo. Era un modo, per chi non poteva parlare, di farsi ascoltare da tutti.

Oggi la pizzica si balla nelle piazze d'estate, con le luci e il vino. È una festa. Ma sotto la festa, se ti fermi ad ascoltare, il tamburello ha ancora quel battito. Quello di una donna sdraiata sul lenzuolo bianco, in una stanza troppo calda, che aspetta di sentire la musica giusta.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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