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Atlante dei Miti 0/300
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Un guerriero con l'elmo dal grande pennacchio, la lancia e lo scudo rotondo, su un carro da battaglia

dio della guerrala Tracia · mitologia greca

Ares

Árēs, in greco antico

un po' paurosa

Ares è il dio della guerra violenta e della battaglia. Era figlio di Zeus e di Era, ma nei poemi di Omero non è un dio molto amato: perfino suo padre, nell'Iliade, gli dice che è il più odioso degli dèi dell'Olimpo. È coraggioso ma impulsivo, e spesso perde: durante la guerra di Troia l'eroe Diomede, guidato da Atena, riuscì a ferirlo, e Ares tornò sull'Olimpo urlando come nove o diecimila guerrieri. Lo accompagnavano i figli Fobos, la paura, e Deimos, il terrore.

Lo sai che… le due piccole lune del pianeta Marte, scoperte nel 1877, si chiamano Fobos e Deimos come i suoi figli.

La storia

Dicono che Ares abbia un amico, e il suo nome non è bello da sentire: si chiama Rumore.

Dove arriva lui, per prima cosa si sente un frastuono. Spade che sbattono sugli scudi, carri che si rovesciano, urla di uomini che non sanno più chi sono. Dietro il frastuono, a un passo, viene una nuvola di polvere. E in mezzo alla polvere, alto come una torre, col mantello di bronzo e l'elmo che luccica, Ares, il dio della guerra.

Era figlio di Zeus e di Era. Aveva tutto: forza, coraggio, un carro splendente. Non aveva però, e questo lo sapevano tutti sull'Olimpo, un briciolo di pazienza. Gli piaceva la battaglia, non il motivo della battaglia. Combatteva dall'una e dall'altra parte, a seconda dell'umore. E con lui, ovunque andasse, c'erano i figli: Fobos, la Paura, e Deimos, il Terrore. Camminavano ai lati del carro. Dove passavano, anche i soldati più duri si fermavano un attimo a deglutire.

Sulla pianura di Troia, il giorno in cui questa storia accade, la guerra durava da nove anni.

Quella mattina Ares combatteva con i Troiani. Aveva l'armatura sporca di polvere e il cuore pieno di gioia nera. Le linee degli Achei, sotto i suoi colpi, cedevano, e la polvere saliva così fitta che i soldati si riconoscevano solo dalla voce. Dall'altra parte del campo c'era Atena, la dea dell'intelligenza, che stava con gli Achei e che non sopportava di vedere quel disordine.

«Ares sta rovinando tutto», disse Era ad Atena, guardando la pianura dalla cima dell'Olimpo. «Andiamo.»

Scesero in terra su un carro tirato da cavalli immortali. Era prese l'aspetto di un araldo, Stentore, un uomo con una voce di bronzo, forte quanto la voce di cinquanta uomini insieme. Gridò agli Achei: «Vergogna! Fuggite davanti a Troia come cervi? Combattete!» E le sue parole, nell'aria, fecero più effetto di mille tamburi.

Atena, invece, cercò Diomede, un guerriero giovane e testardo. Lo trovò accanto al suo carro, ferito, che si asciugava la fronte.

«Non temere Ares», gli disse. «Io sono con te. Colpiscilo, non sarà così terribile da vicino.»

Poi Atena fece una cosa che nemmeno un dio dovrebbe fare. Si mise in testa l'elmo di Ade, il signore dei morti, che rende invisibili. Così, mentre Diomede avanzava a piedi verso il carro di fuoco, nessuno dei due, né il dio né i suoi figli, vide la dea che gli stava accanto.

Ares vide Diomede arrivare e rise. Alzò la lancia di bronzo e la scagliò con tutta la forza che aveva. Un colpo che avrebbe spaccato una montagna. Ma Atena, invisibile, allungò la mano e deviò l'asta, che si perse nell'aria con un fischio sottile.

Poi toccò a Diomede. Con la lancia in pugno, guidata da una mano che non si vedeva, lanciò il colpo. L'asta attraversò l'aria e colpì Ares sotto la cintura, tra le piastre dell'armatura.

Per un istante non successe niente.

Poi il dio urlò.

Fu un grido da far tremare la terra, quanto nove o diecimila uomini che gridano insieme, dice Omero. Achei e Troiani, a quel suono, sentirono le gambe diventare molli. Perfino i cavalli si rannicchiarono. Per la prima volta il dio della guerra aveva paura di una cosa che non capiva: il dolore.

Una nuvola nera scese sul campo. Quando si aprì, Ares non c'era più. Saliva verso l'Olimpo avvolto in una tempesta di vento, e dietro di lui, dalla ferita, scendeva un liquido che non era sangue: l'icore, quello che scorre nelle vene degli dèi.

Arrivò alla reggia di suo padre e si lasciò cadere in ginocchio davanti al trono di Zeus, con la mano sul fianco.

«Padre», disse, «guarda cosa mi hanno fatto! Un mortale! Una ragazzina con l'elmo che non si vede! Tu lasci che mi trattino così? Sempre noi dèi ci facciamo la guerra per colpa degli uomini!»

Zeus lo guardò dall'alto e non ebbe pietà.

«Non piagnucolare davanti a me», disse. «Di tutti gli dèi dell'Olimpo sei quello che odio di più. Ti piacciono solo le liti, le zuffe, la guerra. Hai il carattere di tua madre, che non si ferma mai. Se fossi nato da un altro dio, saresti già finito molto più in basso di tutti i miei nemici.»

Ares abbassò la testa. Nessuno lo difese.

Ma Zeus era pur sempre suo padre. Dopo un istante di silenzio, fece chiamare Peone, il medico degli dèi. Peone arrivò con le sue erbe, mise un unguento sulla ferita, e dicono che la carne si richiuse in un attimo, come il latte che si rapprende quando ci si mette il succo di fico. Ares fu lavato, rivestito, fatto sedere a fianco del padre. Era e Atena, intanto, avevano lasciato la pianura e risalivano all'Olimpo sul loro carro, con i cavalli stanchi e la coscienza tranquilla. Sotto di loro, a Troia, la battaglia ricominciava come se niente fosse. Qualcuno, tra i soldati, raccontò più tardi di aver sentito un grido che scendeva dal cielo, e di aver pensato a un tuono.

Il dio della guerra era guarito. Ma non era più lo stesso. Da quel giorno, quando sentiva il frastuono di una battaglia, un pensiero gli passava per la mente, piccolo e sottile: c'è una mano invisibile che guida le lance.

Ares non è un dio amato. Gli antichi lo temevano, lo rispettavano, e a nessuno veniva in mente di fargli una festa. Lo immaginavano nelle terre selvagge del Nord, in Tracia, tra boschi scuri e neve. Si diceva che i suoi figli, Fobos e Deimos, camminassero dietro di lui anche quando la guerra era finita.

E in cielo il piccolo pianeta rosso che i Romani chiamarono Marte, come il loro dio della guerra, ha due lune minuscole. Portano ancora i nomi dei figli di Ares: la Paura e il Terrore.

Ruotano intorno al pianeta senza fermarsi mai, come due guardie che nessuno ha più il coraggio di mandare via.

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Fonti

  • Omero, «Iliade», libro V
  • Esiodo, «Teogonia»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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