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Una croce intrecciata di giunco verde appesa sopra un focolare acceso

dea del fuoco e della poesiaIrlanda, Kildare · mitologia celtica

Brigid

Brigit, «l'eccelsa»

per niente paurosa

Brigid era la figlia del Dagda, la dea della poesia, delle guarigioni e del lavoro dei fabbri: tre arti legate al fuoco, quello dell'ispirazione, del focolare e della fucina. Secondo la tradizione di Imbolc, era festeggiata all'inizio di febbraio, quando l'inverno comincia ad allentare la presa e nascono i primi agnelli. Più tardi, in Irlanda, il suo ricordo si è intrecciato con quello di Santa Brigida di Kildare, dove secondo la tradizione delle donne custodivano un fuoco sempre acceso.

Lo sai che… secondo il Glossario di Cormac, Brigit aveva due sorelle con il suo stesso nome: una guaritrice e una fabbra.

La storia

In Irlanda, dicono, c'era un fuoco che non si spegneva mai.

Si trovava a Kildare, dentro un piccolo recinto, e da secoli nessuno ricordava di averlo visto spento. Pioggia, vento, inverni lunghi: niente lo toccava. Lo chiamavano il fuoco di Brigida. E per capire perché, bisogna cominciare da molto prima.

Cominciare da una donna che era una dea. O meglio, da tre.

Nel Glossario di Cormac, un libro di parole antiche scritto da un vescovo e re di nome Cormac, c'è un nome che compare tre volte: Brigit. Cormac dice che era la figlia del Dagda, il padre buono dei Tuatha Dé Danann. Era una poetessa, una donna di saggezza. I poeti d'Irlanda la veneravano e le dedicavano i versi più belli, perché la sua protezione, dice il glossario, era grandissima.

Ma Brigit non era una sola.

Aveva due sorelle, e anche loro si chiamavano Brigit. Una era la donna della guarigione, che curava le ferite e i malanni. L'altra era la donna della fucina, che batteva il ferro e lo faceva cantare. Poesia, medicina, lavoro dei fabbri: tre arti molto diverse, che avevano però qualcosa in comune. Tutte e tre avevano bisogno di fuoco.

Il fuoco dell'ispirazione, che fa nascere le parole. Il fuoco della casa, che scalda le mani ai malati. Il fuoco della forgia, che cambia la forma del metallo.

Per questo gli irlandesi, quando dicevano «Brigit», intendevano tutte e tre insieme.

Passarono i secoli. L'Irlanda cambiò: accanto ai poeti arrivarono i monaci e le suore, con nuove fedi, nuovi libri, nuovi nomi. Ma a Kildare il nome di Brigida rimase, e con lui il fuoco. Quel nome ora apparteneva anche a una santa cristiana, Brigida, e i due ricordi si erano intrecciati, fino a diventare quasi uno solo. Quello che le due Brigide avevano in comune, in ogni caso, era chiaro: una fiamma da non lasciar morire.

Un viaggiatore, Gerardo di Galles, lo vide con i propri occhi. Lo raccontò in un libro sull'Irlanda che scrisse quasi nove secoli fa. A Kildare, disse, ci sono delle donne consacrate che custodiscono un fuoco, il fuoco di santa Brigida, e quel fuoco, dicono, non si è mai spento. Le donne sono diciannove, e si danno il turno: una per notte, una alla volta, ognuna veglia. La ventesima notte, quando il giro è finito, tocca alla santa.

Proviamo a immaginarla, quella notte. Gerardo non la descrive, ma si può vedere.

Siamo in autunno. Il vento arriva da ovest, sopra i campi bagnati, e si ferma contro il recinto. È una siepe bassa e fitta, dove gli uomini non possono entrare: Gerardo lo scrive, e aggiunge che chi ci provasse se ne pentirebbe. Dentro c'è il fuoco, grande come un focolare di famiglia, e vicino a lui una giovane donna con un fascio di legna sulle ginocchia.

È la diciannovesima notte: l'ultima toccata a una donna, prima di quella della santa. Per lei è il primo turno, in questo recinto, e le è sembrato lunghissimo.

Ha vegliato fin dal tramonto, come hanno fatto prima di lei le altre: ha aggiunto un ramo, poi un altro, ha ascoltato lo scoppiettio della brace e il fischio del vento tra le foglie. Più volte ha sentito le palpebre pesarle, e allora ha cantato piano fra sé, per restare sveglia. Non ha mai lasciato che le fiamme si abbassassero.

Ora il cielo è nero e profondo. Il giorno dopo, la veglia non spetterà a nessuna di loro. La giovane donna lo sa. Guarda il fuoco, e per un momento ha paura.

E se si spegne? In tutti quegli anni, in tutta quella storia, nessuna ha mai lasciato che morisse. Se toccasse proprio a lei?

Poi si alza. Prende l'ultimo mucchio di legna e lo posa sulla brace, con cura, come si copre un bambino. Le fiamme salgono, sibilano, si allargano.

Allora parla, a voce bassa, rivolta al fuoco:

«Brigida, custodisci il tuo fuoco. Questa notte è tua.»

Non sa se qualcuno l'ascolta. Sente soltanto il vento che si ferma, un attimo, come per rispetto. Poi si ritira, piano, nella piccola cella dove le altre dormono, e si stende sul letto con gli occhi aperti. Ascolta i respiri delle compagne. Pensa a sua madre, lontano, che a quell'ora sta forse accendendo il suo di fuoco. Pensa che da quella notte, per lei, qualcosa è cambiato: ha capito che custodire non vuol dire stare svegli, ma fidarsi di non essere sola.

Dentro il recinto, il fuoco rimane da solo.

Nessuno lo guarda. Nessuno lo ravviva. Per tutta la notte le fiamme scendono e salgono, e le scintille volano fra le foglie, e il vento corre intorno senza entrare. Il cielo si riempie di stelle. E nel buio, qualcosa di più antico delle stelle, forse, si siede accanto alla brace e veglia.

Quando le campane suonano, all'alba, la giovane donna esce dalla cella, a piedi nudi, con il cuore in gola.

Attraversa il cortile, dove l'erba è bagnata di rugiada e l'aria sa di fumo e di terra fredda. Dietro di lei, dalle celle, escono una dopo l'altra le compagne, senza parlare, e si fermano a guardare. Arriva alla siepe.

Il fuoco è lì.

Piccolo, tranquillo, rosso come un frutto, con la legna ancora intatta, e nessuna cenere sul fondo. Brucia come se fosse appena stato acceso.

Lei si inginocchia. Allunga le mani verso il calore, e piange un poco, di sollievo.

Gerardo, quando lo seppe, rimase colpito. Scrisse che quel fuoco, in tutti gli anni, non aveva mai accumulato cenere, e che le persone del luogo lo consideravano un segno. Chi poteva dirlo? Forse Brigida ascoltava ancora.

Perché ogni casa ha bisogno di un fuoco.

E ogni fuoco, per restare vivo, ha bisogno che qualcuno lo custodisca.

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Fonti

  • Cormac mac Cuilennáin, «Sanas Cormaic», Glossario di Cormac (X secolo)
  • Gerardo di Galles, «Topographia Hibernica» (XII secolo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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