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Atlante dei Miti 0/300
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Un giovane guerriero luminoso con una lancia che brilla come un fulmine, davanti alle porte di una reggia

dio di tutte le artiTara, Irlanda · mitologia celtica

Lugh

Lugh Lámhfhada, «dal braccio lungo»

per niente paurosa

Lugh arrivò alla corte dei Tuatha Dé Danann, a Tara, e il guardiano non voleva farlo entrare: «Nessuno entra a Tara senza un'arte». Lugh elencò le sue arti: costruttore, fabbro, guerriero, arpista, poeta, mago, medico. Per ognuna il guardiano rispose che c'era già qualcuno bravo. «Ma c'è qualcuno che le sappia fare tutte insieme?». Non c'era. Così Lugh entrò, e guidò il suo popolo nella grande guerra contro i nemici Fomori.

Lo sai che… secondo la tradizione irlandese, agosto si chiama Lúnasa dal nome della festa del raccolto dedicata a Lugh.

La storia

La festa di Tara era appena cominciata quando qualcuno bussò alla porta.

Dentro il palazzo regnava il rumore di sempre: coppe che tintinnavano, arpe, risate, il profumo del cinghiale arrosto. Il re Nuadu sedeva sul seggio d'onore, con il suo braccio d'argento posato sul bracciolo. Fuori, il guardiano controllava chi arrivava, perché a Tara non entrava chiunque.

Alla porta c'era un giovane, in piedi nel vento della sera, con la musica che usciva dalle finestre e gli arrivava a pezzi. Non aveva un'aria da re né da guerriero. Aveva un mantello consumato e gli occhi svegli di chi ha viaggiato molto.

«Chi sei?» chiese il guardiano.

«Mi chiamo Lugh. Vorrei entrare.»

«A Tara non entra nessuno», disse il guardiano, «se non sa fare qualcosa. Un'arte. Un mestiere vero. Che arte hai?»

«Sono un costruttore», disse Lugh.

Il guardiano scosse la testa. «Abbiamo già un costruttore. E bravissimo.»

«Sono un fabbro.»

«Abbiamo un fabbro.»

«Allora sono un campione, un guerriero.»

«Abbiamo anche quelli.»

Lugh sorrise, appena. Non si arrabbiò, e non se ne andò. Continuò, con la stessa calma di prima, come se stesse leggendo un elenco.

«Sono un arpista.»

«Abbiamo un arpista.»

«Sono un poeta, e conosco le storie del passato.»

«Anche quello.»

«Sono un mago. Sono un medico. Sono un coppiere. Sono un artigiano del metallo.»

A ogni nome, il guardiano rispondeva con la stessa frase, sempre più lenta: «Abbiamo già qualcuno. Abbiamo già qualcuno».

Poi Lugh si fermò.

«Va bene», disse. «Allora chiedi al tuo re una cosa. Chiedigli se ha un uomo solo che sappia fare tutte queste cose insieme. Se ce l'ha, me ne vado e non busso più.»

Il guardiano lo guardò a lungo. Sembrava voler dire qualcosa, ma non gli veniva niente, perché non sapeva cosa rispondere a una domanda così. Poi si voltò ed entrò nel palazzo.

Lo sentirono parlare con il re. Poi silenzio. Poi passi.

La porta si aprì.

«Entra», disse il guardiano, con un tono diverso. «Il re dice che nessuno ha mai saputo fare tutto questo. Ti chiamerà Samildánach: l'uomo dalle molte arti.»

Lugh varcò la soglia.

Dentro, nessuno si fidava. Il re lo mise alla prova. Gli fecero giocare a fidchell, un gioco di strategia che richiedeva testa e pazienza, contro il miglior giocatore di Tara. Lugh vinse, partita dopo partita. Poi un guerriero grande e forte, Ogma, prese una lastra di pietra così grande che ottanta buoi non l'avrebbero mossa, e la scagliò fuori dalla sala, in mezzo al prato. «Rimettila a posto», disse. Lugh uscì, la sollevò e la rilanciò dentro con una sola mano. Finì esattamente dov'era prima.

Poi Nuadu gli porse un'arpa.

«Suona», disse.

Lugh suonò. Cominciò con la melodia del pianto, e nella sala tutti piansero, senza ragione, con le coppe in mano. Poi suonò la melodia del riso, e tutti scoppiarono a ridere, a tenersi la pancia. Poi la melodia del sonno, e uno dopo l'altro, russando, i guerrieri di Tara si addormentarono sui tavoli. Dormirono dal tramonto a un altro tramonto.

Quando si svegliarono, Lugh era seduto sul seggio accanto al re. E nessuno protestò.

Il popolo di Tara aveva un problema grosso, quell'anno. I Fomori, i giganti del mare, da anni pretendevano dal popolo di Tara tributi pesanti, e adesso stavano per attaccare. Nuadu, che in una battaglia passata aveva perso il braccio, sapeva di non essere più il più adatto a guidare. Ora, davanti a tutta quella gente, lo capì con chiarezza.

«Prendi il mio posto», disse a Lugh. «Per un anno. Guida tu la guerra.»

Lugh riunì i capi: il Dagda, Ogma, Goibniu il fabbro, Dian Cécht il medico. A ognuno chiese di cosa fosse capace, come aveva fatto il guardiano con lui. Il fabbro avrebbe forgiato lance e spade senza sbagliare un colpo. Il medico avrebbe curato i feriti, così che il giorno dopo tornassero a combattere. Il Dagda avrebbe messo in campo la sua forza e i suoi trucchi. Lugh ascoltava tutto, e metteva ogni cosa al suo posto.

Quando arrivò il giorno della battaglia, a Mag Tuired, il campo si riempì di polvere e di grida.

Lugh doveva restare nelle retrovie. I suoi lo avevano deciso: era troppo importante per rischiare. Lo sorvegliavano in nove. Ma Lugh, a un certo punto, si liberò e si lanciò nella mischia, e gli altri non fecero in tempo a fermarlo.

Non andò a combattere come gli altri. Camminò intorno al suo esercito, su un piede solo, con un occhio chiuso, cantando una formula antica per proteggere i suoi guerrieri.

Dall'altra parte c'era Balor.

Balor era il comandante dei Fomori, un gigante dalle mani enormi, e aveva un occhio solo che nessuno osava guardare. Si apriva soltanto in battaglia, e occorrevano quattro uomini con un manico per sollevare la palpebra. Chi incrociava quello sguardo perdeva ogni forza. Balor era anche il nonno di Lugh, perché sua figlia Ethniu era la madre del ragazzo.

Il grande occhio si aprì.

Lugh non esitò. Aveva con sé una fionda e una pietra. Prese la mira, con la calma di chi ha già deciso, e lanciò.

La pietra colpì l'occhio e lo spinse dentro la testa, fino all'altra parte, tanto che da quel momento guardò verso l'esercito dei Fomori. Il suo sguardo cadde su di loro, e i giganti ne furono sconvolti.

Balor cadde. I Fomori fuggirono verso il mare.

Il popolo di Tara aveva vinto.

Si dice che quando tornarono a casa, Lugh non reclamò nulla. Aveva fatto ciò che gli veniva chiesto, nel modo in cui sapeva farlo. E i guerrieri, che alla porta gli avevano detto «abbiamo già qualcuno», capirono la cosa più semplice: non era mai bastato un solo mestiere. Serviva uno che li sapesse tenere insieme tutti.

Ancora oggi, in Irlanda, il mese di agosto si chiama Lúnasa, dal nome di Lugh. Una festa antica, dicono, per ringraziare dei raccolti.

Non male, per uno che era stato fermato alla porta.

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Fonti

  • «Cath Maige Tuired», La seconda battaglia di Mag Tuired
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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