
Il Dagda
an Dagda, «il dio buono»
per niente paurosa
Il Dagda era il capo dei Tuatha Dé Danann, il popolo divino dell'antica Irlanda. Era grande, forte e un po' buffo, con una tunica corta e una fame infinita. Aveva tre tesori magici: un calderone da cui nessuno si allontanava mai affamato, un'arpa che suonava tre melodie, una che fa piangere, una che fa ridere e una che fa dormire, e una clava così enorme da lasciare un solco nel terreno. Il suo nome non vuol dire «buono» nel senso di gentile, ma «bravo in tutto».
Lo sai che… quando i nemici gli rubarono l'arpa, il Dagda la chiamò per nome e lei volò da sola tra le sue mani.
La storia
Dicono che i Tuatha Dé Danann arrivarono in Irlanda su una nube scura, che per tre giorni nascose il sole. Portavano con sé quattro tesori, uno per ognuna delle quattro città da cui venivano.
Una lancia che non mancava mai il bersaglio. Una spada che non si sfoderava invano. Una pietra che gridava quando un re legittimo vi saliva sopra. E un calderone, enorme e annerito dal fuoco, dal quale nessuno si allontanava mai affamato.
Quel calderone era del Dagda.
Il Dagda era il loro capo, e non somigliava per niente a un re. Era grosso. Aveva le spalle di un toro e il passo di un orso. Portava una tunica marrone, così corta che non gli copriva nemmeno i ginocchi, e un mantello che finiva ai gomiti. Ai piedi aveva scarpe di pelle di cavallo, con il pelo in fuori. E si trascinava dietro una clava tanto grossa che per portarla ci volevano otto uomini: il suo solco era profondo come il fossato di un confine.
Ma il suo nome voleva dire «il dio buono»: buono nel senso di bravo, bravo in tutto. Costruiva, cantava, curava, combatteva. E mangiava.
Quando venne la guerra con i Fomori, i giganti del mare, i Tuatha Dé Danann ebbero bisogno di tempo. Dovevano preparare le armi, i guerrieri, la magia. Bisognava che qualcuno andasse nel campo dei nemici e li tenesse occupati.
Lugh, il comandante, guardò il Dagda.
«Sei l'unico che può farlo», disse.
«Io?» disse il Dagda, che stava masticando qualcosa. «E cosa dovrei dire?»
«Niente. Basta che ti mostri.»
Il Dagda alzò le spalle, si mise la clava a tracolla e partì. Camminò un giorno intero, e lungo la strada pensò soprattutto a quello che gli avrebbero dato da mangiare. Non era una vera preoccupazione: era un'abitudine.
Quando arrivò, i Fomori lo accolsero con gentilezza, che è sempre una brutta cosa fra nemici. «Sei affamato, vero, Dagda?» disse il loro re. «Abbiamo qualcosa per te.»
Fecero scavare una buca nel terreno, la più larga che trovarono. Nel grande calderone del re misero ottanta misure di latte fresco e altrettante di farina e di grasso. Ci buttarono dentro capre, pecore, maiali, fatti a pezzi, e mescolarono tutto con una pala. Aspettarono che fosse cotto. Poi lo versarono nella buca, e dissero, sorridendo:
«Mangia. Tutto. Se lasci qualcosa, ti uccideremo.»
Era una burla. Il porridge fumava, grasso e denso, con un odore che riempiva tutto il campo. Nessun uomo avrebbe potuto finirlo in una settimana. I Fomori si misero in cerchio e aspettarono di ridere.
Il Dagda guardò la buca.
Poi guardò i Fomori. Poi di nuovo la buca.
Fece una cosa sola: si procurò un mestolo. Era un mestolo così grande che in mezzo ci sarebbero stati un uomo e una donna, distesi, e ancora avanzato il posto per un pezzo di maiale.
Lo immerse nella buca.
Mangiò un mestolo, e poi un altro. Ogni tanto tirava fuori un pezzo di carne, e lo masticava con aria meditativa, come uno che sta assaggiando un vino. I Fomori smisero di ridere. Mangiò ancora. Quando la buca fu quasi vuota, il Dagda si inginocchiò e raschiò il fondo con il dito, e si leccò il dito, e raschiò ancora, finché non rimase altro che terra.
Poi si sedette, si pulì la bocca con il dorso della mano e disse, con calma: «Era buono».
I Fomori non dissero niente.
Il Dagda si sdraiò sulla schiena, a pancia in su, a due passi dalla buca. Aveva uno stomaco come il calderone di una grande casa. Chiuse gli occhi e si addormentò con un sospiro, mentre i Fomori lo guardavano e non sapevano cosa fare. Quando si svegliò, si alzò con fatica, si rimise la clava a tracolla, e tornò dai suoi, lentamente, con il peso addosso. Lugh, quando lo vide arrivare, non disse niente. Gli batté una mano sulla spalla, e il Dagda rispose con un rutto discreto, di quelli che si fanno per educazione.
I Fomori, dopo, lo prendevano in giro, e uno gli chiese se si sentisse bene. «Mai stato meglio», rispose il Dagda, che non aveva ancora capito di aver vinto.
Ma quella volta avevano perso un giorno.
La battaglia fu lunga, e i Tuatha Dé Danann la vinsero. I Fomori fuggirono. Ma nella confusione portarono via una cosa: l'arpista del Dagda, con l'arpa.
Il Dagda non lo sopportò. Insieme a Lugh e a un altro guerriero, Ogma, li inseguì per la valle. Arrivarono a una grande sala dove i nemici stavano mangiando, e là, appeso al muro, tra i trofei, c'era lo strumento. Era l'arpa del Dagda. Non aveva smesso di aspettare.
I Fomori stavano seduti ai tavoli. Si voltarono. Il Dagda li guardò senza dire una parola, poi chiamò l'arpa con il suo nome.
Un attimo di silenzio. Poi, dal muro, un rumore.
L'arpa si staccò. Volò attraverso la sala, ruotando su sé stessa, abbattendo nove Fomori sul suo percorso, e atterrò fra le mani del Dagda come un cane che riconosce il padrone.
Lui l'accarezzò. Si sedette e cominciò a suonare.
Suonò prima la melodia del pianto. E tutti i Fomori, uomini e donne, cominciarono a piangere, senza sapere perché. Poi la melodia del riso, e tutti scoppiarono a ridere a squarciagola, fino a tenersi la pancia. Poi la melodia del sonno, e uno dopo l'altro, russando, crollarono sul tavolo.
Il Dagda, Lugh e Ogma uscirono dalla sala in punta di piedi. L'arpa suonava ancora, piano, da sola.
I Tuatha Dé Danann dicevano che il Dagda fosse buffo, e non per nulla. Aveva la fame di un bambino e la forza di una montagna, e nessuno vedeva in lui un nemico. Ma sapeva fare una cosa che pochi sanno: ridere di sé, e vincere lo stesso.
E il suo calderone, dicono, è ancora lì, da qualche parte, in Irlanda. Con un posto a tavola per chiunque arrivi con fame.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Cath Maige Tuired», La seconda battaglia di Mag Tuired (testo irlandese medievale)
- «Lebor Gabála Érenn», Il libro delle invasioni d'Irlanda (XI secolo)
