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Atlante dei Miti 0/300
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Una dea con una corona di spighe e una torcia accesa, in mezzo a un campo di grano dorato

dea delle messiil colle Aventino, Roma · mitologia romana

Cerere

Ceres, in latino

per niente paurosa

Cerere era la dea romana del grano, dei campi coltivati e della crescita delle piante. I Romani le attribuivano le storie della greca Demetra: anche lei aveva perso la figlia, Proserpina, portata via dal re dei morti, e anche lei l'aveva cercata per terre e mari con le torce accese. Il suo tempio sull'Aventino, costruito all'inizio del V secolo avanti Cristo, era il santuario della plebe, la gente comune di Roma. In aprile, durante i Cerealia, si facevano giochi e corse in suo onore.

Lo sai che… dal suo nome vengono i «cereali», e anche il pianeta nano Cerere, scoperto nel 1801 a Palermo dall'astronomo Giuseppe Piazzi.

La storia

Sul colle Aventino, a Roma, c'era un tempio dove entrava la gente comune: contadini, artigiani, gente che non aveva antenati famosi. Era il tempio di Cerere, la dea del grano. E quando i bambini chiedevano perché fosse così importante, i vecchi cominciavano sempre da un prato.

Era un prato pieno di fiori, e in mezzo ai fiori c'era Proserpina, la figlia di Cerere. Raccoglieva rose, violette, iris, insieme alle sue amiche. Poi vide un narciso. Era un fiore strano, con cento teste, e profumava così forte che il cielo e la terra e il mare sembravano ridere di piacere. Proserpina allungò la mano.

Il suolo si aprì.

Ne uscì un carro tirato da cavalli neri, e sul carro c'era il re dei morti, Plutone. La afferrò e la portò giù, mentre lei gridava il nome di suo padre, Giove, che era lontano e non sentì. La terra si richiuse, e nel prato restarono i fiori.

Qualcuno però aveva sentito. Ecate, la dea delle grotte, dalla sua caverna. Il Sole, che da lassù vede tutto. E la madre. La voce di Proserpina rimbalzò sulle cime dei monti e sul fondo del mare e arrivò a Cerere come una lama. La dea si strappò il velo dalla testa e si lanciò su terre e mari, come un uccello.

Per nove giorni cercò la figlia con due torce accese in mano. Non mangiò, non bevve, non si lavò. Alla decima alba incontrò Ecate, che aveva sentito e non aveva visto, e insieme andarono dal Sole.

«Dimmi la verità», disse Cerere. «Tu vedi tutto.»

Il Sole non cercò scuse. «L'ha data Giove, suo padre, a Plutone, suo fratello. Non è un cattivo marito per tua figlia. È un re.»

A Cerere il dolore entrò nel cuore più selvaggio di prima. Lasciò l'Olimpo, lasciò gli dèi, si travestì da vecchia e camminò fra gli uomini, e nessuno la riconobbe.

Arrivò a Eleusi, una città vicino al mare, e si sedette sotto un ulivo, presso il pozzo. Era il tardo pomeriggio. Vennero a prendere l'acqua quattro ragazze con le brocche di bronzo, le figlie del re Celeo, e vedendo la vecchia sola le chiesero chi fosse.

«Mi hanno rapita dei pirati», disse Cerere, che non voleva dire la verità, «e sono scappata. Cerco una casa dove lavorare.»

Le ragazze la portarono dalla madre, Metanira, che aveva in braccio un bambino piccolo, Demofonte, e che le offrì un seggio e una coppa di vino rosso. Cerere rifiutò il vino. Chiese acqua e orzo mescolati con la menta, e se li bevve in silenzio, senza sorridere.

Una serva di nome Iambe cominciò allora a farle delle battute, tante e così buffe che a un certo punto la dea, per la prima volta dopo nove giorni, rise. Fu una risata breve, ma Iambe la ricordò tutta la vita.

Per un po' Cerere fece la nutrice del piccolo Demofonte, e il bambino cresceva come un dio. Non mangiava e non succhiava latte, perché ogni giorno la dea lo ungeva con l'ambrosia, il cibo degli immortali. Di notte, nascosta, lo metteva nel fuoco, come si mette un tizzone nella brace, per bruciargli via ciò che aveva di mortale. Voleva che non invecchiasse mai.

Una notte Metanira la sorprese. Vide il suo bambino in mezzo alle fiamme e gettò un grido, e Cerere, furiosa, lo tolse dal fuoco e lo posò per terra.

«Sciocchi uomini», disse. «Non sapete riconoscere né il bene né il male quando vi arrivano. Questo bambino sarebbe stato immortale. Ora morirà come tutti.»

Poi la vecchiaia cadde da lei come un mantello. Apparve alta, bellissima, in una luce che riempì la casa del profumo del grano maturo. Ordinò che le costruissero un tempio, con un altare, e vi si chiuse dentro.

Cominciò allora l'anno più terribile che gli uomini ricordassero.

Cerere sedeva nel tempio e nessun seme cresceva. I buoi tiravano gli aratri sui campi e non succedeva niente. Gli uomini spargevano il seme nei solchi, e il seme restava seme. La terra si seccava, il pane mancava. I vecchi dei villaggi guardavano il cielo e non dicevano niente, e le madri dividevano l'ultima manciata di farina fra troppe bocche. Senza uomini non ci sarebbe stato più nessuno a offrire agli dèi un sacrificio, e gli dèi, per la prima volta, se ne accorsero.

Giove mandò messaggeri, uno dopo l'altro. Cerere non si alzò.

«Non salirò all'Olimpo», rispose. «Non lascerò spuntare un filo d'erba. Non finché non vedrò mia figlia con i miei occhi.»

Allora Giove capì, e mandò Mercurio sottoterra, a parlare con Plutone.

Il re dei morti, quando seppe, sorrise appena, con le sopracciglia. «Va bene», disse. «Che torni da sua madre.» Poi, mentre Proserpina saliva sul carro, le porse un chicco di melagrana, dolce come il miele. Lei lo mangiò, senza pensarci.

Cerere la vide dalla soglia del tempio e le corse incontro come una donna impazzita. Si strinsero senza parlare, e per un momento anche il vento si fermò ad ascoltare quel silenzio.

«Hai mangiato qualcosa là sotto?» chiese poi la madre. «Se non hai mangiato, vivrai per sempre con me.»

Proserpina abbassò gli occhi. «Un chicco di melagrana», disse. «Me lo hanno dato di nascosto.»

Giove decise che un terzo dell'anno Proserpina sarebbe rimasta nel buio, accanto allo sposo, e per i due terzi sarebbe tornata fra la madre e gli dèi. Cerere accettò. Alzò la mano, e in poche ore la pianura si coprì di foglie e di fiori.

Ai re di Eleusi insegnò anche i suoi riti, perché nessuno dimenticasse.

A Roma, ogni aprile, per la sua festa, la gente comune dell'Aventino faceva giochi e corse in suo onore. Poi, nei campi, il seme tornava a scendere nella terra, a perdersi sotto le zolle. E aspettava.

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Fonti

  • Ovidio, «Fasti», libro IV
  • Dionigi di Alicarnasso, «Antichità romane», libro VI
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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