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Atlante dei Miti 0/300
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Un mostro con il corpo di leone, una testa di capra sulla schiena e la coda di serpente, che sputa fiamme

mostro che sputa fuocola Licia, nell'attuale Turchia · mitologia greca

La Chimera

Chímaira, «capretta»

paurosa

La Chimera era uno dei mostri più strani dei miti greci: davanti era un leone, nel mezzo una capra e dietro un serpente. Dalla bocca sputava fuoco e devastava i campi della Licia. Il re di quella terra affidò l'impresa di sconfiggerla al giovane eroe Bellerofonte, sperando che non tornasse. Ma Bellerofonte riuscì a domare il cavallo alato Pegaso e, attaccandola dall'alto, dove le fiamme non arrivavano, vinse il mostro.

Lo sai che… la «Chimera di Arezzo», una grande statua etrusca di bronzo trovata nel 1553, oggi è al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

La storia

Nella Licia, dove le montagne scendono a picco sul mare e i campi sono pochi e preziosi, c'erano dei pastori che avevano smesso di dormire.

Non per la paura. O meglio: non soltanto. Era perché di notte il cielo, verso le montagne, diventava rosso.

Non era l'alba. Era un chiarore basso, che pulsava, che saliva e scendeva come il respiro di un animale gigante. Poi veniva l'odore: un puzzo di zolfo e di pelo bruciato che scendeva a valle, spinto dal vento. E poi il rumore, un ruggito profondo, seguito da un belato rauco, seguito da un sibilo lungo.

Tre voci, da una sola gola.

Gli anziani del villaggio la chiamavano la Chimera.

Dicevano che fosse figlia di Tifone e di Echidna, due mostri tanto antichi da far paura anche agli dèi. Dicevano che un uomo, un certo Amisodaro, l'avesse allevata quando era piccola, e che per molti fosse stata una sventura. Non era una bestia. Era di stirpe divina, e non umana: davanti aveva il corpo di un leone, in mezzo quello di una capra, dietro un serpente che le faceva da coda. E dalla bocca, quando voleva, buttava fuoco.

Chi l'aveva vista da vicino non lo diceva. Chi la raccontava non l'aveva mai vista. Ma ogni mattina, ai bordi della valle, si trovavano campi neri, alberi spogli, e il bestiame sparso sul prato con gli occhi aperti.

Il re della Licia si chiamava Iobate. Era un uomo prudente, che non amava le battaglie perse. La Chimera gli rendeva la vita difficile: i suoi sudditi si lamentavano, i raccolti sparivano, e nessun guerriero osava avvicinarsi alle montagne.

Fu in quei giorni che arrivò uno straniero.

Aveva il passo stanco di chi ha viaggiato a lungo, e il mantello di un giovane nobile. Si chiamava Bellerofonte. Lo mandava Preto, re di Argo e genero di Iobate, con un messaggio sigillato.

Iobate lo accolse a palazzo con grandi onori. Per nove giorni lo festeggiò, e ogni giorno fece uccidere un bue per lui. Non ne conosceva la storia: sapeva solo che era un ospite, e che gli ospiti sono sacri.

Quello che Iobate non sapeva, e Bellerofonte nemmeno, era cosa conteneva il messaggio.

Ad Argo, la moglie di Preto, che era figlia dello stesso Iobate, aveva accusato Bellerofonte di una cosa che non aveva mai fatto. Preto le aveva creduto. Ma non voleva uccidere un ospite, e così aveva scelto un'altra strada. Aveva piegato una tavoletta, vi aveva scritto dei segni funesti, e l'aveva messa nelle mani del ragazzo con una frase sola: «Portala a mio suocero.»

Bellerofonte aveva camminato per giorni con la propria condanna sotto il braccio.

Al decimo giorno, Iobate chiese: «Che cosa mi porti?»

Il giovane gli porse la tavoletta. Il re la aprì. Lesse.

Il suo volto, per un istante, non si mosse. Poi alzò gli occhi sullo straniero. Non voleva uccidere, anche lui, un ospite. Ma voleva eseguire l'ordine.

«Ho un lavoro per te», disse con voce piana. «C'è un mostro sulle montagne. Nessuno ha il coraggio di affrontarlo. Se sei un vero eroe, andrai.»

Bellerofonte non sapeva che stava andando a morire. Sapeva solo che una bestia stava distruggendo la terra di chi lo aveva accolto, e che un debito d'ospitalità si paga.

«Andrò», disse.

Prima di partire, però, fece una cosa saggia: chiese consiglio agli dèi. Una notte dormì in un tempio, e Atena gli apparve in sogno. Gli lasciò un dono: un morso d'oro, per un cavallo. Quando si svegliò, il morso era nella sua mano.

C'era un cavallo bianco, con le ali, che beveva alla fonte di Pirene, a Corinto. Si chiamava Pegaso. Nessuno era mai riuscito ad avvicinarlo. Bellerofonte lo cercò all'ora in cui il cielo è ancora grigio, e lo trovò con il muso nell'acqua. Si avvicinò con lentezza. Il cavallo drizzò le orecchie. Gli occhi si fecero grandi. Bellerofonte, senza fare un gesto improvviso, gli mostrò il morso d'oro.

Pegaso si lasciò prendere.

Salirono insieme, fino a tagliare le nubi, e attraversarono il mare verso la Licia. Dall'alto, la valle sembrava piccola. E in fondo alla valle, nel cuore delle montagne, qualcosa rosseggiava.

Bellerofonte strinse la criniera e puntò il cavallo verso il bagliore.

La Chimera era distesa sulla roccia. Intorno, la terra era nera. Il leone dormiva con il muso posato sulle zampe; la capra aveva gli occhi aperti; il serpente si muoveva piano, fiutando l'aria. Poi la testa di leone alzò il muso. Sentì l'ombra sopra di sé. Il ruggito rimbombò contro le pareti dei monti.

Dalla bocca uscì una colonna di fuoco, dritta verso l'alto.

Ma Pegaso era più in alto di quanto il fuoco potesse arrivare. Bellerofonte sentì il calore sulla pelle, sentì il vento bollente. Poi, dall'alto, dove le fiamme si spegnevano nell'aria, prese l'arco e cominciò a lanciare frecce, una dopo l'altra, senza fretta, senza sbagliare.

La Chimera urlò con tutte e tre le voci. Si dibatté sulle rocce. Sputò fuoco ancora, due volte, tre. Poi la terra smise di tremare.

Quando tornò il silenzio, un silenzio vero, per la prima volta dopo molto tempo, i pastori sentirono il vento nelle foglie.

Il mostro non c'era più. Il cielo, a sera, restava scuro come dev'essere.

Bellerofonte tornò da Iobate con la sua impresa in tasca. Il re rimase a lungo a guardarlo. Poi gli ordinò altre imprese, e poi altre ancora, e Bellerofonte le portò a termine tutte. Alla fine Iobate capì che quel giovane doveva essere figlio di un dio, e non più un uomo da condannare. Gli diede in sposa sua figlia, e metà del suo regno.

Gli antichi dicono che la Chimera sia rimasta nei racconti, e che di tanto in tanto, in qualche notte limpida, sulle montagne della Licia, il cielo si tinga di rosso. Dicono che sia un riflesso.

I pastori, però, quando lo vedono, spengono i fuochi e restano zitti.

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Fonti

  • Omero, «Iliade», libro VI
  • Esiodo, «Teogonia»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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