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Atlante dei Miti 0/300
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Un ragazzo sott'acqua che regge sulle spalle una colonna crepata, tra i pesci

eroe del mareMessina, Capo Peloro · Sicilia

Colapesce

«Cola Pisci», cioè Nicola il pesce

per niente paurosa

Nicola era un ragazzo di Messina che passava più tempo in mare che sulla terra, tanto da diventare mezzo pesce. Il re lo mise alla prova: gli fece riportare una coppa d'oro gettata in mare, poi una corona, poi un anello sempre più in fondo. Nell'ultimo tuffo Nicola scoprì che la Sicilia poggia su tre colonne e che una di queste era crepata dal fuoco dell'Etna: allora decise di restare sotto, a sostenerla, per non farla affondare. Nelle versioni più antiche, invece, semplicemente non torna più su.

Lo sai che… quando c'è un terremoto, si dice che Colapesce si sia spostato per riposare la spalla.

La storia

A Messina, dove lo Stretto è così stretto che sembra di poter toccare la Calabria con un salto, e dove il mare cambia colore a ogni ora, a ogni nuvola, a ogni respiro di vento, nacque un bambino che i vecchi non avrebbero mai dimenticato.

Si chiamava Nicola. Ma lo chiamavano tutti Cola, e da quando era diventato grande lo chiamavano Colapesce. Perché il mare, per lui, non era un posto dove andare. Era casa.

Suo padre e i suoi nonni erano pescatori, e Cola era cresciuto sulla barca, tra le reti e le cassette di sardine, con il profumo di sale e di pece nei vestiti. Ma mentre gli altri ragazzi aspettavano di diventare uomini per tuffarsi, lui si buttava in acqua prima ancora di saper camminare bene. Nuotava come un pesce, anzi meglio: restava giù tanto, ma tanto a lungo, che quelli sulla riva cominciavano a contare, poi a pregare, poi a piangere. E poi lui riemergeva, ridendo, con i capelli bagnati e gli occhi lucidi.

«Dove sei stato?» gli chiedeva sua madre, con il cuore in gola.

«Giù», rispondeva lui. «Ho visto delle cose, mamma, che non puoi nemmeno immaginare.»

E gliele raccontava. Foreste di alghe che ondeggiano come capelli. Grotte azzurre dove la luce arriva a strisce, come da una finestra rotta. Pesci grandi come barche, pesci piccoli come monete, che brillano di mille colori. A volte riportava su qualcosa: una conchiglia enorme, un corallo rosso, perfino un pezzo di nave vecchia con dentro monete d'oro.

La madre ascoltava, ma non era contenta. Aveva paura. «Il mare non è fatto per vivere dentro», gli diceva. «Un giorno ti prenderà.» E poi si arrabbiava, e a volte, nei giorni peggiori, gli gridava cose che non avrebbe voluto dire. Dicono che in una versione più antica della storia, in un momento di rabbia, lo maledisse: «Che tu possa diventare un pesce!» Ma di quelle parole, poi, non si capisce mai se si siano avverate o se fosse soltanto il mare, che aveva fatto la sua scelta da prima.

Intanto la fama di Cola correva da un paese all'altro. Si raccontava di un ragazzo che stava sott'acqua come sulla terraferma, che tornava con tesori, che sapeva cose che nessun uomo sapeva. Quella notizia arrivò fino alle orecchie del re.

In quei tempi, in Sicilia, regnava Federico II di Svevia, un sovrano curioso, che voleva sapere tutto, che raccoglieva libri, animali strani, sapienti di ogni paese. Quando sentì parlare di Colapesce, non resistette. Lo fece chiamare a corte.

Cola arrivò in sala con i piedi nudi e i capelli ancora umidi. Si inchinò, senza paura.

«Mi dicono che tu stai sott'acqua più di un pesce», disse il re. «Voglio vedere se è vero.»

Lo portarono sulla riva, vicino al Faro, dove lo Stretto è più profondo e le correnti più violente. Il re, davanti a tutta la corte, prese dalla mano di un servo una coppa d'oro, bellissima, scintillante, e la gettò in mare con tutta la forza che aveva.

«Portamela», disse.

Cola non esitò. Si tuffò. La corte rimase in silenzio, a guardare l'acqua che si richiudeva sopra la sua testa. Passarono i minuti. Qualcuno cominciò a mormorare. Poi, d'un tratto, un'ombra comparve nell'acqua, e Cola riemerse, sorridente, con la coppa in mano. Tra gli applausi, la porse al re.

Il re sorrise. Ma non era ancora contento.

«Bravo», disse. «Ma non basta. Stavolta andrai più giù.»

Prese dalla sua testa la corona, la corona d'oro con le pietre preziose, quella che portava ogni giorno. La fece brillare al sole, e la lanciò più lontano, dove il mare era scuro come l'inchiostro.

«Portami questa.»

Cola guardò la corona che scompariva sotto le onde. Sentì qualcosa stringergli il petto, ma si tuffò di nuovo. Stavolta passò tanto tempo che la gente cominciò a gridare, a farsi il segno della croce, a dire che il ragazzo era morto. Il re stesso, con la mano sul mento, non sorrideva più.

E poi, finalmente, una testa riemerse. Cola, stanco ma vivo, con la corona stretta in mano e un'espressione strana, lontana, come se avesse visto qualcosa che non si poteva dire.

Il re prese la corona. Ma aveva visto quello sguardo.

«Che cosa c'è, laggiù?» chiese.

«Giù c'è un mondo, maestà», rispose Cola, piano. «Un mondo che nessuno ha mai visto. E laggiù, in fondo, ci sono cose che non vi piacerebbe sapere.»

Ma il re non si accontentò. La curiosità era più forte della prudenza. Si tolse dal dito un anello, un anello d'oro con uno smeraldo grande come una noce, e lo mostrò a Cola.

«Un'ultima volta. Questo lo getterò nel punto più profondo. E tu andrai a prenderlo, e poi mi racconterai tutto quello che hai visto.»

Cola abbassò gli occhi. Guardò il mare, poi guardò il re, poi guardò la riva dove sua madre, fra la folla, lo guardava con le mani sul viso. Capì che quel tuffo sarebbe stato diverso. Lo sentì nelle ossa.

«Maestà», disse, «io andrò. Ma se non torno, ricordate che l'ho fatto perché me l'avete chiesto.»

Il re non rispose. Lanciò l'anello.

E Cola si tuffò.

Questa volta scese più giù di quanto fosse mai stato. L'acqua diventava sempre più fredda e sempre più scura. Le voci della riva si facevano lontane, sempre più lontane, fino a sparire. Intorno a lui non c'erano più pesci, né luce, né rumore. Solo un silenzio denso come pietra.

E poi, in fondo, nel buio, vide qualcosa.

Tre enormi colonne, altissime, che salivano dal fondo del mare fino a perdersi in alto, sotto l'isola. Erano le colonne che tenevano su la Sicilia. Una sotto Capo Peloro, dove sorge Messina. Una sotto Capo Passero, in fondo a Siracusa. Una sotto Capo Lilibeo, dalla parte di Marsala. Su quelle tre colonne, da sempre, poggiava tutta la Sicilia, con le sue città, i suoi campi, le sue montagne, le sue chiese.

Cola si avvicinò. E vide che una delle colonne era storta, sbrecciata, piena di crepe. Dicono che fosse stata consumata dal fuoco dell'Etna, che da secoli ardeva là sotto, nelle viscere della terra. Un'altra crepa, un altro scossone, e quella colonna sarebbe crollata. E con lei, tutta la Sicilia sarebbe sprofondata nel mare.

Cola restò fermo, nel buio, a guardare.

Pensò alla sua madre sulla riva. Pensò alla sua casa, alla sua barca, ai pescatori che al mattino salpavano cantando. Pensò ai bambini di Messina che giocavano sulla spiaggia, alle donne che stendevano i panni, ai vecchi che sedevano davanti alle porte. Pensò a tutti quelli che non sapevano, e che mai avrebbero saputo.

E capì cosa doveva fare.

Appoggiò le spalle alla colonna incrinata. Aprì le braccia. E la sostenne.

Sulla riva, il re aspettava, e la folla aspettava, e la madre aspettava. Passarono dieci minuti, poi venti, poi un'ora. Il sole cominciò a scendere dietro le colline di Calabria. Nessuno vide più riemergere quella testa.

Dicono che il re, quella sera, tornò alla reggia senza dire una parola. Aveva perso il suo anello, e il giovane più straordinario che avesse mai conosciuto.

Ma la storia, a Messina, non finisce qui.

Perché i vecchi raccontano che Cola è ancora laggiù. Che da secoli e secoli sta sotto il mare, con la schiena appoggiata a quella colonna, e che ogni tanto, quando la fatica è troppa, si sposta per riposare una spalla. E allora la terra trema. Il mare si agita. Le case ondeggiano. Dicono che sia così che nascono i terremoti.

E ogni cento anni, raccontano, Colapesce risale. Va a vedere com'è andata. Guarda le coste, le case, le barche che dondolano nel porto. E poi, con un sospiro, ritorna giù.

Per questo, ancora oggi, a Messina, quando un pescatore esce in mare all'alba, e il mare è liscio come un vetro e il cielo è appena rosa, qualcuno ogni tanto, dalla barca, si ferma e saluta l'acqua con un cenno della mano.

Non si sa mai. Magari, laggiù, qualcuno ricambia.

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Ascolta / Leggi anche

Fonti

  • Giuseppe Pitrè, «Studi di leggende popolari in Sicilia» (1904)
  • Italo Calvino, «Fiabe italiane», Einaudi (1956)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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