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Una figura vestita di pelli nere con le corna e un tridente, tenuta in catene da due diavoletti

rito di carnevaleTufara · Molise

Il Diavolo di Tufara

«lu Diavule»

paurosa

L'ultimo giorno di Carnevale, a Tufara, il diavolo corre per le strade del paese. È un uomo vestito con pelli di capra nere, una maschera paurosa e un tridente in mano. Lo tengono in catene alcuni folletti, che lo trascinano e ogni tanto lo lasciano scatenare tra la gente. Con lui sfilano figure vestite di bianco con la faccia infarinata, che rappresentano la Morte. È la lotta tra il bene e il male, e il passaggio dall'inverno alla primavera: alla fine viene processato e condannato il fantoccio del Carnevale, che poi viene gettato giù dalla rupe.

Lo sai che… secondo chi ne racconta la storia, un tempo il costume del Diavolo di Tufara era fatto con sette pelli di capro.

La storia

L'ultimo giorno di Carnevale, a Tufara, il paese sembra normale fino a un certo punto.

Le porte delle case sono aperte, qualcuno prepara il caffè, qualcuno ride in strada, un bambino corre dietro a un cane. Ma c'è un'aria strana, come quando sta per piovere. Chi è nato qui la riconosce. Sa che da qualche parte, tra le case di pietra, è in arrivo qualcosa.

Prima si sente un rumore. Catene. Lontano, poi più vicino, che strisciano sul selciato.

Poi vedi i primi. Hanno il volto coperto di farina, e sono vestiti tutti di bianco. Come fantasmi, o come qualcosa di peggio. Camminano davanti agli altri, a qualche metro di distanza, e agitano grandi falci in cerchio, lente, come per tagliare l'aria. Sono la Morte.

Non dicono niente, ma saltano e gridano, e la gente si scosta. Bianchi e infarinati, sembrano usciti da un posto dove la vita non c'è più. Le falci passano vicine al viso, a un passo dalla spalla. Qualcuno ride, ma è una risata nervosa.

Perché dietro la Morte, adesso, arriva lui.

Il Diavolo di Tufara.

È nero. Tutto nero, coperto di pelli che sembrano ancora vive, e che gli danno un aspetto irsuto, selvaggio, mezzo uomo e mezzo bestia. Si dice che ne indossi sette, di pelli di capro. La maschera è nera anch'essa e ha sembianze di capra: orecchie, muso, occhi vuoti. In mano tiene un tridente. Quando si muove, i pezzi di pelo ondeggiano come se il vento fosse sotto la sua pelle.

È incatenato.

Le catene gli stringono la vita e le tengono, tirandole, alcuni guardiani. Sono i folletti. Lo trascinano lungo le strade, e lui sembra non volerci stare. Salta, scatta in avanti, strappa le catene fino a quasi liberarsene. Poi cade a terra. Si rotola nella polvere, si rialza, corre. La gente arretra contro i muri.

Non è finta, la paura. Per un secondo, quando ti passa accanto, ti viene da pensare che questa volta la catena non terrà.

Il Diavolo non cerca di ferire nessuno. Cerca di sedurre. Si ferma davanti a una persona, la fissa dalla maschera nera, come per dirle: vieni con me. Vuole portarla tra i suoi seguaci, iniziarla ai suoi misteri. E la persona, a volte, sorride, a volte scappa. Qualcuno resta lì, immobile, come incollato al selciato, finché le catene non lo tirano via.

E il Diavolo riparte, con un salto, verso il prossimo. Si sentono i passi sul tufo, i fiati corti dei folletti che tirano, le urla della Morte che gli apre la strada. Dalle finestre qualcuno si sporge a guardare. Nessuno si tira indietro del tutto.

I più piccoli si nascondono dietro le gambe dei grandi. I ragazzi più grandi fingono di non avere paura, e la mostrano comunque.

Dicono, a Tufara, che questa maschera sia antichissima. Le pagine di chi la custodisce raccontano che in origine non fosse il diavolo dei cristiani, ma qualcosa di molto più vecchio: la passione e la morte di Dioniso, il dio della vegetazione, che ogni anno moriva e ogni anno si rinnovava. La capra era l'animale sotto cui, si diceva, amava manifestarsi. Per questo il Diavolo porta sette pelli di capro. Quando arrivò il cristianesimo, il rito sacro diventò una maschera di Carnevale. Il suo significato antico, in parte, è andato perduto.

E le falci della Morte? Dicono che ricordino la mietitura. Il seme muore nella terra, si purifica, e in primavera ritorna come raccolto.

Intanto il corteo prosegue. La Morte avanti, il Diavolo trascinato, le catene, le grida, i salti. Tutto il paese si muove con loro, come in una danza che ha un posto preciso dove andare.

Perché il Diavolo non è il vero protagonista della giornata. C'è qualcun altro che deve rispondere di tutto.

È un fantoccio. Un pupazzo di paglia e di tela, che rappresenta il Carnevale, con tutti i suoi vizi, i suoi scherzi, il suo caos. Il Diavolo, in questo rito, è il capro espiatorio: quello su cui il paese scarica ciò che non vuole portarsi dietro.

Il pupazzo viene processato. Una giuria scanzonata lo ascolta. Sono presenti anche la Madre e il Padre, che lo difendono in modo tragicomico, come due genitori disperati in tribunale. Qualcuno sorride. Eppure il verdetto è già scritto.

Lo condannano.

Il silenzio, ora, è pesante. Il pupazzo viene portato fino alla rupe di tufo, quella che è il simbolo di Tufara, il simbolo stesso del paese.

Poi lo scaraventano giù.

Non c'è niente di orribile in quel gesto: è paglia, è stoffa. Eppure la gente guarda in basso, e per un istante nessuno parla. Con quel salto finiscono l'allegria, gli scherzi, il disordine del Carnevale, e finisce anche la festa.

Ma non è davvero la fine. Una figura è ancora lì, tra la gente. È la Madre-Parca, e in mano ha una conocchia e un fuso, gli attrezzi di chi fila il tempo. Ha già pronto un nuovo neonato di stoffa, un nuovo simulacro, che prenderà il posto di quello caduto. Ciò che muore ritorna: così il rito continua.

L'indomani comincia la Quaresima.

E il Diavolo di Tufara, nero e stanco, si toglie la maschera e torna a essere un uomo del paese.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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