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Una fila di figure con maschere nere di legno, pelli scure e grappoli di campanacci sulla schiena, in una via di paese

maschere anticheMamoiada, Barbagia · Sardegna

I Mamuthones di Mamoiada

Mamuthones e Issohadores

un po' paurosa

A Mamoiada, nel cuore della Barbagia, escono in strada figure misteriose: i Mamuthones. Hanno una maschera nera di legno dall'espressione cupa, pelli di pecora scure e tantissimi campanacci sulla schiena. Camminano con passi piccoli e pesanti, e a un segno dell'Issohadore capo fanno tre salti rapidi tutti insieme per far suonare i campanacci, come se fossero un'unica grande bestia. Li accompagnano gli Issohadores, con la giubba rossa e la maschera bianca, che lanciano una fune per catturare qualcuno del pubblico. Da dove vengano davvero nessuno lo sa.

Lo sai che… i Mamuthones sono dodici e gli Issohadores otto, e sfilano in due file il 16 e 17 gennaio, per Sant'Antonio abate.

La storia

Il 16 gennaio, a Mamoiada, in Barbagia, il freddo entra nelle ossa. Le strade di pietra sono grigie. Le montagne intorno sono scure. Ma in ogni rione, a un certo punto, qualcuno accende un fuoco.

Sono i falò di Sant'Antonio abate, accesi uno per ogni rione, e intorno a ognuno la gente si ferma, si scalda le mani e aspetta. Si dice che il santo sia sceso agli inferi e abbia rubato il fuoco, per portare luce e calore a una terra che gelava. E a Mamoiada, ogni anno, l'inverno comincia a rispondere così: con il fuoco nelle piazze.

Il giorno dopo è il 17. Tu arrivi nel paese e senti che c'è qualcosa nell'aria. Non rumore, ma attesa.

In un edificio, nella sede della Pro Loco, qualcuno si sta vestendo. Là dentro uomini del paese diventano un'altra cosa. Chi indossa la maschera, dicono, smette di essere se stesso. Non dice una parola. Non si fa riconoscere.

Fuori la gente aspetta. Parla poco. I bambini stanno vicino agli adulti e guardano la porta, un po' impazienti e un po' intimiditi. Qualcuno si stringe nel cappotto, qualcuno tiene in mano un bicchiere caldo. Il fumo dei fuochi sale dritto nel cielo di gennaio.

Poi la porta si apre.

Prima del resto arriva il suono. Un rumore profondo, cupo, che non somiglia a niente: tanti campanacci, scossi tutti insieme. Non è un tintinnio. È come un colpo di tuono che cammina sulle gambe.

Poi li vedi.

Sono i Mamuthones. Portano una maschera di legno nera, scolpita con tratti duri, la faccia di qualcuno che ha visto cose antiche. Sul corpo hanno pelli di pecora nere, che li fanno sembrare animali. E sulla schiena, legati stretti, un grappolo di campanacci.

Camminano in due file parallele, lentissimi. Dodici, di solito. Fanno passi piccoli e pesanti, e a ogni passo dondolano le spalle, e le campane rispondono. A un segno, tutti insieme, saltano. Il rumore ti sale nello stomaco.

Nessuno di loro parla. Non ridono. Non salutano. Non guardano la gente. Sembrano figure che arrivano da molto lontano, e che non sanno bene dove si trovano.

Intorno a loro, in piedi, veloci, ci sono gli Issohadores. Hanno una maschera bianca, una giubba rossa, camicia e pantaloni bianchi. Sono più leggeri, più agili: camminano ai lati e davanti, e tengono in mano una fune di giunco, sottile, bagnata. Sono otto, di solito, e a differenza dei Mamuthones possono parlare con la gente.

Per un istante tutto è sospeso.

Poi uno di loro ti guarda. Gira la fune sopra la testa. La lancia, con un fruscio, e lo fa da una distanza di dodici o tredici metri. Se la fune cade su qualcuno, quello è catturato. È un segno di fortuna, di buon augurio, per la salute e per la fertilità. Quasi sempre prendono una giovane donna, che ride, finge di scappare, e poi si arrende.

La processione si muove di fuoco in fuoco. Ogni rione ha acceso il suo. I Mamuthones ci girano intorno, con quel passo e con quel suono, e le fiamme fanno luccicare le campane. È il momento che molti ricordano: i volti neri, il fuoco, il rumore.

Questa è «sa prima essida», la prima uscita dell'anno delle maschere. Dopo, nelle settimane del Carnevale, usciranno ancora.

E tu ti chiedi: ma che cosa significa? Da dove viene tutto questo? Chi lo ha deciso, e quando?

Nessuno lo sa con certezza. Non ci sono antichi testi che lo spieghino, e le testimonianze orali più antiche sul corteo arrivano all'Ottocento. Chi studia questi riti ha fatto molte ipotesi.

Qualcuno pensa che sia un rito antichissimo, forse dell'età nuragica. Altri dicono che racconti la vittoria dei pastori sardi sui predoni saraceni: i Mamuthones sarebbero i prigionieri, cupi e legati ai loro campanacci, gli Issohadores i vincitori che li conducono. Altri ancora vedono nel rito una cerimonia di sottomissione legata al bestiame, un rito totemico. Altri pensano a un rito delle stagioni, forse legato ai culti di Dioniso, ma è un'idea discussa. E molti credono che, prima di diventare cristiano, servisse a scacciare gli spiriti maligni, con il rumore e con la paura.

Da qualche parte, nel mondo, esistono altri cortei simili, con maschere, pelli e campanacci, e hanno altri nomi: Krampus, Kukeri, Caretos. Come se, in luoghi diversi, la gente avesse trovato la stessa risposta all'inverno.

Quando il corteo si ferma, il silenzio è pesante quasi quanto il rumore. I Mamuthones restano fermi, la testa un po' chinata. Sotto la maschera c'è un uomo che respira forte, con i campanacci che gli tirano le spalle. Non puoi vederne la faccia. E forse è giusto così.

Se vuoi, finita la giornata, puoi andare in una delle cantine del paese e assaggiare un bicchiere di Cannonau. A Mamoiada, in un museo, ci sono le maschere. Sempre a Mamoiada c'è una pietra alta, la stele di Sa Perda Pintà, coperta di cerchi concentrici e incisa circa cinquemila anni fa. Il tempo, qui, non sembra una linea. Sembra un cerchio.

E quando senti, da lontano, di nuovo quel colpo sordo, quel tuono di campane, capisci che il rito non è finito. Non finisce mai. Aspetta soltanto il prossimo gennaio.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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