
Il Domovoi
domovoj, «quello della casa», in russo
per niente paurosa
In ogni casa russa di una volta abitava un domovoi, un vecchietto barbuto e peloso che viveva dietro la grande stufa o sotto la soglia. Era il protettore della famiglia e degli animali: se era contento, la casa andava bene; se era offeso, sbatteva le porte, nascondeva gli oggetti e faceva rumori di notte. Per tenerlo di buon umore gli si lasciava un po' di pane, sale o latte. Quando una famiglia traslocava, lo invitava a venire con sé portando un po' di braci della vecchia stufa.
Lo sai che… si diceva che, se il domovoi ti toccava di notte con una mano calda e pelosa, era segno di fortuna; se la mano era fredda, di guai in arrivo.
La storia
In una casa russa di una volta, quando la sera si faceva buio e il fuoco si abbassava, c'era sempre qualcuno che ascoltava.
Dietro la grande stufa di mattoni, nello stretto spazio fra il muro e il fianco caldo, abitava un vecchietto. Piccolo, tutto coperto di peli grigi, con una lunga barba che gli arrivava alla cintola e due occhi che brillavano nel buio come carboni. La famiglia lo chiamava il domovoi, ma nessuno lo nominava a voce alta. Lo si chiamava «nonno» e basta.
Il bambino di questa storia lo conosceva bene, anche se non lo aveva mai visto. Sapeva che quando una porta sbatteva senza vento era arrabbiato, che quando la pentola bolliva da sola era contento, e che la sera bisognava lasciare dietro la stufa un po' di pane col sale e una ciotola di latte. La nonna lo ripeteva ogni giorno, e il bambino lo ripeteva a sua volta ai fratelli.
Ma quell'autunno il papà aveva costruito una casa nuova, più grande, in cima al villaggio, e prima dei grandi geli sarebbero andati ad abitarci.
«Il nonno viene con noi?» chiese il bambino.
«Quale nonno?» disse il padre, con la bocca piena. «Non esiste nessun nonno dietro la stufa. È una storia da vecchie.»
La nonna alzò le sopracciglia e non rispose. Ma la sera, sotto la finestra, parlò piano al bambino.
«Quando si cambia casa, bisogna invitarlo. Altrimenti resta là da solo, e si arrabbia con chi ci abita, e si arrabbia con noi. Perché lui è della famiglia, non della casa.»
«Come si invita?»
«Si prendono le braci della vecchia stufa, le ultime, e si mettono in un vaso con un coperchio. Si porta il vaso alla casa nuova, e lo si dice con buone parole: Nonno, vieni con noi. Poi si accende la stufa nuova con quelle braci. Così il fuoco è lo stesso, e lui sa di essere a casa.»
Il bambino ci pensò per tutta la notte.
Venne il giorno del trasloco. Era una mattina di gelo, con il sole basso e la neve che scricchiolava sotto i piedi. I carri erano carichi di sacchi, panche, pentole, materassi. Il papà ordinava tutto con la voce forte, e nessuno aveva tempo.
Il bambino aspettò che la casa fosse vuota. Rimase nella stanza grande, davanti alla stufa spenta, con la nonna alle spalle che portava un vaso di terracotta e una paletta. Insieme raccolsero le braci rimaste in fondo al fornello: poche, rosse, ancora vive. Le misero nel vaso e chiusero il coperchio.
«Ora parla», sussurrò la nonna.
Il bambino si schiarì la voce. Era molto più difficile di quanto pensasse.
«Nonno», disse. «Nonno domovoi. Vieni con noi alla casa nuova. Ci sono le finestre grandi. Ci sarà il pane. Ci sarà il sale. E ti prometto che ti lasceremo anche il latte.»
Nella stanza vuota nessuno rispose. Poi, dietro la stufa, ci fu un fruscio, come di qualcuno che si alza da una panca. Un leggero sospiro.
Il bambino sentì le orecchie scottare.
«Sì», disse la nonna con voce soddisfatta. «È venuto.»
Camminarono per tutto il villaggio, il bambino davanti con il vaso stretto al petto, la nonna dietro. Sotto il coperchio, il calore gli arrivava ai guanti. Qualche volta, ad ogni curva, gli sembrava che il vaso diventasse un poco più pesante, come se qualcuno si fosse seduto sopra.
Nella casa nuova non c'era ancora niente di familiare. Le pareti odoravano di legno fresco, il pavimento era freddo, le finestre lasciavano passare la luce sbagliata. Il papà aveva già acceso un fuoco di legna nella stufa nuova, ma la stufa non voleva saperne di tirare bene, e il fumo usciva in cucina.
«Maledetta», disse il padre. «Hai visto? Sarà il camino.»
«Non è il camino», disse la nonna. «È che non la conosce.»
Prese il vaso dalle mani del bambino, aprì il coperchio, e con la paletta versò le braci nel focolare nuovo. Il fuoco si ravvivò, divampò di colpo, e per la prima volta il fumo prese a salire dritto nel camino, come se fosse sempre stato così. Poi la nonna mise sul bordo un pezzo di pane e un pizzico di sale.
Il padre rimase a guardare con le mani sui fianchi.
«Superstizioni», borbottò.
In quel momento qualcosa lo prese per il retro dei pantaloni, gli diede un pizzicotto, e lo fece saltare per aria.
«Ahi!» urlò. «Chi è stato?»
Nessuno rispose. I fratelli del bambino trattennero a stento il riso. La nonna non si mosse nemmeno, e disse solo, guardando in alto: «Al nonno non piace sentirsi chiamare superstizione».
Il padre non parlò più di superstizioni.
Quella notte, nel buio, il bambino stava steso sulla panca vicino alla stufa nuova, ancora calda, e non riusciva a dormire. Sentiva scricchiolare le travi. Sentiva il vento sul tetto. Sentiva, ogni tanto, un fruscio leggero dietro il muro, come di un animale piccolo e paziente.
Poi, nel dormiveglia, sentì qualcosa sfiorargli la guancia.
Era una mano. Piccola, ruvida, coperta di peli. E calda: calda come il pane appena sfornato.
Il bambino non si mosse. Non ebbe paura. Disse soltanto, a mezza voce: «Buonanotte, nonno».
La mano rimase un momento sulla sua faccia, poi scomparve.
La mattina dopo, il padre andò a vedere il cavallo nella stalla nuova. Rimase a lungo a bocca aperta sulla soglia. La stalla era pulita, il fieno era sistemato nella mangiatoia, e il cavallo, che era sempre stato nervoso con la criniera rovinata, aveva la criniera intrecciata in tante piccole trecce, ben fatte, una accanto all'altra.
Non disse niente.
«La mano com'era?» chiese la nonna al bambino, a colazione, con l'aria di non chiedere nulla.
«Calda.»
«Allora siamo a posto per un bel po'.»
Ma da quella sera, vicino alla stufa, il pane col sale lo mise lui.
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Fonti
- Aleksandr Afanas'ev, «Le concezioni poetiche degli Slavi sulla natura» (1865-1869)
- W. R. S. Ralston, «The Songs of the Russian People» (1872)
