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Atlante dei Miti 0/300
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Un dio guerriero con la barba rossa e un'ascia, su una nuvola scura da cui partono fulmini

dio del tuonoKiev e le terre slave · mitologia slava

Perun

Perun, in antico slavo

un po' paurosa

Perun era il dio del tuono e del fulmine degli antichi Slavi, il più importante dei loro dèi. Lo storico Procopio racconta che gli Slavi credevano in un solo dio, signore del fulmine e di tutto, e gli sacrificavano buoi. I principi degli Rus giuravano su di lui deponendo armi e scudi. La «Cronaca degli anni passati» racconta che a Kiev c'era una sua statua di legno con la testa d'argento e i baffi d'oro.

Lo sai che… in molte lingue slave la parola per «fulmine» o «tuono» ricorda ancora il suo nome, come «piorun» in polacco.

La storia

Nell'anno 980, a Kiev, sul colle fuori dal palazzo del principe, c'era un'enorme statua di legno.

Era Perun. Aveva la testa d'argento e i baffi d'oro, e si vedeva da lontano, lucida sotto il sole. Il principe Vladimir l'aveva fatta mettere là, insieme ad altri idoli: Khors, Dazhbog, Stribog, Simargl, Mokosh. Ma era lui il più alto, e quando la città passava ai suoi piedi, abbassava la voce.

Perché Perun era il signore del fulmine.

Lo sapevano tutti, da molto prima di Kiev. Più di quattrocento anni prima, un greco di nome Procopio scrisse che gli Slavi credevano in un solo dio, quello che manda la folgore dal cielo, e lo ritenevano signore di ogni cosa. Gli offrivano buoi e altri animali, e tutto quello che avevano di meglio. Quando c'era un temporale i contadini smettevano di lavorare, si raccoglievano sotto il tetto e parlavano piano. Il tuono, per loro, non era un rumore: era un passo.

Si dice che Perun cavalcasse le nuvole nere, e che il carro rombasse su strade che nessun uomo vedeva. Dove scendeva, la terra tremava. Dove passava, l'aria sapeva di ferro e di pioggia.

Era anche il dio dei giuramenti.

Quando i principi di Kiev facevano un patto con i greci di Costantinopoli, i guerrieri pagani deponevano a terra le spade, gli scudi e gli anelli d'oro, e giuravano su Perun. Se avessero rotto la parola, dicevano, la spada li avrebbe colpiti, la morte li avrebbe presi, e il dio del fulmine li avrebbe riconosciuti. Un principe, Sviatoslav, giurò «per Perun e per Volos, il dio del bestiame». Perun non ammetteva sconti.

I vecchi del villaggio raccontavano anche un'altra storia, e la raccontavano d'estate, quando il cielo si faceva viola.

Sotto le radici di un albero grande, dicevano, abitava un serpente. Lungo, freddo, nascosto nella terra. Rubava il bestiame, e quando era sazio dormiva al buio. Allora Perun saliva sulle nuvole, lo inseguiva, e lo colpiva con i fulmini. Il serpente scappava dentro il tronco di una quercia, dentro una pietra, dentro una casa. Ma il fulmine lo trovava sempre. Per questo, dicevano, i temporali durano così a lungo: il dio non smette finché non l'ha trovato.

Un ragazzo di Kiev aveva sentito quella storia mille volte. Ogni estate saliva sul colle con suo padre e portava una focaccia di miele ai piedi della statua. Guardava il volto d'argento. Aspettava il tuono.

Il ragazzo cresceva, e la statua restava dov'era. Ogni anno gli sembrava più alta, e lui sempre più piccolo davanti a lei. Una volta, durante un temporale violento, vide un fulmine cadere sul fianco opposto del colle, e la statua brillare tutta, come se la luce fosse uscita da lei. Tornò a casa senza parlare.

Passarono otto anni.

Nel 988 il principe Vladimir si fece battezzare. Era diventato cristiano, e voleva che lo diventasse tutta la città.

La notizia corse per le strade in un giorno. Il padre del ragazzo non disse niente a cena, spezzò il pane e lo mangiò guardando il fuoco. Nessuno, in quella casa, chiese cosa sarebbe successo alla statua. Lo sapevano tutti.

Una mattina di sole arrivarono sul colle degli uomini con le corde. Il ragazzo, che ormai era alto come il padre, li vide da lontano e corse su per la salita.

Legarono la statua per le gambe e la attaccarono alla coda di un cavallo. Il cavallo si mosse. Perun cadde. Si sentì un rumore di legno che si spezzava, e un tonfo sordo. La statua cominciò a scendere, trascinata lungo la ripida strada che portava al fiume, sbattendo contro le pietre.

Dodici uomini la seguivano con dei bastoni e la colpivano a ogni passo. Non perché il legno sentisse qualcosa, dicevano, ma per insultare il demonio che vi abitava. La gente, ai lati della strada, guardava in silenzio. Qualcuno si fece il segno della croce. Altri si coprirono la faccia con le mani.

Nessuno disse una parola. Il ragazzo sentì il legno battere sulle pietre per tutta la discesa, come un tamburo senza ritmo che non finiva mai, e capì che da quel giorno quel suono lo avrebbe seguito ovunque.

Quando arrivarono al Dnieper, il fiume largo e grigio, gli uomini sollevarono la statua e la gettarono in acqua. La corrente la prese. Il capo d'argento affondò, poi riemerse. I soldati ricevettero un ordine: restare lungo la riva, e spingere via con i pali il legno, ogni volta che si avvicinava, fino a quando le rapide non l'avessero portato lontano.

Così fecero. E mentre il legno girava piano nella corrente, trascinato via dalle rapide, la Cronaca annota un particolare che sorprende in un cronista cristiano: la gente piangeva.

Il ragazzo restò sulla riva fino a sera. Vide il legno farsi piccolo, poi diventare un punto scuro, poi nulla. Non pianse. Guardava il fiume. Ogni tanto il vento portava un odore di pioggia, ma il cielo era limpido e il tuono non veniva.

Quando fu buio, si fece due domande, senza dirle a voce alta. Si chiese se un dio così potesse davvero finire in un fiume. Si chiese se, in qualche posto dietro le nuvole, qualcuno stesse ancora guardando.

Quella notte, per la prima volta da molti mesi, il cielo si riempì di nuvole. Cominciò a piovere. Poi, lontano, dalla parte della steppa, si accese un lampo.

Non dovette contare fino a dieci per sentire il tuono.

La Cronaca non dice cosa accadde al ragazzo. Dice soltanto che sul colle dove era stata la statua, Vladimir fece costruire una chiesa, quella di San Basilio. Ma i nomi, a volte, sono più duri del legno. In polacco, ancora oggi, il fulmine si chiama piorun. In altre lingue slave il tuono ha un suono che gli somiglia.

Ogni volta che il cielo si fa nero, qualcuno, da qualche parte, pronuncia il suo nome senza saperlo.

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Fonti

  • «Cronaca degli anni passati» (XII secolo)
  • Procopio di Cesarea, «La guerra gotica» (VI secolo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music