
Efesto
Hḗphaistos, in greco antico
per niente paurosa
Efesto è il dio del fuoco e il fabbro degli dèi. Secondo Esiodo nacque da Era sola, per rabbia. Era zoppo, e un mito racconta che fu buttato giù dall'Olimpo e cadde per un giorno intero prima di arrivare sull'isola di Lemno. Ma con le mani era un genio: nella sua fucina costruì l'armatura di Achille, come racconta l'«Iliade», troni d'oro e perfino servitori meccanici che si muovevano da soli.
Lo sai che… in Omero la fucina di Efesto non è sotto un vulcano, ma sull'Olimpo.
La storia
Sull'Olimpo, in fondo a un corridoio dove di solito nessun dio va a cercare nessuno, c'è una casa di bronzo con un fuoco che non si spegne mai.
Si sente prima di vederla. Un colpo, un respiro, un altro colpo. Venti mantici che soffiano insieme e si fermano a un cenno di chi li comanda. Il rumore di un martello su un'incudine, ritmico come un cuore.
È la fucina di Efesto, il dio del fuoco. E a una certa ora del giorno, quando nessuno lo guarda, è il posto più allegro dell'Olimpo.
Non perché lui sia un dio felice. Efesto è zoppo. Quando cammina dondola a destra e a sinistra, e gli dèi, a tavola, lo prendono in giro. Una volta, per sciogliere una lite fra Zeus ed Era, Efesto si mise a fare il coppiere. Zoppicava da un tavolo all'altro con la brocca del nettare, e gli dèi scoppiarono in una risata che non finiva più. Rise anche lui, per educazione. Ma non c'era niente da ridere.
Perché Efesto sapeva com'era cominciata.
Esiodo racconta che Era l'aveva fatto nascere da sola, senza Zeus, per rabbia. Sul perché fosse zoppo, Omero ha due versioni. Nel primo libro dell'«Iliade», Efesto prende le difese di sua madre contro suo padre, e Zeus lo afferra per un piede e lo getta giù dalla soglia dell'Olimpo. Cade per un giorno intero, e quando il sole tramonta atterra a Lemno, dove alcuni uomini, i Sinti, lo raccolgono ancora vivo. Nel libro diciottesimo, invece, è Era a vergognarsi di un figlio storpio, e lo butta via lei. Ma in mare, ad aspettarlo, ci sono due dee gentili.
Questa è la storia che Efesto racconta, una sera, a una visitatrice.
Era la dea Teti, la madre di Achille. Bussò alla porta di bronzo con il viso in lacrime. Suo figlio aveva perduto l'amico più caro, Patroclo, ucciso a Troia, e per vendicarlo voleva tornare in battaglia. Ma l'armatura di Achille era sul corpo di un nemico. Teti non poteva fermarlo. Poteva soltanto fargli un regalo.
Efesto stava lavorando. Ai lati della stanza aveva venti tripodi con le ruote d'oro ai piedi: li costruiva perché si muovessero da soli, entrando nella sala degli dèi e tornando indietro senza che nessuno li spingesse. Quando sentì bussare, posò il martello. Si alzò, a fatica, e chiamò le ancelle.
Sono due ragazze d'oro, fatte da lui, che sembrano vive. Hanno una voce, hanno intelligenza, hanno forza nelle mani. Gli si strinsero ai fianchi e lo sorressero lungo il corridoio, mentre lui avanzava con le gambe sottili, e le ancelle brillavano come due fiamme. Dietro di loro veniva sua moglie, Cariti, la Grazia, che aveva visto la dea arrivare dalla finestra e correva a prenderle la mano.
«Teti, dea dai bei veli, cara e rispettata, perché sei qui?», disse Efesto. «Non vieni mai. Siediti.»
Lei raccontò tutto, e lui ascoltò.
«Non piangere», disse alla fine. «Vorrei poter nascondere tuo figlio alla morte, come posso dargli delle belle armi. Quando le vedrà, ogni uomo resterà a bocca aperta.»
Poi aggiunse piano: «Tu mi hai aiutato, una volta. Tu e Eurinome, quando cadevo. Mi avete accolto nel mare, e per nove anni ho lavorato in una grotta sotto le onde: fibbie, spille, collane, e tutto intorno il rumore dell'Oceano che non finiva mai. Nessuno sapeva dov'ero. Vi devo molto più di uno scudo.»
E tornò alla fucina.
Accese venti mantici, tutti insieme. Gettò sul fuoco bronzo, stagno, oro, argento. Prese il martello e le tenaglie. E cominciò a lavorare.
I mantici soffiavano dove lui voleva, forte o piano, a seconda del lavoro. La fucina si riempì di scintille, di fumo e di quell'odore di metallo caldo che ai fabbri sembra profumo. Efesto lavorava senza parlare, con la lingua stretta fra i denti, come fanno gli artigiani quando una cosa gli riesce meglio del previsto.
Fece prima uno scudo grande, con cinque strati di metallo e un bordo triplo. Poi, sul bronzo, incise un mondo.
Disegnò la terra, il cielo, il mare. Il sole che non si stanca, la luna piena, tutte le stelle: le Pleiadi, le Iadi, la forza di Orione, e l'Orsa che gira e non si bagna nell'Oceano. Disegnò due città. In una c'erano nozze, e cortei con le torce, e donne affacciate alle porte, e musiche, e un litigio per il prezzo di un uomo ucciso, portato davanti agli anziani, seduti in cerchio su pietre lisce. L'altra era assediata da due eserciti, e i suoi abitanti, sulle mura, aspettavano. Un campo arato, con i contadini che girano i buoi e un uomo che porge una coppa di vino a ogni fine solco. Il podere di un re, con i mietitori e il pranzo che si prepara all'ombra di una quercia. Una vigna con i grappoli neri e un ragazzo che suona la cetra mentre gli altri raccolgono l'uva cantando. Un gregge con i pastori, e due leoni che assalgono un toro. Una pista da ballo, simile a quella che Dedalo aveva fatto a Cnosso, dove ragazzi e ragazze si tengono per mano e girano, e in mezzo un cantore, e due acrobati che fanno capriole.
Intorno al bordo, il fiume Oceano, che circonda tutto.
Quando ebbe finito, Efesto fece anche l'elmo, la corazza, gli schinieri. E li mise ai piedi di Teti, perché li portasse a Achille.
Lei scese dall'Olimpo come un falco, con le armi lucenti.
Così i Greci immaginavano il loro dio del fuoco. Zoppo, preso in giro, gettato giù da chi avrebbe dovuto proteggerlo, eppure capace di una cosa che gli altri dèi non sapevano fare: prendere un pezzo di metallo e farci stare dentro il mondo, con le sue feste, le sue guerre e i suoi raccolti.
Dicono che quando Achille guardò lo scudo per la prima volta, gli occhi gli bruciarono. Era così bello che nessuno, tra i guerrieri che gli stavano intorno, osò guardarlo dritto.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Omero, «Iliade», libri I e XVIII
- Esiodo, «Teogonia»
