Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un machete di ferro che apre un sentiero luminoso in mezzo a una foresta fittissima

orisha del ferroIre, Nigeria · tradizioni africane

Ogun

Ògún, in yoruba

un po' paurosa

Ogun è l'orisha del ferro, dei fabbri, dei cacciatori e di tutti quelli che lavorano con gli attrezzi di metallo. La tradizione racconta che, all'inizio, gli orisha volevano scendere sulla terra ma una foresta fittissima bloccava la strada. Nessuno riusciva a passare, finché Ogun prese il suo machete di ferro e aprì un sentiero per tutti. Per questo è il dio che apre le strade. Oggi è considerato anche il protettore di chi guida, dei meccanici e di chi lavora con le macchine.

Lo sai che… il ferro è sacro a Ogun e in Africa occidentale è usato per garantire i giuramenti, perfino nei tribunali.

La storia

Prima che esistessero le strade, esisteva la foresta.

Gli orisha la guardavano dal cielo, affacciati al bordo delle nuvole. Sotto di loro c'era la terra, verde e scura, coperta di alberi così vicini che i rami si intrecciavano come dita. Sul suolo non arrivava nemmeno la luce. Nessun dio sapeva che cosa si nascondesse là sotto. Sapevano soltanto che la terra aspettava di essere abitata, e che toccava a loro.

«Scendiamo», disse uno.

«E come?»

Allora cominciarono a provare. Ognuno prese l'attrezzo con cui in cielo si apriva un passaggio, e si mise a colpire il groviglio di liane e di rami. Erano lame belle, lucide, degne di un dio. Ma i tronchi erano duri e le liane tenaci, e dopo pochi colpi i taglienti si piegavano, si scheggiavano, si spuntavano. Gli orisha sudavano, si guardavano fra loro, riprovavano. La foresta restava com'era. Alla sera avevano le mani piene di vesciche e davanti a loro non c'era nemmeno un varco largo quanto un uomo.

Fu allora che si fece avanti Ogun.

Non portava un'arma bella. Portava un machete di ferro, nero, pesante, fatto da lui. Il ferro era una cosa sua: lo conosceva come si conosce un fratello. Sapeva quanto fuoco gli serviva per diventare rosso, e quanto martello per diventare forte, e quanta acqua per diventare duro. Sapeva soprattutto una cosa che gli altri avevano dimenticato: il ferro non si piega, se è stato battuto bene.

Si fermò davanti alla parete di verde. Respirò. Poi alzò il braccio.

Tac.

Un ramo grosso come una coscia cadde a terra.

Tac. Tac. Tac.

Il rumore era regolare, come un cuore che batte. Ogun non correva e non si fermava: colpiva, faceva un passo, colpiva ancora. Le liane si staccavano, i cespugli si aprivano, gli alberi più giovani cadevano come spighe. Alle sue spalle, il sentiero cresceva metro dopo metro, e dietro di lui qualcosa che nessuno aveva mai visto cominciava a filtrare dall'alto: una striscia sottile di luce, che toccava la terra per la prima volta.

Gli altri orisha lo seguivano in silenzio. Qualcuno raccolse i rami e li mise da parte. Qualcuno, dicono, si accorse che il cane di Ogun gli camminava vicino, con la lingua fuori, e lo guardava come se fosse la cosa più normale del mondo aprire una foresta.

Ogun lavorò un giorno e una notte, e un altro giorno ancora. Non chiese acqua. Non chiese riposo. Quando il machete si scaldava troppo, lo immergeva nella corrente di un ruscello, sentiva il sibilo del vapore e riprendeva.

Alla fine il bosco si aprì davanti a lui come un sipario. Dall'altra parte c'era una pianura larga, con un cielo che finalmente si poteva vedere intero. Gli orisha scesero uno dopo l'altro, e i loro piedi toccarono la terra.

Nessuno disse niente, per un momento. Poi qualcuno rise, e qualcun altro si inginocchiò a toccare il suolo.

Per ringraziarlo, gli dèi gli offrirono di essere il loro capo. Nei racconti, a quel punto, Ogun si guarda intorno e capisce che cosa significa: stare in alto, dare ordini, sedere su un trono mentre qualcun altro lavora. Non gli sembrò una vita per lui. Rifiutò, con garbo.

«Io sono quello che apre», disse. «Non quello che comanda.»

Se ne andò ad Ire, una città sulla collina, e là la gente lo accolse come re. Lì, secondo i racconti, insegnò agli uomini quello che sapeva fare: fondere il minerale nella fornace, battere il ferro caldo sull'incudine, fare la punta alla lancia del cacciatore, la lama per il campo, il chiodo per la casa. Chi imparava da lui imparava a rispettare il fuoco, perché il fuoco non perdona chi lo tratta male. Ogun era un re severo e giusto. Per questo lo chiamavano il dio dei fabbri, dei guerrieri e dei cacciatori. Per questo, ancora oggi, lo invocano quelli che lavorano con il metallo.

Ma i racconti di Ire non nascondono che anche un dio può essere stanco.

Un giorno Ogun tornò da una lunga guerra. Aveva combattuto per la sua gente, aveva dormito poco e mangiato peggio, e quando arrivò in città era assetato. Gli offrirono vino di palma, e poi altro vino. E il vino, quella volta, gli annebbiò la testa. I vecchi non raccontano tutto, e fanno bene: dicono solo che nella confusione Ogun non riconobbe più i volti, e che la sua forza si rivolse contro i suoi stessi uomini.

Quando la nebbia passò, la piazza era silenziosa.

Ogun guardò le sue mani. Guardò il machete. Non gridò. Era un dio, ma sentì lo stesso il peso di quello che aveva fatto, e quel peso era più grande di qualsiasi albero abbattuto.

Allora fece una scelta che nessun re aveva mai fatto. Non cercò scuse e non cercò un altro colpevole. Rinunciò alla corona. Conficcò il machete nel terreno, lì, nel mezzo di Ire, e la terra si aprì sotto di lui. Ogun scese dentro, e il suolo si richiuse. Dove si era fermato rimase soltanto una macchia di polvere rossa, e una lunga fila di scintille che salì per un istante verso il cielo.

Non se ne andò per sempre, però. I fedeli dicono che Ogun non è morto: è passato nella terra, nel ferro, nella forgia. Lo senti ogni volta che qualcuno batte una lama sull'incudine e il suono rimbalza sulla collina. Lo trovi nel camion che parte per un lungo viaggio e nell'officina dove una mano sporca di olio stringe una chiave inglese. Lo trovi dove si apre una strada.

Perché è questo che ha insegnato, prima di scomparire: che nessun cammino esiste finché qualcuno non ha il coraggio di fare il primo colpo. E che, quando passi su una strada che altri hanno aperto per te, dovresti ricordarti, almeno un attimo, del rumore di quel machete.

Tac. Tac. Tac.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Sandra T. Barnes (a cura di), «Africa's Ogun: Old World and New» (1989)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music