
Era
Hḗra, in greco antico
un po' paurosa
Era è la moglie di Zeus e la regina dell'Olimpo, protettrice del matrimonio e delle famiglie. Nei miti è spesso gelosa e vendicativa, perché Zeus le è infedele molte volte, e se la prende con le sue rivali e con i loro figli: l'eroe Eracle fu perseguitato da lei per tutta la vita. Il suo animale è il pavone. Una storia racconta che il gigante Argo, che aveva cento occhi, lavorava per lei; quando fu sconfitto, Era mise i suoi occhi sulla coda del pavone.
Lo sai che… secondo Esiodo, Era era figlia di Crono e di Rea, e fu lei ad allevare l'Idra, il mostro che Eracle dovette affrontare.
La storia
Ogni sera, quando il sole cala dietro i monti, sull'Olimpo si accendono le lampade, e Zeus siede a tavola con gli altri dèi. Accanto a lui, sul trono più alto dopo il suo, siede una donna con la corona e lo sguardo dritto. È Era, la regina.
È figlia di Crono e di Rea, e Zeus l'ha scelta fra tutte per sposarla. Dovrebbe essere la dea più felice del mondo. Invece c'è un problema che le rovina ogni cena: Zeus non sta mai fermo.
Esiodo racconta che Era, un giorno, era così furiosa con lui che mise al mondo un figlio da sola, senza di lui, solo per fargli un dispetto. Racconta che per punire l'eroe Eracle, nato da un'altra donna, allevò un mostro con tante teste, l'Idra. Era non dimentica. Era fa la guardia.
Fu per questo, una mattina d'estate, che notò una nuvola.
Il cielo sopra la Grecia era chiaro. Nessun vento, nessuna pioggia. Eppure sopra un campo, vicino a un fiume, c'era una nuvola scura, ferma, che non si muoveva. «Strano», disse Era. «Di giorno non si fa notte.»
Scese a guardare, e la nuvola si disfece. Dove un attimo prima c'erano un uomo e una ragazza, rimaneva soltanto una giovenca bianca, bellissima, che brucava l'erba. La ragazza si chiamava Io, ed era la figlia del dio del fiume Inaco. E la giovenca era lei.
Secondo Ovidio, era stato Zeus a trasformarla, per nasconderla agli occhi della moglie. Altri poeti, più antichi, dicono che a farlo fu Era stessa. Qui seguiamo Ovidio.
Era finse di non capire. Si avvicinò alla giovenca, le passò una mano sul dorso candido.
«Che bell'animale», disse. «A chi appartiene? Da dove viene?»
Zeus, imbarazzato, rispose che era nata dalla terra, in un posto senza padrone. Era lo guardò dritto negli occhi, e non gli credette per un istante.
«Regalamela», disse.
Se avesse rifiutato, la dea avrebbe capito. Se avesse accettato, avrebbe perso Io. Zeus cedette. Era portò via la giovenca con un filo d'erba intorno al collo, e la affidò a un guardiano che non dormiva mai.
Si chiamava Argo. Aveva cento occhi, sparsi sulla testa e sul corpo, e ne teneva chiusi soltanto due per volta, a turno, mentre gli altri novantotto guardavano. Di notte vedeva al buio. Di giorno vedeva dietro di sé. Nessun ladro era mai passato.
Per Io cominciò un tempo lungo. Di giorno pascolava sull'erba magra, di notte la legavano a un albero, con una corda corta. Sopra di lei, nel buio, brillavano gli occhi del guardiano, che non si spegnevano mai tutti insieme. Nessuno le parlava. Quando Argo la guardava, lei sentiva cento sguardi posarsi sulla sua pelle, uno accanto all'altro, come gocce di pioggia fredda. Una volta, sulla riva del fiume di suo padre, vide per la prima volta il suo riflesso: la testa di una giovenca, con le corna. Cercò di gridare, e dalla gola uscì un muggito. Ne ebbe tanta paura che scappò.
Arrivò dalle sue sorelle, le ninfe del fiume, che l'accarezzarono senza sapere chi fosse. Arrivò da suo padre, Inaco, che le diede dell'erba da mangiare e le parlò come a un'amica. Allora Io si chinò, con lo zoccolo, e tracciò nella polvere due lettere. Il suo nome.
Inaco lesse, e si lasciò cadere sulla riva. «Ero tormentato perché ti cercavo», disse piangendo. «E ti ho trovata così.»
Ma Argo non permise altro. Prese la giovenca e la riportò sulle colline, e la guardò con cento occhi.
Zeus guardava dall'alto, e soffriva. Chiamò suo figlio Ermes, il messaggero, il più furbo degli dèi. «Libera Io», disse. «Come vuoi, ma libera Io.»
Ermes lasciò i sandali alati e il cappello, tenne un bastone, prese un flauto fatto di canne, e scese in terra vestito da pastore. Spinse davanti a sé qualche capra e arrivò sul monte suonando una melodia lenta. Argo, che si annoiava da secoli, lo ascoltò.
«Siediti qui all'ombra», disse. «Una musica così non l'ho mai sentita.»
Ermes si sedette. Suonò. Parlò per ore. Raccontò la storia di una ninfa, Siringa, che era sfuggita al dio Pan trasformandosi in canna, e di come Pan aveva fatto con quelle canne il primo flauto. Mentre raccontava, il suono si faceva più lento, la voce più bassa. Uno per uno, gli occhi di Argo cominciarono a chiudersi. Prima venti, poi cinquanta, poi ottanta. Ermes parlava piano. Gli ultimi cinque resistettero a lungo. Poi, anche loro.
Argo non si svegliò più.
Quando Era seppe la notizia, andò sul monte, e rimase a lungo in silenzio. Cento occhi, uno per uno, sembravano guardarla ancora. Allora fece una cosa nuova. Li prese tutti, e li mise sulle penne dell'uccello a lei più caro, il pavone. Da allora la sua coda brilla di cento occhi blu e oro, che si aprono quando si spiega.
Poi mandò contro Io una Furia, che le piantò nel petto pungoli invisibili e la inseguì senza tregua per mezzo mondo, attraverso i mari e i monti. Io corse e corse, fino alle rive di un grande fiume, il Nilo. Cadde in ginocchio e alzò gli occhi a Zeus, e pregò che finisse.
Zeus giurò a Era che non avrebbe mai più amato quella ragazza. E allora la dea, con un sospiro, rinunciò alla vendetta.
Il manto bianco cadde. Le corna si ritirarono. Le zampe tornarono mani. Io si ritrovò ragazza, a piedi nudi sulla sabbia, con la voce di prima. Per un istante non osò parlare, per paura di muggire ancora.
Disse soltanto: «Sono io».
Gli antichi dicevano che Era fosse gelosa, e raccontavano di lei storie che facevano paura. Ma qualcuno, ascoltandole, si chiedeva anche come ci si senta, a sedere ogni sera a una tavola dove manca sempre qualcuno.
Intanto, sull'Olimpo, il pavone spiega la coda. I cento occhi restano aperti, tutti insieme, e guardano.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Esiodo, «Teogonia»
- Ovidio, «Metamorfosi», libro I (Argo e Io)
