
Sa Musca Macedda
«la mosca macedda», in sardo
paurosa
In tanti paesi della Sardegna si raccontava che, sotto terra, fossero nascoste due botti identiche. Una era piena d'oro e di gioielli; l'altra era piena di musche maceddas, mosche giganti, grandi come una pecora, con un ronzio terribile. Chi avesse trovato le botti doveva scegliere senza sapere quale fosse quella giusta: se avesse aperto la botte sbagliata, gli sciami avrebbero invaso il mondo. Per questo nessuno osava scavare. Gli studiosi pensano che le mosche fossero il volto delle epidemie che colpirono l'isola.
Lo sai che… il linguista Gino Bottiglioni raccolse nel 1922 le versioni più complete di questa leggenda, e quasi ogni paese metteva il tesoro in un posto diverso.
La storia
In Sardegna ci sono posti dove non si scava.
Non perché la terra sia dura. Non perché manchi la voglia. Si dice che sotto certi campi, certe chiese, certe pietre, sia sepolto un tesoro, e che nessuno, mai, abbia osato cercarlo.
Il motivo è nelle due botti.
Sono due, identiche. Stesso legno, stessi cerchi di ferro, stessa polvere. Una è piena d'oro e di gioielli, di tutta la ricchezza che un uomo possa immaginare. L'altra è piena di mosche.
Non mosche come quelle che girano in cucina d'estate. Si chiamano musche maceddas. Hanno l'aspetto di una mosca, solo che sono grandi come una pecora. Hanno ali forti come vele, e un pungiglione enorme, che non perdona.
E chi trova le botti, non può sapere quale sia quale.
Se apre quella giusta, diventa ricco. Se apre quella sbagliata, muore, e con lui, dicono i vecchi, finisce il mondo.
Si racconta di un contadino che ci provò, o almeno ci pensò.
Faceva il bracciante e non aveva terra. Ogni mattina andava a lavorare in un campo non suo e ogni sera tornava a casa con le mani spaccate e un pezzo di pane. Sua moglie era stanca. I suoi figli non avevano scarpe.
Una sera, a cena, un vecchio del paese gli disse, quasi senza guardarlo: «Sai cosa c'è sotto il vecchio muro, dietro la chiesa?».
«Cosa?»
«Niente», disse il vecchio. «Ma è meglio non scavare.»
Da quel momento il contadino non pensò ad altro. Ne parlò una sola volta, a sua moglie, a bassa voce, mentre i bambini dormivano.
«Se è la botte giusta», disse, «non lavoreremo più.»
«E se è quella sbagliata?» chiese lei.
Lui non rispose. Quella domanda lo seguì per tutto il giorno, nei campi, dietro l'aratro, sotto il sole che batteva sulla schiena.
Per giorni passò davanti a quel muro, e lo guardava come si guarda una porta chiusa. Poi, una sera di fine estate, quando il paese dormiva e solo i grilli parlavano, prese una pala e una lanterna e uscì di casa senza svegliare nessuno.
L'aria era ferma. Il muro era freddo anche nel caldo della notte.
Appoggiò la pala a terra. E sentì.
Un suono, piccolo, lontanissimo. Un ronzio. Non era come quello delle api, che è dolce. Era basso, continuo, come se una cosa enorme respirasse sotto la terra e cercasse, con le ali, di aprirsi la strada.
Il contadino rimase immobile. Il cuore gli batteva nelle orecchie.
Forse è il vento, pensò. Forse sono le radici.
Ma il ronzio non si fermava. Cambiava, anzi. Si faceva più forte quando lui si muoveva, più debole quando restava fermo, come se qualcosa là sotto stesse ascoltando.
E in quel momento, nel buio, gli parve di capire cosa fosse davvero in gioco. Non la sua pala, non la sua ricchezza. In una botte c'erano le scarpe per i suoi figli. Nell'altra c'erano i suoi figli, e il paese intero, e il campo dove lavorava, e la chiesa, e tutta l'isola. E c'era una sola possibilità su due.
Mise giù la pala, molto piano, come se fosse di vetro. Il ronzio, adesso, sembrava più vicino. Non si voltò. Camminò all'indietro fino all'angolo della chiesa, e solo allora, senza fiato, si mise a correre.
Arrivò a casa. Chiuse la porta, appoggiò la schiena al legno e sentì il sudore freddo scorrergli lungo il collo.
«Dove sei stato?» chiese sua moglie dal letto.
«Da nessuna parte», disse.
La mattina dopo andò a trovare il prete, e non gli disse perché. Disse solo che aveva fatto un sogno brutto. Il prete lo guardò a lungo.
«Sai», disse, «si dice che in certi paesi solo il sacerdote sappia tenere lontana la mosca. Perché lo spirito può più della paura. Tu hai fatto bene a non scavare.»
Quel giorno il contadino lavorò come sempre, ma ogni volta che passava davanti al muro cambiava strada. Gli altri braccianti lo guardavano senza chiedere niente: in certi paesi, certe cose non si chiedono.
Il contadino non scavò mai più. E non raccontò mai a nessuno cosa aveva sentito.
Ma ogni tanto, la notte, quando il vento si fermava, gli sembrava di sentirlo ancora: un ronzio lontano, sotto il muro, paziente.
Questa leggenda non è di un solo paese. La raccontavano in tanti, e ognuno metteva il tesoro in un posto diverso: ad Alghero, a Esterzili, a Sorgono, sotto una chiesa a Valenza. La mosca, poi, ha parecchi nomi: la chiamano anche musca manchèdda, la mosca della mano sinistra, perché la mano destra è quella di Dio e la sinistra quella del diavolo.
A Nuchis, si diceva, era uscita davvero una mosca. Grande come la testa di un bue, con un pungiglione terribile. Distrusse molto intorno a sé, finché morì.
Il linguista Gino Bottiglioni raccolse le versioni più complete nel 1922. Oggi, secondo una delle ipotesi più credibili, quelle mosche sono il volto di un incubo vero, le epidemie che colpirono più volte l'isola. La peste, soprattutto: si credeva infatti che a portarla fossero proprio le mosche.
Chissà che cosa c'è davvero sotto quei muri. Forse niente. Ma nessuno, finora, ha voluto fare la prova.
Per questo, forse, nessuno ha mai osato scavare.
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Fonti
- Gino Bottiglioni, «Leggende e tradizioni di Sardegna» (1922)
- Pantaleoni e Bagella, studio sulla Musca macedda, Università di Sassari (2021)
