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Un grande sole con un volto severo sopra una strada di paese vuota nel caldo del pomeriggio

spauracchiocampagne della Sardegna · Sardegna

Sa Mama 'e su Sole

«la madre del sole», in sardo

un po' paurosa

D'estate, dopo mezzogiorno e fino alle quattro del pomeriggio, in Sardegna i bambini dovevano restare in casa. Chi provava a uscire si sentiva dire: «Attento, che ti prende sa Mama 'e su Sole!». Era una figura che si diceva girasse per le strade e le campagne assolate proprio in quelle ore, pronta a inseguire i disobbedienti, toccare loro la fronte e dar loro la febbre. Non era cattiva per davvero: serviva a proteggere i più piccoli da un pericolo vero, il sole fortissimo dell'estate. La Sardegna aveva tante «mamme» così, una per ogni pericolo.

Lo sai che… c'erano anche sa mama 'e su bentu, la madre del vento, sa mama 'e su frittu, quella del freddo, e sa mama 'e su fogu, quella del fuoco.

La storia

A luglio, in certi paesi della Sardegna, l'ora più lunga non è la notte. È il primo pomeriggio.

Le strade si svuotano. Le persiane si chiudono a metà. Il sole cade sulla pietra come un martello, e l'aria sopra l'asfalto trema. Anche i cani, sotto i portoni, smettono di respirare forte.

In quell'ora, dicevano i vecchi, non si esce. È una tradizione sarda di cui restano poche testimonianze.

«Perché?» chiedeva ogni bambino.

«Perché passa lei», rispondevano i nonni.

E se il bambino chiedeva «chi?», nessuno rispondeva con la stessa voce. Cambiava l'espressione, si abbassavano gli occhi. Poi veniva il nome.

Sa Mama 'e su Sole.

In una casa in fondo a un paese qualunque, c'era un bambino che questa storia l'aveva sentita cento volte e non ci credeva neanche un po'. Aveva otto anni, un pallone sgonfio e un gran bisogno di correre. Quell'estate, poi, i suoi amici erano tutti via: chi al mare, chi dai cugini. Rimaneva solo lui, con la sua nonna.

«Dopo pranzo si dorme», disse la nonna.

«Non ho sonno.»

«Non si esce.»

«Ma c'è il sole», disse lui, con l'aria di dire una cosa intelligente.

«Appunto», disse la nonna.

Lo mandò in camera con un bicchiere d'acqua, e si sedette a fare la maglia nella stanza fresca, con la porta socchiusa e il fruscio dei ferri.

Il bambino aspettò. Guardò il soffitto, le mosche ferme sul muro, la striscia di luce che entrava dalla persiana e strisciava lenta sul pavimento. Contò i tic del vecchio orologio. Quando la nonna cominciò a respirare piano, con la testa appoggiata allo schienale, scivolò giù dal letto, senza fare rumore, aprì la porta di casa e uscì.

Il caldo lo colpì in faccia come un panno rovente.

Per un momento gli parve di avere sbagliato mondo. La strada era vuota. Non c'erano bambini, non c'erano gatti, non c'era una sola ombra, tranne la sua. Le case sembravano sospese. Anche il silenzio aveva un suono: un ronzio sottile, sulla pelle, nelle orecchie.

Fece rimbalzare il pallone. Il rumore sembrò enorme.

Lo fece rimbalzare di nuovo. Corse un po' dietro, ridendo da solo. Era bello. Era la strada più sua che avesse mai avuto.

Poi si fermò.

In fondo alla via, dove l'asfalto finiva in una luce bianca, c'era qualcuno.

Era una donna. Lo vide a pezzi, perché il calore faceva ondeggiare l'aria. Era alta e dritta, e il vestito sembrava non toccare terra. Non riusciva a distinguere i lineamenti, ma una cosa la capì subito: era la donna più bella che avesse mai visto. E questo, chissà perché, lo spaventò più di ogni altra cosa.

Lei non si muoveva. Sembrava aspettare.

Il bambino fece un passo indietro. Il pallone gli scivolò dalle mani.

La donna alzò un braccio, appena, come per chiamarlo. E camminò.

Lui non pensò. Corse. Corse con il sole in testa e il sudore negli occhi, senza voltarsi. Sentiva i passi dietro di sé, leggeri, regolari, senza fretta, e capì che non aveva bisogno di affrettarsi per raggiungerlo. La porta di casa era a dieci metri, a cinque, a due.

Qualcosa gli sfiorò la fronte.

Fu un tocco leggero, appena caldo. E in quell'istante la strada gli girò attorno, e quando riaprì gli occhi era nel corridoio, sulle mattonelle fresche, e sua nonna era inginocchiata accanto a lui.

«Ti avevo detto di non uscire», sussurrò lei. Non era arrabbiata. Aveva le mani ferme e la voce piena di paura.

La fronte del bambino scottava.

La nonna lo prese in braccio, che pesava poco e bruciava come un mattone al sole, e lo portò nella stanza più fresca della casa. Chiuse le persiane. Bagnò un asciugamano nella brocca. Intanto, fuori, nella strada, il pallone era rimasto dov'era, fermo in mezzo alla luce, e nessuno andò a riprenderlo.

Rimase a letto tre giorni, con una febbre che saliva e scendeva. Aveva sete di continuo. Sognava strade bianche che non finivano mai, e una voce che non diceva niente ma lo teneva d'occhio. La nonna gli teneva un panno bagnato sulla testa e non diceva una parola. Lui, ogni volta che apriva gli occhi, vedeva fuori dalla finestra la strada bianca, ferma, e aveva la sensazione che qualcuno, in fondo, aspettasse.

La quarta mattina la febbre passò. Il bambino mangiò un pezzo di pane con l'olio. Poi chiese, a bassa voce: «Era lei?».

La nonna guardò la finestra.

«In Sardegna ci sono molte mamme», disse. «C'è quella del vento, quella del freddo, quella del fuoco. Una per ogni cosa che può farti male. Non sono cattive. Sono tutte lì per dirti la stessa cosa.»

«Cosa?»

«Che quando fa troppo caldo, devi stare all'ombra. Il sole del pomeriggio, a luglio, non scherza. Ai bambini fa girare la testa e li fa ammalare, e una volta non c'era altro modo di spiegarlo che con una storia.»

Il bambino rifletté a lungo, guardando il soffitto.

«Allora non voleva farmi del male.»

La nonna sorrise per la prima volta in tre giorni.

«Lei ti ha voluto bene a modo suo», disse. «Come me.»

Il pomeriggio dopo, il bambino dormì davvero. Non perché avesse sonno, ma perché adesso sapeva cosa c'era fuori ad aspettare. E la strada, fuori, rimase vuota fino alle quattro.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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