
Māui
Māui, in molte lingue polinesiane
per niente paurosa
Māui è il grande eroe furbo di tutta la Polinesia, dalla Nuova Zelanda alle Hawaii. Con un amo magico, fatto con la mascella della nonna, pescò dal fondo del mare un pesce gigantesco: secondo la tradizione māori è l'Isola del Nord della Nuova Zelanda. Le giornate erano troppo corte, e così catturò il sole con una rete di corde e lo costrinse ad andare più piano nel cielo. In molti racconti riesce anche a portare il fuoco agli uomini. Le sue storie cambiano un po' da isola a isola.
Lo sai che… nella tradizione māori l'Isola del Nord si chiama Te Ika-a-Māui, «il pesce di Māui», e l'Isola del Sud è la sua canoa.
La storia
Māui nacque prima del tempo, e sua madre pensò che fosse morto.
Si chiamava Taranga, e quel giorno si trovava sulla spiaggia. Piangendo, strappò una ciocca dei suoi capelli, avvolse il bambino piccolissimo e lo affidò al mare. Le onde lo presero. Le meduse e le alghe lo coprirono, gli uccelli lo vegliarono, e alla fine un antenato, Tama-nui-ki-te-rangi, lo trovò sulla riva e se lo portò a casa. Lo allevò, gli insegnò i nomi delle stelle, e ogni nome che imparava lo faceva ridere di più.
Quando Māui fu abbastanza grande, andò a cercare la sua famiglia. Arrivò una sera in una casa dove la gente cantava e ballava. Si sedette dietro tutti, zitto, in mezzo ai fratelli.
Taranga contò i figli. «Ne ho quattro», disse.
«Cinque», disse una voce in fondo.
«Quattro. Gli altri sono morti.»
«Sono il quinto, madre. Mi hai affidato al mare.»
Ci fu un silenzio lungo, e poi un pianto. Così Māui, il più piccolo, ebbe la sua famiglia, e subito dopo cominciarono i guai.
I fratelli maggiori andavano a pescare ogni mattina e non lo volevano mai con loro. «Sei troppo piccolo», dicevano. «Ci porti sfortuna.»
Māui li lasciò parlare. Poi, una notte, prese la mascella della nonna, Murirangawhenua, un osso lungo e curvo, duro come una pietra, e ne fece un amo.
Il mattino dopo, quando la canoa dei fratelli scivolò verso l'acqua, sotto le assi del fondo c'era un ragazzo steso, con le gambe contro lo scafo e un amo stretto fra le mani. Nessuno lo vide. Remarono a lungo, finché la costa diventò una riga azzurra. Fu allora che Māui si fece avanti.
I fratelli lo guardarono, sbalorditi. «Torniamo indietro!» gridò uno. «Non lo permetto!»
«Ormai siamo qui», rispose Māui. «E poi mi serve un posto a poppa. Remate, che si fa tardi.»
Rimasero ad ascoltarlo, perché non c'era altro da fare. Māui si colpì il naso con un pugno, finché ne uscì il sangue, e lo spalmò sull'amo. Poi lo gettò, lontano, giù, fra i pesci. Cantò una canzone piano, con le labbra appena socchiuse, e dal profondo del mare qualcosa abboccò.
La canoa si piegò. L'acqua si fece nera. La corda si tese come una corda d'arco, e i fratelli, con tutti i muscoli, non riuscivano nemmeno a stare dritti.
«Rema!» urlò Māui. «Rema! Non lasciare!»
Non era un pesce. Era qualcosa di più grande di qualsiasi pesce. Salì lentamente, sotto la canoa, enorme e piatto, e quando emerse dal mare sembrò una montagna con la schiena coperta di conchiglie.
«Non toccatelo», disse Māui, saltando sulla riva. «Io vado a offrire la prima parte agli dèi, dal sacerdote. Voi aspettate. Quando torno, lo dividiamo.»
Se ne andò. I fratelli restarono davanti alla creatura che respirava piano, ancora viva, ancora calda. Poi uno disse: «Perché dobbiamo aspettare? L'abbiamo pescato noi». E un altro: «Ha ragione». E un altro ancora: «Tagliamolo».
Tirarono fuori i coltelli e cominciarono a tagliare.
Il pesce si agitò. Si inarcò, si torse, picchiò la coda sull'acqua, e dove gli uomini avevano colpito, la schiena si arricciò e si spaccò. Quando Māui tornò, la creatura era ferma, e non era più liscia. Aveva montagne, valli, baie, colline, penisole. I fratelli, in silenzio, guardavano le loro mani.
«Ecco», sospirò Māui. «Poteva essere una pianura. Invece sarà tutta salite.»
Ancora oggi i māori chiamano quell'isola Te Ika-a-Māui, il pesce di Māui. La canoa dei fratelli, dicono, è l'isola più a sud.
Ma Māui non aveva finito.
Un'altra cosa lo infastidiva: il sole. Correva nel cielo così in fretta che il giorno finiva prima che la gente avesse fatto in tempo a cucinare, e le stoffe non si asciugavano mai. Māui radunò i fratelli. Con loro, intrecciò corde grosse, con fibre di lino, fino a farne una rete lunga e robusta. Camminarono verso est, di notte, e si nascosero vicino al punto dove nasce il sole.
Le ore della notte passarono lente. I fratelli tremavano, un po' per il freddo e un po' per l'idea di quello che stavano per fare. Māui non tremava. Teneva la mascella in una mano e il capo della corda nell'altra, con gli occhi fissi sul bordo scuro del mondo.
Quando la prima luce apparve, Māui lanciò il laccio. Il sole si dibatté, ruggì, riempì il cielo di fuoco, ma i fratelli tirarono fino a farsi male alle mani. Māui, con la mascella della nonna, lo colpì fino a farlo zoppicare. Da allora il sole sale con calma, e i giorni durano di più.
Anche il fuoco, nei racconti, passa da lui. Una notte, in tutto il villaggio, le fiamme si spensero una dopo l'altra, e la gente tremò al freddo, perché nessuno sapeva dove trovarne altro. Māui lo sapeva: il fuoco apparteneva a Mahuika, una dea che lo teneva nelle unghie delle sue dita, e che viveva lontano, sotto terra.
La trovò, e lei lo accolse con sospetto. «Sei mio nipote?»
«Lo sono.»
«Allora ti darò un po' di fuoco.» Si strappò un'unghia, che bruciava come una piccola stella, e la porse a Māui. Il ragazzo uscì, la tuffò in un ruscello e tornò a mani vuote. «Mi è caduta», disse. Mahuika gliene diede un'altra. E un'altra ancora. Finché le rimase una sola unghia.
Allora capì il gioco, e la rabbia le accese gli occhi. Gettò l'ultima unghia a terra, e la terra si incendiò. Le fiamme corsero dietro a Māui sulle colline. Lui si trasformò in un uccello e volò fra il fumo, chiamando la pioggia con quel poco di voce che aveva. La pioggia venne, grossa e fredda, e il fuoco si spense quasi tutto. Ma una scintilla scappò, e si nascose dentro il legno degli alberi. Per questo, dicono, si può farla uscire strofinando due bastoni.
Nelle Hawaii raccontano che Māui legò il sole sulla cima dell'Haleakalā, e che a chiederlo fu sua madre Hina, per far asciugare la sua stoffa. Cambiano le isole, cambiano i nomi. L'eroe è sempre quello: il più piccolo, quello che nessuno voleva in barca, e che con un amo, una corda e molta faccia tosta ha tirato su un mondo.
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Fonti
- George Grey, «Polynesian Mythology» (1855)
- Te Ara, Enciclopedia della Nuova Zelanda
