
Il Púca
púca, in irlandese
un po' paurosa
Il púca è uno spirito del folklore irlandese che cambia forma: può apparire come un cavallo nero con gli occhi gialli, una capra, una lepre o un'aquila. Nelle storie più conosciute si avvicina a chi cammina di notte, se lo carica sulla schiena e lo porta in una corsa pazza per campi e fossi, per poi lasciarlo, spaventato ma intero, nel fango. Non è proprio cattivo: è dispettoso e imprevedibile, e a volte aiuta perfino i contadini. Il suo periodo preferito è l'inizio di novembre, quando comincia l'inverno.
Lo sai che… in Irlanda si diceva di non raccogliere more dopo il primo novembre, perché il púca ci aveva già messo le mani sopra.
La storia
Dicevano, in Irlanda, che dopo il primo giorno di novembre non bisogna più mangiare more.
Sembra una regola da nonne. Ma i vecchi ne conoscevano il motivo: dopo il primo di novembre il púca passa sui cespugli, e quello che tocca non va più bene per nessuno.
Il púca è così. Non è un mostro e non è un fantasma. È uno spirito di campagna, dispettoso e imprevedibile, che cambia forma come gli altri cambiano mantello. Può essere una capra con gli occhi che bruciano. Può essere una lepre che ti taglia la strada. Può essere un'aquila enorme. Ma la sua forma preferita, quella con cui se ne va in giro quando ha voglia di ridere, è un cavallo nero. Nero come l'inchiostro, con la criniera lunga e due occhi gialli come la luna di novembre.
E una sera di novembre, un garzone di fattoria stava tornando a casa da una fiera.
Era tardi. Aveva i piedi stanchi e la tasca vuota, perché aveva speso tutto. La strada era una linea chiara in mezzo ai campi neri, e in cielo non c'era una stella. A un certo punto cominciò a sentire un rumore dietro di sé.
Clop. Clop. Clop.
Si voltò. Non c'era nessuno. Camminò ancora un po'. Il rumore ricomparve: era un passo lento, pesante, regolare, come di un cavallo che segue senza fretta.
Si fermò di nuovo. Silenzio.
«Chi c'è?» disse, e la sua voce gli sembrò minuscola.
Nessuna risposta. Soltanto il vento, e un odore di terra bagnata. Poi, da dietro un cespuglio di biancospino, uscì il cavallo.
Era grosso. Tanto grosso da coprire mezza strada. Aveva la pelle nera, lucida, e gli occhi, due occhi gialli fermi, fissavano il ragazzo con una curiosità quasi umana. Non nitrì e non si agitò. Si fermò a due passi da lui, abbassò la testa e aspettò.
Il garzone sapeva tutte le storie. Sapeva che un cavallo nero che compare di notte, da solo, senza sella e senza padrone, non è mai soltanto un cavallo. Sapeva che doveva scappare.
Ma aveva le gambe stanche, e il cavallo aveva un'aria così mansueta.
«Be',» disse, per farsi coraggio, «se mi porti fino al ponte, ti ringrazio.»
Il cavallo sbuffò. Il ragazzo gli salì sulla groppa, aggrappandosi alla criniera.
Per qualche passo andò tutto bene.
Poi il cavallo si impennò, e partì.
Fu una corsa che il garzone non dimenticò mai. Il cavallo non galoppava: volava. Saltò una siepe alta come una casa. Saltò un fosso, e dentro il fosso il ragazzo vide per un momento la luna riflessa, che gli passò sotto come una moneta d'argento. Attraversò un campo di patate senza toccarne una. Salì su una collina, scese dall'altra parte, e si buttò dentro una palude, dove l'acqua gli saltò addosso come una frusta.
«Fermati!» gridava il ragazzo. «Fermati, ti prego!»
Dalla bocca del cavallo uscì una risata.
Non era una risata da cavallo. Era una risata bassa, roca, felice, come di uno che si diverte più di tutti. E una voce, che non era di nessuno, disse, sorprendentemente allegra:
«Reggiti, ragazzo! Non mi capita spesso di avere compagnia!»
Il garzone si aggrappò alla criniera con tutte e due le mani. Il cavallo corse lungo un fiume, saltò un muro di pietre a secco, passò sopra una chiesa vecchia e abbandonata, e si lanciò verso una scogliera, dove il mare sotto era un rumore nero. Il ragazzo chiuse gli occhi. Sentì il vuoto sotto le gambe, un attimo lunghissimo.
E poi di nuovo la terra, dura, sotto gli zoccoli.
Corsero tutta la notte. Il garzone non seppe mai dove fosse stato. Gli parve di vedere campi che non conosceva, case senza luci, una strada che finiva in un lago. Gli parve di sentire altre risate, in lontananza, e voci di cavalli neri. A un certo punto smise anche di gridare. Si limitò a tenersi forte e a pregare di arrivare a domani.
All'alba, il cavallo rallentò.
Il cielo diventava grigio a est. Si sentì il primo uccello. E, in cima a una collina, il púca si fermò, di colpo, con tutte e quattro le zampe piantate nella terra.
Il ragazzo volò in avanti.
Cadde per aria, fece un mezzo giro e atterrò, schiaffo, dentro un fosso pieno di fango. Un fango freddo, denso, che gli entrò nelle orecchie, nel collo, nelle scarpe.
Quando alzò la testa, il cavallo era sparito. Sull'orlo del fosso c'era soltanto una lepre, che lo guardava con attenzione. Poi la lepre si voltò e se ne andò a salti nell'erba, e il garzone giurò, per il resto della vita, di averla sentita ridere.
Si guardò. Era sporco da capo a piedi, con la tasca ancora vuota e la giacca strappata. Ma aveva le braccia e le gambe. Aveva la testa. Non gli mancava niente.
Si alzò, si pulì la faccia con la manica e si guardò intorno. In fondo alla valle, a un paio di chilometri, vide il tetto della sua fattoria, con il fumo del camino che saliva dritto.
Camminò fino a casa. Raccontò tutto, e naturalmente nessuno gli credette. Ma quando la domenica seguente tornò il vecchio del villaggio, quello che sapeva sempre cosa dire, lo guardò a lungo e disse soltanto:
«Allora ti ha voluto bene.»
«Bene?» disse il garzone. «Mi ha buttato in un fosso.»
«Appunto. Di quelli che non gli piacciono, il púca si dimentica. Con quelli che gli piacciono, ci si diverte.»
Da quella sera, nella fattoria, si cominciò a fare una cosa. Quando raccoglievano le ultime cose dai campi, a fine ottobre, lasciavano apposta una parte, un mazzo di spighe, qualche patata, un cesto di mele. Dicevano che era per il púca.
Non l'hanno mai visto prenderle. Ma ogni anno, il giorno dopo, erano sparite.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Thomas Crofton Croker, «Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland» (1825)
- William Butler Yeats, «Fairy and Folk Tales of the Irish Peasantry» (1888)
