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Atlante dei Miti 0/300
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Un giovane eroe con una spada e un filo rosso in mano all'ingresso di un labirinto di pietra

eroeCreta e Atene · mitologia greca

Teseo e il Minotauro

Thēseús e Mīnṓtauros

paurosa

Sull'isola di Creta il re Minosse teneva rinchiuso il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro, in un labirinto costruito dal geniale Dedalo. Ogni nove anni Atene doveva mandare sette ragazzi e sette ragazze in pasto al mostro. Il giovane principe Teseo partì con loro. Arianna, la figlia del re, si innamorò di lui e gli diede un gomitolo di filo: Teseo lo srotolò entrando nel labirinto, sconfisse il Minotauro e riuscì a ritrovare l'uscita seguendo il filo.

Lo sai che… a Cnosso, a Creta, gli archeologi hanno trovato un enorme palazzo con centinaia di stanze: forse è da lì che è nata l'idea del labirinto.

La storia

Ad Atene, ogni nove anni, le madri chiudevano le finestre.

Non c'era nessuna festa, quel giorno, e nessun mercato. Soltanto una lunga fila di ragazzi e di ragazze che scendeva al porto in silenzio, con i capelli sciolti e le mani vuote. Erano quattordici: sette ragazzi e sette ragazze, scelti a sorte fra tutte le famiglie della città. Li aspettava una nave dalle vele nere. E dopo la nave, un mostro.

Questo era il prezzo che Atene pagava a Minosse, il re di Creta. Anni prima, in Attica, era morto suo figlio, e Minosse aveva giurato di vendicarsi. Aveva vinto la guerra e aveva imposto una pace terribile: ogni nove anni, quattordici giovani ateniesi sarebbero stati mandati sull'isola, e lì sarebbero entrati nel Labirinto.

Il Labirinto era un palazzo senza uscita, costruito da Dedalo, l'architetto più geniale del mondo. Corridoi che giravano su sé stessi, muri tutti uguali, porte che portavano sempre alla stessa stanza. E in mezzo, nel punto più profondo, viveva il Minotauro: un uomo grosso come un gigante, con la testa di toro, che mangiava carne umana.

Quella volta, sul molo, c'era anche il principe.

Si chiamava Teseo. Era figlio del re di Atene, Egeo, e nessuno lo aveva mai visto avere paura. Si fece avanti, davanti a tutto il popolo, e disse: «Non estraete a sorte il mio nome. Vado io, come uno dei quattordici. E ritornerò».

Suo padre, il vecchio Egeo, lo abbracciò con le mani che tremavano. Gli diede una raccomandazione sola. «Le vele sono nere, perché portano lutto. Se tornerai vivo, cambiale. Mettine di bianche. Così, da lontano, dalla scogliera, io saprò subito.»

«Le cambierò», promise Teseo.

Il viaggio durò giorni. A Creta li condussero davanti a Minosse, e fra gli sguardi dei cortigiani, una ragazza guardò Teseo più a lungo degli altri. Era Arianna, la figlia del re. Quella notte, quando tutti dormivano, andò da lui in segreto.

«Domani entrerete nel Labirinto», sussurrò. «Nessuno è mai riuscito a uscirne. Ma io ho parlato con Dedalo, che ha costruito quel posto, e lui mi ha dato questo consiglio.» Aprì la mano. Dentro c'era un gomitolo di filo. «Lega un capo del filo alla porta, all'ingresso. E srotolalo mentre cammini. Se ti perdi, basterà tornare indietro seguendolo.» Poi, abbassando la voce: «Promettimi che mi porterai via da qui».

Teseo promise.

All'alba, i quattordici furono spinti oltre una grande porta di bronzo, che si chiuse alle loro spalle con un tonfo.

Dentro, il buio sapeva di muffa e di animale. Il pavimento era umido. I passi risuonavano all'infinito, e non si capiva mai da dove tornasse l'eco. Teseo annodò il filo a un anello della porta, lo prese in mano e disse agli altri: «Restate qui, vicini. Torno a prendervi».

Cominciò a camminare.

Ogni angolo era uguale al precedente. A destra, a sinistra, a sinistra, a destra. Il filo scorreva fra le sue dita come un fiume sottile, e a ogni svolta lui lo sentiva tendersi un po' di più, come una voce che dice: «Sono qui, non ti lascio».

Dopo un'ora, sentì un rumore. Prima lontano, poi più vicino. Un respiro enorme, lento, ansimante. Poi il rumore di zoccoli che raschiavano la pietra.

Teseo si fermò. Il cuore gli batteva nelle orecchie.

Dietro l'angolo, una sagoma occupava tutto il corridoio. Era più alta di lui di due teste. Aveva spalle larghe come una porta, le mani grandi come pale, e sopra le spalle, una testa di toro con le narici fumanti e due corna nere, curve, lucide. Gli occhi, piccoli e rossi, lo fissavano.

Il Minotauro non parlò. Abbassò la testa e caricò.

Teseo si gettò di lato. Le corna sfiorarono la parete, e un pezzo di muro si staccò in una nuvola di polvere. Si rialzò, senza armi, perché non ne aveva volute: ma aveva le sue mani e la sua testa. Il mostro era forte, ma era cieco di rabbia, e correndo andava sempre dritto. Teseo lo capì subito. Lo fece girare due volte intorno a una colonna, finché il toro si stancò e rallentò. Allora lo afferrò per un corno, lo trascinò a terra e lo colpì, con tutta la forza, fino a quando il respiro enorme si spense.

Nel Labirinto tornò il silenzio.

Teseo si sedette un momento, con la schiena contro il muro, tremando. Poi si alzò, ritrovò il filo che aveva lasciato e lo strinse nel pugno.

Tornò indietro, svolta dopo svolta, seguendolo come aveva promesso. Quando riapparve davanti ai tredici ragazzi, nessuno disse niente. Poi uno dopo l'altro cominciarono a piangere e ad abbracciarlo. Insieme seguirono il filo fino alla porta di bronzo, e uscirono alla luce.

Quella notte, in segreto, salparono tutti, con Arianna a bordo.

Qui le storie dicono cose diverse. Alcuni raccontano che si fermarono su un'isola, Nasso, e che Teseo, durante il sonno di Arianna, ripartì senza di lei, dimenticando la promessa; e che là un dio, Dioniso, la trovò in lacrime e la sposò. Altri dicono che Arianna morì. Tutti sono d'accordo su una cosa: da quel momento Teseo ebbe la testa altrove.

E fu allora che dimenticò l'altra promessa.

La nave tornava verso Atene, e le vele erano ancora nere. Nessuno ci aveva pensato.

Sulla scogliera sopra il porto, Egeo aspettava da giorni. Guardava il mare dall'alba al tramonto. Poi, un mattino, vide una macchia all'orizzonte. Una nave. Vele nere.

Non vide altro. Non aspettò di vedere altro.

Si gettò dalla scogliera. E da quel giorno, quel mare si chiama mare Egeo.

Teseo arrivò al porto, felice, con i suoi tredici compagni, e trovò il silenzio. Capì tutto prima ancora che glielo dicessero.

Era diventato un eroe. Aveva ucciso il mostro, aveva salvato quattordici vite. Era anche diventato re di Atene, proprio quel giorno, senza volerlo.

Ma i greci, quando raccontavano questa storia, non finivano mai con la vittoria. Finivano con le vele. Perché sapevano una cosa che a volte i ragazzi dimenticano: puoi sconfiggere un mostro in fondo a un labirinto, e perdere tutto per una promessa che ti sembrava piccola.

Parenti nel mondo

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Fonti

  • Plutarco, «Vita di Teseo»
  • Ovidio, «Metamorfosi», libro VIII
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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