
Il tesoro di Alarico nel Busento
la tomba sotto il fiume
per niente paurosa
Alarico, re dei Visigoti, nel 410 saccheggiò Roma e poi scese verso il Sud con l'idea di passare in Africa. Si ammalò e morì vicino a Cosenza: questo è storia. Lo storico Giordane racconta che i suoi guerrieri deviarono il fiume Busento, seppellirono il re nel letto del fiume insieme a grandi ricchezze e poi rimisero l'acqua al suo posto, perché nessuno potesse mai trovare la tomba. La leggenda aggiunge un tesoro immenso, il bottino di Roma, e il re sepolto in armatura sul suo cavallo.
Lo sai che… la tomba di Alarico non è mai stata trovata, anche se la cercano da quasi trecento anni, l'ultima volta nel 2015 con georadar e droni.
La storia
Nel 410, a Roma, accadde una cosa che il mondo antico non avrebbe mai creduto possibile.
Per la prima volta in ottocento anni, la città eterna fu presa da un nemico.
Il nemico si chiamava Alarico. Era un re dei Visigoti, un popolo germanico che da anni vagava ai confini dell'impero. Era nato intorno al 370, e apparteneva a una stirpe nobile, quella dei Balti. Nel 395, quando aveva circa venticinque anni, i Visigoti lo avevano acclamato come loro capo. Da allora aveva guidato il suo popolo attraverso mezza Europa: aveva attaccato Costantinopoli, invaso la Macedonia e la Grecia, trattato con gli imperatori romani, combattuto e perso, e ricominciato.
Il 24 agosto del 410, nel cuore della notte, i Visigoti entrarono a Roma dalla Porta Salaria. Per tre giorni la saccheggiarono. Furono tre giorni terribili, anche se in quelle ore le chiese di San Pietro e di San Paolo diedero rifugio a chi vi si riparava. Tra i prigionieri portati via c'era anche una giovane donna importante, Galla Placidia, sorella dell'imperatore Onorio. Più tardi avrebbe sposato Ataulfo, il successore di Alarico.
Ma Alarico non si fermò a Roma. Voleva di più.
Prese la via del Sud. Scese lungo la penisola, saccheggiando i paesi. Il suo piano era chiaro: passare in Sicilia, poi in Africa, che i Visigoti consideravano il granaio dell'impero. Se avesse conquistato l'Africa, avrebbe potuto dominare anche l'Italia.
Non ci arrivò mai.
Mentre attraversava la Calabria, nei pressi di Cosenza, il re si ammalò. Forse fu il clima, forse la fatica di quegli anni. Morì in pochi giorni, lontano dalla sua terra, a quarant'anni appena.
Fino a qui è storia. Da qui comincia la leggenda.
La racconta uno storico dei Goti, Giordane, che scriveva nel sesto secolo, un secolo e mezzo dopo. Secondo lui, i Visigoti volevano seppellire il loro re in modo che nessuno, mai, potesse disturbare il suo riposo. Sapevano che i Romani avrebbero cercato la tomba per profanarla. Così pensarono a un piano.
Nei pressi di Cosenza scorre un fiume, il Busento, che si getta nel Crati. I guerrieri decisero di deviarne il corso. Con fatica, per ore, scavarono un nuovo canale e spinsero l'acqua da un'altra parte. Il vecchio letto rimase all'asciutto, una striscia di fango e di ciottoli, sotto la luna.
Lì, in mezzo al fiume vuoto, scavarono la tomba.
Seppellirono Alarico, con tutto quello che aveva. Poi ricoprirono il letto, rimisero a posto le pietre. E, a notte fonda, riaprirono il canale. Il fiume tornò nel suo letto, come niente fosse, e coprì la tomba per sempre.
Giordane aggiunge un dettaglio crudele. Gli schiavi che avevano lavorato a quel lavoro furono uccisi, perché non potessero rivelare a nessuno dove si trovasse la sepoltura. Così il segreto rimase davvero un segreto.
La leggenda, nei secoli, ha aggiunto altre cose. Dicono che Alarico fosse stato sepolto con un tesoro immenso, il bottino di Roma. Dicono che avesse indosso la sua armatura, e che fosse seduto sul suo cavallo. Sono aggiunte dei racconti, non cose che Giordane scrisse.
Uno scrittore tedesco dell'Ottocento, il poeta August von Platen, ne fece una ballata romantica, e così la storia fece il giro d'Europa. Da allora, tanti hanno cercato quella tomba. Archeologi, appassionati, avventurieri. Ci sono stati scavi e perfino ricerche con strumenti moderni.
Nessuno l'ha mai trovata.
Ma forse è giusto così. I Visigoti avevano chiesto una cosa sola: che il loro re potesse dormire in pace. E a quanto pare, il fiume, per ora, ha mantenuto la promessa.
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Fonti
- Giordane, «Getica», capitolo XXX (VI secolo)
- Treccani, Enciclopedia Italiana (1929), «Alarico I»
