
La Fata Morgana
la maga delle città nel cielo
per niente paurosa
Morgana è la maga delle storie di Re Artù. Secondo lo studioso Arturo Graf, i racconti su Artù arrivarono in Sicilia con i Normanni, nell'XI secolo, e così il suo nome finì legato allo Stretto di Messina. A Reggio si chiamano «Morgana» le visioni che a volte compaiono sull'acqua: castelli, torri, archi e pilastri che non ci sono. Il primo a dare questo nome al fenomeno fu il cronista Marc'Antonio Politi, nel 1617. La parte vera è spettacolare: è un miraggio, che si vede davvero.
Lo sai che… «fata morgana» è diventato il nome scientifico di un tipo di miraggio, studiato in tutto il mondo: quando l'aria sopra il mare ha strati di temperatura diversa, le coste lontane sembrano città sospese.
La storia
Quando il mare è calmo, all'alba, e sullo Stretto di Messina l'aria è ferma come un vetro, può succedere una cosa che nessuno dimentica.
Dalla spiaggia di Reggio Calabria, guardi verso la Sicilia. Dovresti vedere una costa bassa, qualche collina, forse una nave. Invece, a un tratto, l'orizzonte si trasforma. Compaiono torri. Archi. Colonne altissime, come quelle di un acquedotto romano. Castelli che si alzano e si abbassano. Alberi che sembrano camminare. Gli edifici si allungano, si piegano, si spezzano e si ricompongono, come se fossero fatti di acqua.
Poi, nel giro di pochi minuti, tutto svanisce.
La gente di Reggio ha un nome per questo spettacolo. Lo chiama Fata Morgana.
Il nome, a sentirlo, ha qualcosa di strano. Morgana è la maga delle leggende di re Artù, la sorellastra del re, una donna misteriosa con poteri magici. I francesi la chiamavano Morgain la Fée, che vuol dire Morgana la Fata. E la parola «fata» arriva dal latino fata, che significa destino. Una fata è, in origine, chi conosce o governa il destino.
Ma cosa c'entra una maga bretone con un miraggio calabrese?
Gli studiosi hanno una teoria, che loro stessi definiscono affascinante ma in gran parte speculativa. Dicono che nell'XI secolo arrivarono in Sicilia dei Normanni, uomini del nord, che portarono con sé le storie della loro terra, comprese quelle su re Artù. Per loro, la Sicilia, con il suo vulcano fumante, doveva somigliare a Avalon, l'isola misteriosa, l'«isola delle mele», dove Morgana avrebbe portato Artù ferito. La tomba del re sarebbe stata sotto l'Etna.
E se la maga viveva da quelle parti, era lei che faceva apparire, sul mare, quelle città impossibili.
Nei secoli, il nome si è fissato. Nel 1617, un uomo di Reggio, Marc'Antonio Politi, scrisse una cronaca della sua città, e fu il primo a usare «Fata Morgana» per quei miraggi. Qualche decennio dopo, nel 1646, un grande studioso, Athanasius Kircher, riferì che a Reggio lo spettacolo si chiamava semplicemente «Morgana». In altri posti d'Italia aveva altri nomi: a Napoli si diceva janare, che altrove, in Campania, è il nome delle streghe. A Molfetta, in Puglia, la chiamavano Lavandaja, la lavandaia.
Le descrizioni più belle ci vengono da un osservatore attento, un certo Angelucci, che una mattina d'agosto, a metà Seicento, vide da Reggio «pilastri, archi come acquedotti romani, castelli, torri e alberi». Lo raccontò in una lettera, e la sua descrizione fece il giro d'Europa.
Poi arrivò la scienza, e spiegò cosa succedeva.
La Fata Morgana è un miraggio. Per formarsi, serve una condizione particolare: un'inversione termica. Di solito l'aria è più calda in basso e più fredda in alto. In certi giorni, nello Stretto, succede il contrario: sopra uno strato d'aria fredda, ferma sulla superficie del mare, si posa uno strato d'aria più calda. La luce, attraversando questi strati, viene piegata, come in una lente. Si crea una specie di condotto, nel quale i raggi viaggiano curvando. Il risultato è uno specchio concavo gigante, che ingrandisce in verticale tutto ciò che c'è all'orizzonte.
Le coste lontane, le case, le barche, vengono allungate in alto, sdoppiate, moltiplicate. Un muretto diventa una muraglia. Una fila di case diventa una città con torri. E poiché lo strato d'aria si muove, ondeggia, trema, le immagini cambiano di continuo, e sembrano vive.
Lo Stretto di Messina è il luogo perfetto per questo fenomeno. È stretto, ci sono coste visibili a varie distanze da entrambe le parti. E ha le condizioni giuste, soprattutto in autunno e in inverno, dopo un periodo di vento, quando l'aria si ferma.
Per questo, quando gli scienziati di tutto il mondo parlano di un miraggio di questo tipo, dicono ancora «Fata Morgana». Il nome di una maga delle leggende arturiane è diventato un termine scientifico, scritto nei manuali di fisica.
E la magia? La magia non è sparita. È solo cambiata. Prima si credeva che dietro quelle città ci fosse una fata. Ora sappiamo che dietro c'è la luce. Eppure, se ti capita di vederla, un mattino d'autunno, a Reggio, davanti al mare fermo, e torri d'argento salgono lentamente dall'acqua, ti dimentichi di tutte le spiegazioni.
Ti fermi. Trattieni il fiato.
E ringrazi la maga, chiunque lei sia.
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