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Un tortellino dorato gigante su un tagliere di legno, con la sfoglia e il mattarello accanto

leggenda scherzosaCastelfranco Emilia · Emilia-Romagna

La leggenda del tortellino

«turtlèin», in bolognese

per niente paurosa

Durante una guerra tra Bologna e Modena, racconta la leggenda, alcune divinità dell'Olimpo si fermarono a dormire in una locanda di Castelfranco, proprio a metà strada tra le due città. L'oste, curioso, sbirciò dal buco della serratura nella stanza della dea Venere e vide il suo ombelico. Ne rimase così colpito che corse in cucina e lo rifece con la sfoglia: era nato il tortellino. È una storia scherzosa: la racconta Giuseppe Ceri in una poesia che fa il verso alla «Secchia rapita» di Tassoni. La pasta ripiena di quelle terre, invece, è antica davvero.

Lo sai che… Castelfranco Emilia si definisce «patria del tortellino» e ogni anno festeggia con una sagra e una rievocazione della leggenda.

La storia

Gli dèi dell'Olimpo, si sa, hanno un grosso difetto: quando viaggiano, non prenotano.

Tanto tempo fa, in Emilia, due città si facevano la guerra. Bologna da una parte, Modena dall'altra. Si combattevano da giorni, con le spade, con le lance, con i soliti insulti. E la cosa più sorprendente è che, ogni tanto, scendevano dall'Olimpo tre divinità a guardare.

C'era Marte, il dio della guerra, che non ne perdeva una. C'era Bacco, il dio del vino, che andava dove c'era da bere. E c'era Venere, la dea dell'amore, che andava con loro perché da sola si annoiava.

Una sera, dopo una lunga giornata di battaglia, i tre erano stanchi, affamati e coperti di polvere. Cercavano un posto dove dormire. Lì vicino c'era un paese che si chiamava Castelfranco, proprio a metà strada tra Bologna e Modena, tanto che nessuna delle due città poteva dire di averlo davvero. E in quel paese c'era una locanda: la Corona.

L'oste era un uomo di mezza età, grande e rosso in viso, e gli mancava un occhio. Quella sera era in cucina, a lavare i piatti, quando sentì bussare alla porta. Aprì. Si trovò davanti tre viaggiatori che brillavano, anche se non sapeva dire perché.

«Una stanza», disse il più robusto. «E da mangiare. E da bere.»

L'oste, che non faceva domande ai clienti, li mise nelle camere più belle. Servì la cena. Il vino piacque molto a Bacco, che ne bevve tre brocche. Marte mangiò come un lupo. Venere assaggiò tutto, con aria annoiata. Poi andarono a dormire.

La mattina dopo, all'alba, Marte e Bacco si alzarono presto. Avevano una battaglia da guardare, un brindisi da fare. Pagarono, o almeno così sembrò, e ripartirono nel sole.

Venere, invece, dormiva ancora.

Verso metà mattina, dalla sua camera, si sentì una voce dolce e annoiata. «Oste!»

L'oste salì la scala di corsa. Arrivò alla porta. Non era chiusa bene, o forse non era chiusa affatto. Per educazione, si fermò. Ma l'occhio, anzi l'unico occhio, gli cadde sul buco della serratura. Non voleva guardare. Però guardò.

Fu un attimo. La dea stava stendendosi sul letto, con le coperte scivolate. Era appena sveglia, mezza coperta, bellissima come solo una dea può essere. E l'oste, dal buco della serratura, vide una cosa: il suo ombelico.

Piccolo. Rotondo. Perfetto.

L'oste rimase fermo. Dimenticò per cosa era salito. Dimenticò di bussare. Dimenticò quasi di respirare. Poi, a passi lenti, come in sogno, scese la scala, tornò in cucina e si sedette al tavolo.

Non riusciva a pensare ad altro.

Davanti a lui c'era un mucchio di farina, delle uova, il mattarello. Era il suo lavoro: faceva la pasta ogni giorno. Allora, quasi senza accorgersene, cominciò a lavorare. Tirò la sfoglia sottile, sottile come un velo. La tagliò in quadrati. Ci mise dentro un po' di ripieno, carne, formaggio, un tocco di noce moscata. Poi la piegò, la girò attorno al dito, la strinse alle estremità.

Quando aprì la mano, sul tavolo c'era un piccolo anello di pasta, con un buchino in mezzo, tondo e perfetto.

Era l'ombelico di Venere.

Lo lessò in un brodo caldo. Lo assaggiò. Era la cosa più buona che avesse mai mangiato.

Di sopra, la dea si alzò, si vestì, e scese le scale. L'oste le portò un piatto fumante. Venere ne mangiò uno, poi due, poi dieci. Lo trovò delizioso. Chiese cos'era. L'oste, rosso di imbarazzo, non osò dire la verità.

«È un segreto della casa», rispose.

Venere sorrise e andò via. E l'oste, per tutta la vita, continuò a fare il suo piccolo capolavoro, che diventò famoso in tutta la zona, e poi in tutta l'Italia. Lo chiamarono tortellino.

Questa è la storia che si racconta a Castelfranco Emilia, dove ogni anno si fa una grande festa, con una rievocazione, e dove il paese si definisce «la patria del tortellino». La racconta anche una poesia scherzosa che fa il verso alla «Secchia rapita» di Alessandro Tassoni: è di Giuseppe Ceri, tra Ottocento e primo Novecento, e parla di un oste guercio e bolognese che imparò a fare i tortellini imitando l'ombelico di Venere. Bologna e Modena, naturalmente, continuano a litigare su chi li abbia inventati.

E la verità? Ahimè, meno poetica. I documenti dicono che nel 1112 e nel 1169 qualcuno scriveva già di «turtellos». Nel 1289, a Bologna, gli studenti furono arrestati in una taverna, il giorno dell'Epifania, mentre mangiavano «tortellos». Nel Cinquecento un cuoco famoso, Bartolomeo Scappi, li descriveva piccoli e fatti «a foggia di cappelletti», cioè a forma di cappellino, e non di ombelico.

Ma poco importa. A tavola, in Emilia, la storia migliore vince sempre.

Perciò, la prossima volta che mangi un piatto di tortellini in brodo, fermati un attimo. Guarda uno di quei piccoli anelli di pasta nel cucchiaio. E ringrazia, con un sorriso, quell'oste con un occhio solo, che dal buco di una serratura ha trovato la sua ispirazione.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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